Ses ailes de géant l’empêchent de marcher*

[*] Questo articolo vuole essere dedicato alla memoria di Martina Mungianu.

Nessuno se lo sarebbe immaginato;
come lo si poteva sospettare?

Rispondeva al nome di Martina una ragazza mia coetanea che il 17 ottobre del 2016 decise di lasciarsi cadere nel vuoto dal quarto piano del suo appartamento, a Cagliari.

Il 5 novembre successivo, dopo giorni in rianimazione e una straordinaria campagna di raccolta sangue – alla quale partecipai anch’io, occasionalmente superando una naturale avversione agli aghi – Martina moriva. Sebbene non la conoscessi personalmente, l’evento mi rammaricò e mi angustiò in modo particolare, sia perché all’epoca lei aveva, come me, 26 anni e come me viveva la stessa realtà cittadina (chissà quante cose avevamo in comune), sia perché si trattava di un periodo per me assai difficile, uno di quei periodi in cui la vita si trasforma in una specie di deserto d’inedia, una grande piana assolata che al malcapitato nega perfino il sollievo delle morgane, e dove l’assenza di acqua non solo impedisce di estinguere la sete ma, quel che è peggio, vieta di ricevere immagini riflesse di se stessi, tant’è che si finisce per cominciare a credere di non esistere affatto, o almeno si percepisce chiaramente come tra vita e non-vita viga, talvolta, un confine labile, sfrangiato, confuso – inesistente. Ecco allora che chi resta intrappolato in una simile dimensione, inesorabilmente, sente ridursi lo spazio della propria esistenza a un non-luogo che meglio si addirebbe ai fantasmi.

Se di lì a poco riuscii, pur cautamente, a rintracciare la via del labirinto e così a venire a capo delle mie difficoltà, il ricordo di Martina non mi avrebbe, comunque, mai abbandonato.

Salvatore Toma è nato a Maglie l’11-12 maggio 1951 e qui morto nell’agosto del 1968 in seguito ad una colluttazione d’amore. Ma non erano passate che poche ore dal suo disastroso decesso, che il cielo lo rispedì sulla terra per mancanza di prove. Ora vive su una enorme quercia, si nutre di beffe e raramente guarda a terra. Ma più che per le sue divine poesie, Salvatore Toma è famoso per la sua acrobatica precisione nel beccare il vasino, abilità maturata col fatto che non volendo scendere mai più dall’albero, i monellacci del luogo glielo spostavano, divertendosi a vedere come se la cavava. Ed è appunto per questo incalcolabile virtuosismo che nel 1993 ha vinto il Premio Nobel. Si narra che in quell’occasione, unanimemente richiesto di esibirsi, i giudici scappassero in tutte le direzioni come pazzi inferociti, ma furono da lui tutti puntualmente beccati anche a distanze mostruose. In questi ultimi tempi gli è presa la fissazione dei fumetti, ma guai a portarglieli via perché sbraita come una bestia! Quei maledetti monellacci, ora che lo scherzo del vasino non funziona più, gli hanno messo in testa che i fumetti sono dei meravigliosi dolcetti che si fanno in provincia di Rovigo. Poveri poeti. Scherzi a parte, Salvatore Toma è un tipo decente, presentabile, un po’ volutamente folle, ma in definitiva un buono. È sposato con una cara moglie-madre, piovutagli dal cielo (senza colluttazione… perciò è sfortunato al gioco) e ha due strepitosi bambini che gli fanno da papà e gli stanno sempre appresso, perché se lo perdono d’occhio un istante, ma solo un istante, lo si ritrova subito su quella maledetta querciaccia… Capito ora?
Maglie, 1983.

