Diceva Ibraheem

Diceva Ibraheem
che nel vecchio mercato di Betlemme
c’è una scala bianca,
ma io non l’ho vista.

Ho visto Gerusalemme, invece,
così vicina da annusarla, oltre una vallata
di nulla – di asfalto e case e recinzioni elettriche
e strade per pochi, allora un miraggio.

La scala è proprio lì, diceva Ibraheem.
Bevi il mio tè alla menta, ora.
Assaggialo e pronuncia la mia lingua, nana, menta.
Così vedrai la scala, ha detto.
Ma io non la vedevo.

Ti porto alla Basilica dov’è nato Gesù,
vedrai che funziona.
Uno stormo di gente, invece,
capo chino e mani giunte.
Il guardiano della grotta
appaiava i credenti e diceva veloci.
A me che ero in piedi e sola ha detto inginocchiati.
La scala non c’era, nemmeno Gesù.

Diceva Ibraheem questa è mia madre.
Lei ha visto costruire la scala
mentre mio padre era in carcere.
La bomba che gli è costata diec’anni
non l’ha mai piazzata.
Ma la piazzerà.

Diceva Ibraheem era bello giocare
nelle scatole di lamiera dei check point
di inizio Millennio,
rubare mazzi di carte e sigarette
le mattine che la scuola era a pezzi,
ma si avevano comunque otto anni, a Betlemme.

A sera la città era finita,
mangiavamo hummus coperto di mandorle
e guardavamo ciuffi di rosari per turisti
chiusi dentro le teche dei negozi.
Diceva Ibraheem perché non facciamo l’amore
stanotte, visto che abbiamo la stessa età?

Su uno spiazzo vuoto
lungo la via del mercato
ha indicato un punto davanti a sé,
in discesa tra due case zoppe.

Vedi la scala? Ha detto.
E la scala, la scala era lì.


Elena Panzera

Redazione

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