Alfonso Traina poeta

Mi piacerebbe aprire la serie di riflessioni che Quærere dedicherà ai poeti raccontando di un incontro personale. Si tratta di un avvenimento, per me assai significativo, che occorse ormai quasi dodici anni fa, nell’estate del 2009. Alla fine di un bel viaggio che, assieme ad alcuni amici, avevo deciso di concedermi tra Vienna e Firenze per festeggiare la maturità liceale, bazzicavo nei pressi della stazione di Santa Maria Novella, prendendo tempo nell’attesa del treno che mi portasse a Pisa, dal cui aeroporto sarei poi ritornato a Cagliari. Si trattava di un paio di minuti appena, durante i quali, però, ero stato immancabilmente attratto dalla solita bancarella improvvisata di libri nuovi e usati, di cui spesso si riempiono le città turistiche, specie nei luoghi di maggiore affluenza e viavai. Tra la miriade di volumi affastellati alla bell’e meglio, ne scelsi uno a caso. Sulla copertina in cartoncino leggero il frontespizio era molto elegante, composto da una cornice d’avorio che racchiudeva un ulteriore quadrilatero rosso bruno, a richiamare i bordi esterni della rilegatura. Il titolo aveva un tenore decisamente liturgico, da libro delle ore: Versi del mattino e della sera. Nuovamente affidandomi al caso, aprii e lessi fortuitamente una lirica – Buoi:

Se bianche forme nella verde luce
Mi fissano con occhi senza tempo:
solo nell’uomo l’universo apprende
la propria morte.
Sono una clessidra
di sangue.

Non nego che, nel gioco ozioso alle sortes psalmorum con cui andavo distraendomi, fui colto alla sprovvista dalla verità con cui si (dis)chiudeva, epigrammaticamente, il breve e densissimo giro dei versi (Sono una clessidra / di sangue), una verità a propria volta balenata alla mente dell’autore dal riflesso multiplo che della sua immagine gli restituivano gli occhi di una mansueta mandria di buoi, animali sacrificali per eccellenza, certo, e probabilmente, sul piano dell’immaginario, termine di identificazione per il poeta. Subito acquistai il libro e presi a leggerne altre pagine, quasi dimenticandomi del ritorno a casa. Già nel corso del viaggio, in ogni caso, i Versi del mattino e della sera continuarono a riservarmi altre apocalittiche serendipità ed epifanie improvvise. Scopersi poi di lì a poco – rivelazione ulteriore – che l’autore della silloge, Alfonso Traina (scomparso a Bologna all’età di 94 anni, il 18 settembre 2019), era un latinista di fama mondiale, grandissimo studioso degli scrittori antichi, da Catullo a Seneca, e massimo esegeta della produzione latina moderna e in primo luogo del Pascoli. Da studente in Lettere dovetti peraltro formarmi sui suoi stessi manuali (ben nota a tutti dell’ambiente è ancora la Propedeutica al latino universitario). Insomma, posso dire di essere stato forse il solo ad aver conosciuto il Traina dapprima come virtuoso poeta, peraltro bilingue, italiano e latino, e solo dopo come filologo e accademico.

Introdotti dal dedicatario della raccolta, Giorgio Bernardi Perini, e prefati da una breve lettura di Antonio La Penna, i Versi del mattino e della sera (Mantova, Tre Lune Edizioni, 2008) propongono in particolare un’autoantologia costituita da componimenti – i primi dei quali risalenti al 1943‑’44, nientemeno – tratti da otto volumetti pubblicati tutti fuori commercio a Bologna per i tipi di Pàtron fra il 1992 e il 2008 (si tratta di Stagioni [1992], In cerca di parole [1994], Le parole e il tempo [1996], Tra due silenzi [1998], L’attesa [2001], Il mosaico [2003], Penombre [2005], Paene postuma [2008]): il lettore è così posto di fronte a una matura e selettiva riflessione svolta sopra un lavoro poetico pluridecennale e di per sé già rilevante. Nella sezione centrale dell’edizione, tra le poesie tratte da In cerca di parole e Le parole e il tempo, l’autore inframmezza alcuni Appunti sulla poesia e la critica (pp. 113‑115). Dalla raccolta è invece esclusa la produzione latina, a cui Traina dedicherà un apposito spicilegio appena due anni dopo, in una seconda pubblicazione virgilianamente intitolata Pura sub nocte (Mantova, Tre Lune Edizioni, 2010). Ma il magistero della migliore tradizione classica riecheggia diffusamente, com’è naturale, anche nelle liriche in italiano, alla cui lettura non può che tornare alla memoria, almeno per chi ha avuto domestichezza con gli studi umanistici, la dignitosa compostezza del poeta che rivolge tutto il proprio impegno artistico all’ottenimento di una tersità di stile che è agevole soltanto in apparenza, ma che in realtà dissimula una dolorosa composizione dei dissidi. Ed è la Natura il luogo privilegiato di questa riconciliazione (– Essere):