Con questo salace Autoritratto si chiude l’ultima raccolta di versi, Forse ci siamo (1983), di Salvatore Toma, anche se meglio sarebbe scrivere Salvato-re Toma, o The great poet, come eccentricamente lui stesso si definiva negli adesivi autoironici di cui riempiva la città di Maglie. Il poeta sarebbe morto trentacinquenne appena quattro anni dopo (17 marzo 1987) per le conseguenze dell’abuso di alcol, dopo aver trascorso gran parte della sua breve esistenza di anarchico “barone rampante”, vivendo «[…] per lo più in un appezzamento familiare di terra, detto in terminologia salentina “giardino”, nei dintorni di Maglie, in realtà un bosco di querce chiamato “delle Ciàncole”, dove trascorreva ore su un albero antico appunto di quercia, oggi segnalato da una targa col nome del poeta, divenuto così personaggio calviniano, oppure seduto ai suoi piedi»[1]. Allevatore di cani meticci o di razza bull terrier, proveniente da una famiglia contadina – i genitori erano fioristi – Salvatore Toma è stato un poeta autodidatta, del tutto alieno ai circoli e agli ambienti intellettuali, al punto di vedersi rifiutare per anni – dal 1979 fino al 1986 – la pubblicazione delle proprie opere dalle maggiori case editrici nazionali e dallo Specchio mondadoriano (il cui comitato di lettura annoverava, all’epoca, anche Cucchi e Raboni).

Oltre che per i primi e puntuali interventi critici di Nicola De Donno[2], Donato Valli[3] e Oreste Macrì[4], gran parte della fama postuma di Toma si deve soprattutto all’interessamento di Maria Corti. La filologa, che nel 1980 fece pubblicare sulla rivista Alfabeta cinque componimenti dell’autore salentino – Inutile trovare un rimedio, Alla deriva, Canzone notturna, Se i morti sapessero, Io e la morte – e che poi mancò di assolvere alla promessa di recensirne l’ultima silloge (ciò che provocò il risentimento dello stesso), curò post mortem una selezione dei suoi testi, uscita nel 1999 presso Einaudi sotto il titolo di Canzoniere della morte. Dei tre dilemmi mentali che Donato Valli individuava emergere dalle raccolte del poeta, consistenti nelle diadi tematiche “animale-uomo”, “realtà-sogno” e “vita-morte”, Maria Corti colse appunto nella morte – e nella morte autoindotta e suicidaria – il campo semantico su cui tutta la produzione di Toma maggiormente (benché non esclusivamente) insiste. Ciò che è bene fin da subito sottolineare è il fatto che in Toma la negazione della vita non coincide affatto con la morte, quanto più, semmai, con la borghese sopravvivenza del tirare avanti, tipica dell’uomo che, per dirla con Montale, “se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro”. Naturale prosecuzione dell’essere, sua “eccedenza” ineluttabile nel ciclo inorganico del cosmo e nell’eternità del Tutto, la morte apre finalmente all’uomo l’opportunità di fondersi panicamente con la (sua stessa) natura. Si confrontino per esempio le due liriche seguenti:

Spremiti Toma
spremiti come
un limone
o spezzati come
si spezza un ramo
d’alloro per
respirare dal vivo, dal profondo.
Questo ordinarsi
di vivere non
ti fa bene
non ti rappresenta più.
Àrditi Toma
datti fuoco acqua terra
datti luce
batti palpita schiuditi
battiti.
Vorrei ficcarmi le dita
allo stomaco
spaccarmi le costole
spezzarle con grandissimo dolore
aprirle
so che non verrebbero fuori
visceri fegato cuore
verrebbero fuori
neve alberi fuoco
vento pioggia
perché io sono fatto così
vegetale e libero.
Io non sono cervello
ossessioni inibizioni
società paure
io sono vita
vita libera libertà foreste
gioia di esistere.

Il suicidio – reale o simbolico – diventa dunque per il poeta un esclusivo momento di ribellione, la manifestazione estrema della propria libertà, l’ultima e definitiva catarsi sfociante in un apocatastatico spossessamento di sé, nell’esaltante / nullità dei morti – nel mare aperto infinito, alla deriva, dove «c’è finalmente la vita / filtrata digerita / c’è la leggerezza / del corpo vuoto». Il suicidio è in noi, recita il verso d’apertura di un altro componimento, al punto da planare sui nostri pensieri / spesso senza motivo:

a volte l’idea sola
ci conforta ci basta
l’effetto al momento è identico
ci pare di rinascere
una forza nuova stordente
per un poco ci possiede
ci fa sentire immortali.

Il vagheggiamento del poeta sulla sua stessa morte lo porta, talvolta, ad anticiparsela simbolicamente, come accade nell’episodio dello sterramento della propria fossa:

Presso mezzogiorno
mi sono scavata la fossa
nel mio bosco di querce,
ci ho messo una croce
e ci ho scritto sopra
una buona dose di vita vissuta.
Poi sono uscito per strada
a guardare la gente
con occhi diversi.

Ipostatizzata, la morte assume allora l’aspetto metamorfosante di «un vecchio putrefatto / ancora vivo / con arti e braccia di gazzella. / Rideva come se il corpo / martoriato non lo riguardasse / […]», oppure riveste le sembianze fiabesche di una vecchia con gli occhi gialli il cui magnetismo induce Toma-poeta a calarsi sonnambulicamente dai gelsomini rampicanti nel suo seducente cortiletto; ancora, diventa un ineludibile essere mitologico che sgranocchia le pannocchie «giù nei campi / gli alberi di noce le aiole / presto mangerà i nostri / muri di casa / i nostri letti le nostre carni / le nostre / valigie lanciate / in un’ultima illusione / di partenza / […]». È la compagna a cui dare la mano e che Ci permette di sorridere / proprio perché è l’ultima volta. È la compagna a cui prestare il fianco: «Sì meglio dare il fianco / alla morte / insegnarle il perdono / che darle le spalle per viltà / o il petto per arroganza». Ma il tema della morte sconfina e si fonde, in Toma, col canto della vita animale, col suo personalissimo bestiario che pone gli uccelli, non a caso, in posizione privilegiata. L’antropologia delle culture sciamaniche insegna, d’altronde, l’equivalenza mitico-rituale dell’anima e del volatile, forse indotta dall’esperienza archetipica del distacco del morto e della morte stessa intesa in quanto “strappo” dell’anima dal corpo, quasi si trattasse di un essere alato che spicca dal trespolo e vola via. Così, la causa finale di un’identica nostalgia si direbbe animare tanto il poeta quanto il volo degli uccelli in cielo:

Se si potesse imbottigliare
l’odore dei nidi,
se si potesse imbottigliare
l’aria tenue e rapida
di primavera
se si potesse imbottigliare
l’odore selvaggio delle piume
di una cincia catturata
e la sua contentezza,
una volta liberata.
Uccelli a vele spiegate
sfrecciano nei boschi
virando ad angolo le querce,
trapassando le fronde
in cerca febbrile del nido
come io di te, lontano amore.

Un fragile gioco di corrispondenze sottili lega così le invarianti tematiche della produzione di Toma: all’esiziale vecchia dagli occhi gialli fa da refrain la civetta dal volo impacciato che il poeta si rifiuta di catturare: «Non la volevo / senza i suoi occhi gialli / la volevo integrale selvaggia / regina della notte fino in fondo» – e con la civetta lo stesso Toma sembra, in fondo, identificarsi:

La civetta caccia
nella calma delle notti
ma stasera che la pace
è limitata
dalla grandine e dal temporale
in qualche vecchio rudere
starà con lo stomaco vuoto
il collo ritirato fra le ali
gli occhi dolci
come lampade a petrolio.
Domani sazia
dominerà il silenzio
con le ciglia che battono lente
come l’orologio della torre.