Essere, non sentirsi
essere, non rapina
del tempo.
Essere masso in cima alla montagna,
sfiorato dalla grande ala del vento,
essere sasso al fondo di un torrente,
su cui s’increspa
appena la corrente.

Una mai sopita urgenza esistenzialista trova così la propria tregua in momentanei “sprazzi di gioia contemplativa” (come ebbe a definirli La Penna), in cui però è l’universo minerale a esercitare, a ben vedere, il maggior campo di forza. Rivolgendo la propria parola a – Le pietre, «levigate dal vento, arse dal sole / irrigidite iridescenze», il poeta suggerisce a un punto il motivo del magnetismo che i “gioielli della terra” esercitano su di sé: «io so perché vi amo, / voi che sarete quando non sarò, / voi dove il tempo è fuoco raggelato, / pietre». Al male di vivere di montaliana memoria, potremmo dire, Traina poeta risponde con un’aspirazione alla divina Indifferenza del mondo inorganico a cui l’umanità è destinata. Talvolta, la medesima pulsione può esprimersi però anche, ex negativo, coi toni virulenti di una fuga mundi, come ne – Il rimorso (che rovescia, con amara ironia, i celeberrimi versi di Pavese):

Mi rimorde la vita
come un vizio segreto.
Sono un’ombra che offusca
la purezza del Nulla.

Non la morte, come in Pavese, ma la vita è qui il rimorso, un vizio, o meno ancora: l’increspatura che intorbida appena le placide acque del Nulla, oppure (in – Vita, – La mela marcia, ecc.) il confuso e verminoso pullulio dell’arte macabra. Dialogando coi – Monti, il poeta allora intuisce un punto di quiete nella dimensione della non‑vita, nel sogno cioè di un cosmo totalmente abiotico: «[…]. Ma non è la morte, / sporca di vita; ma non è l’eterno, / sazio di vita. Voi mi dite, monti, / che solo assenza della vita è pace». Nell’opera di Traina morte e vita tendono di fatto a coincidere (– Pascoli): «[…] parvenze speculari / di uno stesso soffrire», com’è evidente nella meditazione sul mistero della – Donna, nel cui grembo «è scavato l’abisso / dove s’infutura / la morte», o ancora in – Schegge di vita, i cui versi si avviticchiano sul terribile paradosso che potremmo definire della morte germinale: «oscuro embrione si dilata lento / in noi e ci svuota della nostra vita / giorno per giorno, finché colmi il tempo / di partorire ognuno la sua morte». Anche la divinità, che pure non è assente dall’universo nichilistico del poeta, resta nondimeno una divinità lontana e talvolta ambigua, un creatore che volle specchiarsi nel volto della sua stessa creatura (in – Apologo) «e vi scorse riflesso, inorridendo, / il sardonico volto del Maligno», oppure – Il Dio ignoto che crudelmente si riduce a «occhio che guarda il bulicame umano / dall’ombra, e ride la pupille un riso / misterioso». Al massimo, anche la divinità può riscoprirsi troppo umana e impotente di fronte allo scacco della Storia, come ne – Il cireneo, in cui il poeta quasi ribalta i ruoli del polo creatore‑creatura:

Troppo pesante anche per te, Signore,
se non ti aiuti a sostenerla l’Uomo,
la croce del dolore.

L’animo disilluso del poeta trova quindi il suo santuario privilegiato ne – Il verde tempio della natura, in cui la teoria degli alberi crea «Verdi navate / tra nicchie d’ombra» e prelude al «[…] marmoreo altare / dei monti», sotto la volta del cielo. Gli epigrammi di Traina, è bene ripeterlo, temperano infatti ed esorcizzano a un tempo le amare verità del suo pensiero con lo spettacolo degli “interminati spazi e sovrumani silenzi” della natura. Si tratta peraltro, va detto, di una natura prevalentemente montana, che – Nel bosco (in Due haiku per T. [II]) dischiude al poeta stupefacenti apparizioni: «Al primo sole / dopo la pioggia / quanti / alberi di Natale». Esemplare e suggestiva è, in tal senso, la lirica – Alpe:

Dorato verde di prati
fra il verde opaco dei boschi.
Diafane lame di roccia
Dentellano un cielo lontano.
Giù in fondo alla concava ombra
lampeggiano scaglie di sole.
Ascolta: ti sibila intorno
il silenzio.