Non si può non ricordare, allora, il famoso albatros di Baudelaire, poeta assai caro a Toma. Ma se il grande uccello marino, per quanto sbeffeggiato dai marinai sulla tolda, domina incontrastato – prince des nuées – tutta l’atmosfera, la civetta (di) Toma è impacciata finanche nel volo (è superfluo ricordare, appunto, quanto il poeta fosse stato emarginato, in vita, da parte del mondo intellettuale e letterario). E assai spesso il volo di Toma resta, anzi, un volo mancato, come quello che la crudeltà degli uomini interdice ai falchi cacciatori:

Chi con la corda al collo
chi con le ali legate
chi stretta al petto
una striscia di cuoio
se ne stavano i falchi cacciatori
nell’ala più alta del castello.
S’intravvedeva dalla finestra
l’orizzonte radiato dal vento
alberi erbe cespugli
casolari abbandonati
prigionieri d’un vortice infernale.
Giravano il collo
ogni tanto a rilento
e stridevano
si muovevano maestosi
nell’umidità nel buio della sala.
Erano segregati alti
a parità del sole
come un tesoro inestimabile
di cui nessuno conosceva l’esistenza.

Ecco allora che gli uccelli assurgono simbolicamente a figure sacrificali martirizzate, figurae Christi, si direbbe, «crocefissi con aghi con chiodi / negli spazi tra mattone e mattone: / passeri trafitti / da rami di lentischio / falchi attorcigliati nel filo / spinato allodole ballerine / tutti lì morti / travolti in agonia». È come se nella pura innocenza dei volatili si nascondesse l’anima del mondo violata innumerevoli volte dalla società degli uomini, e di cui il poeta vorrebbe rattenere, imbottigliare, appena una traccia: «l’odore selvaggio delle piume / di una cincia catturata / e la sua contentezza, / una volta liberata». Allo stesso tempo, tuttavia, il falco innominabile segregato nell’ala più alta del castello, volutamente dimenticato dal mondo coincide con l’onnipresente e nera protagonista del Canzoniere di Toma, magica e invisibile:

La morte ghermisce
ma forse è innocente
si muove senza malizia
perciò di innocenti
a volte si nutre
come di premure un malato.

Vorrei chiudere questa breve riflessione sulla produzione di Toma nella cifra di questa doppia innocenza della morte e di chi muore, nella pacifica positività con cui il poeta guarda alla dissoluzione del nostro corpo senza mai intravvedere in essa – pur da immanentista qual era – la fine dell’essere, quanto semmai un infinito ritorno all’Origine, un volo in ascesa al proprio nido. E Salvatore Toma era ben cosciente, d’altronde, del fatto che ogni vita nasconda un segreto, una specificità irripetibile che appunto solo la morte conosce, un segreto che non può essere invece conosciuto dai vivi perché tra i vivi e i morti, sostiene il poeta, è giusto che non vi sia alcun contatto, nonostante la bruciante nostalgia che si prova per chi non c’è più. Troppo infatti soffrirebbero i morti sapendo quanto il loro doloroso ricordo opprima i vivi, troppo ne sarebbe incrinata la loro (oramai) conquistata tranquillità[5]. A noi resterà di loro soltanto un’immagine enigmatica in cui si raddensa, appunto, quel lontano e inafferrabile segreto:

Ti si intravedeva
fra le antiche mura
svagata nel gioco delle onde
camminare sul bagnasciuga
leggera nel vento la tua veste chiara
il tuo sguardo distratto
lontanamente rapito.
Risuonava il mare quel mattino
dei colpi del maestrale
ma nulla sciupò il tuo sguardo
il tuo incedere di marmo
nemmeno il saperti lì sola
smarrita da sempre.


[1] Maria Corti, Introduzione, in Ead., Salvatore Toma. Canzoniere della morte, Torino, Einaudi, 1999, p. VII.

[2] Si veda la terza pagina letteraria di «Tempo d’oggi» 19/01/1978.

[3] D. Valli, Introduzione, in S. Toma, Ancóra un anno, Capone, Cavallino di Lecce, 1981.

[4] O. Macrì, Nuova poesia nel Salento Europeo, naturalismo fiabesco e selvaggio di Salvatore Toma, «L’Albero» 31/63-64, 1980, pp. 215-232.

[5] A. Cudazzo, L’«odore selvaggio» dell’ultimo Toma. Vivere (o morire) per ritornare all’autentico, in L. Pagano (a cura di), Salvatore Toma. Poesie (1970-1983), p. LXXV.

Andrea Macciò

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