La funzionalità poetica dell’attribuzione ossimorica di un sibilo al silenzio verrà di fatto chiarificata dall’autore ne – L’addio:

È l’ora: parti. E l’eco del tuo addio
lontanando misura
intorno a me lo spazio
della mia solitudine.

Anche – L’addio, a ben vedere, è una lirica del silenzio (che, per quanto non vi sia nominato, coincide perfettamente con la solitudine). L’intuizione del poeta è qui un vero e proprio teorema dell’immaginazione pura: l’eco è più silenziosa del silenzio assoluto, dacché al silenzio dà corpo e lo rende drammaticamente esperibile. Ed è – Al silenzio che va ricondotta, d’altra parte, l’Origine: «In principio non era / il Verbo, era il Silenzio. // Il mondo è l’eco della Sua parola / e svanirà come svanisce l’eco: / la sua parola è nata dal silenzio». E nuovamente al silenzio il poeta ritorna, piccolo dio balbuziente, semmai ne possa risalire per dare nome alle cose e al mondo (– Dal mio silenzio):

Mi immergo
ogni giorno di più
nel mio silenzio,
se mai riaffiori
a sillabare il mondo.

Wladimir Weidlé, citato dall’autore (p. 115), sosteneva opportunamente che “la creazione poetica coincide in certa misura con la creazione linguistica”, con la sillabazione (o forse sarebbe meglio dire lallazione) del poeta. Ma l’affioramento dei versi sulla superficie della pagina bianca può darsi soltanto per il moto contrario di un’immersione a piombo del poeta nei mari silenziosi di uno sconosciuto altrove. La poesia del Traina, ma universalmente tutta la poesia, è infatti principalmente un descensus, lo scavo minerario all’inesausta ricerca di una vena d’oro (la vena poetica?) da riportare alla luce, e che, verso dopo verso, conferisce a ogni componimento la sua verticalità. E a sua volta, per restare ancora nell’immaginario del mare, la poesia diventa – La sonda:

Getta la tua parola
come sonda
nel silenzio dell’Essere,
poeta.
Altri ne ascolteranno
l’inesauribile eco.

Tanto altro ci sarebbe ancora da aggiungere a proposito della produzione italiana di Traina poeta, sulla quale meglio di ogni altro scrisse già La Penna introducendo i Versi del mattino e della sera (pp. xvii‑xviii):

Tutte le liriche di queste raccolte sono chiuse nel giro dell’epigramma, anche quelle più lunghe; ma non si tratta mai di frammenti: il giro della composizione è sempre concluso e perfetto. È inevitabile pensare che Traina abbia avuto in mente il modello di Catullo (il poeta forse da lui più amato), naturalmente del Catullo dei carmi brevi. Il poeta latino, però, è più vario nei sentimenti e nei toni […]; la poesia di Traina si dispiega come una dolcissima melopea, che tende ad evitare grandi scarti tonali; anche quando il tono è più cupo, la dolcezza del canto evita durezze ed asprezze. A Catullo fa pensare anche l’elaborazione perfetta dello stile: in centinaia di epigrammi non una stecca; rarissime le durezze; mai ostentata l’eleganza; quasi mai raffinatezze gratuite; mai prolissità.

Semmai si dovesse trovare il correlativo figurativo alla poesia di Traina, subito verrebbe alla mente un accostamento ai quadri di Giuseppe Modica. In entrambi gli artisti troviamo infatti i medesimi chiaroscuri, gli stessi sapienti giochi di luce, di riflessi e trasparenze e, soprattutto, un’identica tavolozza di azzurri. E con l’azzurro concludo questo mio intervento sul poeta ritornando (letteralmente) da dove sono partito. Diretto appunto a casa dopo il mio bel viaggio di maturità, sul volo Pisa‑Cagliari non potei fare a meno di rileggere una lirica dedicata all’isola:

Sardegna, antica madre
dal cuore incenerito,
specchi nelle cerulee trasparenze
le tue rocce scolpite
dal vento e della luce.


In copertina, Claude Monet, Passeggiata vicino all’Argenteuil.

Andrea Macciò

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