Le vite attraverso le cose

Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, Edizioni Terrarossa

La casa è sospesa, sembra fuori dal tempo, avulsa dalla storia. La casa è chi l’abitava. Ora la casa è solo la casa, un contenitore di oggetti. Sono loro che raccontano la storia; non lo fanno in prima persona, in quanto soggetti parlanti, anch’essi sono narrati da una voce terza ma sono la materia attraverso cui si dipana la trama. Sono le cose appartenute alla famiglia. Novantanove oggetti per il tramite dei quali conosciamo gli accadimenti e Madre e Padre e Maggiore e Minore, le relazioni tra loro, il passato, il presente, il futuro, le sorti della famiglia, l’incidente. È entrando nelle cose d’uso quotidiano che si profila il ricordo, che si narra il dolore, la perdita di chi resta.

Così, l’autore, Michele Ruol, procede in modo innovativo rievocando le vicende  per frammenti, dividendo il romanzo in brevi capitoli rappresentati dalla cornice, la cuccia, il trolley da viaggio, la copertina di lana rosa, lo scontrino del McDonald’s accartocciato, la scatola da scarpe taglia 43. Ogni cosa è parte della vita dei protagonisti, fa capo a una giornata, un’amicizia, un periodo, un episodio. Il montaggio temporale non segue la linearità degli eventi, ma procede per sbalzi facendo del lettore un attore attivo che deve ridisporre la cronologia della trama, e rivelando solo per gradi cosa sia realmente accaduto nel bosco, cosa sia successo a Maggiore e Minore e al loro amico, chi guidava l’auto. Il montaggio non è consequenziale, il tempo narrativo non è quello della storia ma gioca con lo svelamento progressivo dell’enigma e la rivelazione finale, si muove avanti e indietro tra passato e presente, tra la presenza e la vita, tra l’assenza e la morte. Gli oggetti hanno il compito di evocare ma anche quello di ricostruire i fatti. Il libro ce lo dice subito. Maggiore e Minore non ci sono più. Il compito è affidato alla cornice.

«Cornice d’argento, 15×22 cm

La foto dei ragazzi sul tavolino nell’ingresso è la stessa che avevano usato per lapide.

È stata scattata dopo un pranzo di Natale e li ritrae, il volto arrossato e la camicia sbottonata, mentre Magggiore prende sottobraccio Minore. I due fratelli si guardano, anticipando di un attimo il momento in cui scoppieranno a ridere.

Dopo quella foto non ce ne sono altre, o quanto meno non di loro due e basta. Qualche istantanea in posa – Maggiore in piedi, Minore in ginocchio – con il resto della squadra a un torneo organizzato dalla parrocchia, o tutti in fila con gli amici, la torta di compelanno sul tavolo. Decine di autoscatti con smorfie, occhiali a specchio, segni dell’abbronzatura, boccali di birra alzati.

Ma altre foto che meritassero di essere stampate e messe in una cornice d’argento, quelle no» (Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, Edizioni Terrarossa, pag. 12)

Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un libro commovente, è la storia di una famiglia segnata dalla morte dei due figli, è anche la storia di un dolore, di come Madre e Padre si annullino nell’orrore della perdita, e delle diverse reazioni alla morte, la discesa agli inferi di Madre, mentre Padre si getta nel lavoro, il crollo di Padre, la risalita di Madre. Padre e Madre non sono. Sono solo Padre. Sono solo Madre. Non hanno nomi propri, sono ruoli genitoriali, sono l’universalità di un sentimento d’amore che non ha più destinatari, sono simbolo di una desolazione dalla quale non c’è via di scampo, non vi è alcuna soluzione, alcun ritorno o fuga, non si può far altro che riemergere, prima o poi, abitati per sempre da un sottofondo di pena.

Ma Ruol, nell’esporci questa storia, non scade mai nella compassione drammatica, nell’esagerazione. Lo stile è scevro di qualsiasi eccesso, la scrittura è sobria, non commenta, la prosa è scarna, quasi giornalistica, ma capace di far arrivare a chi legge una malinconia velata, celata dietro la funzione affettiva che le cose hanno avuto nelle vite. Tutto è permeato da equilibrio, dosato nella disposizione dei fatti. Padre e Madre li vediamo destreggiarsi nel tempo, avere a che fare con questo bolo indigeribile di vuoto, eppure una risalita è concessa, rappresentata dal simbolo del tempo e da un incontro.

«Togliamoci gli occhiali da sole, le aveva detto Madre.

Erano rimaste a guardarsi con gli occhi gonfi. La ragazza, il viso tempestato di lentiggini, aveva allora preso dalla tasca una clessidra e gliel’aveva data.
Per molti è la metafora del tempo che scorre inesorabile e che non si può fermare: sopra quello che ancora abbiamo, sotto quello che ormai è passato, le aveva detto.

Però a guardare bene, la sabbia si sposta, ma non se ne va mai. Basta girare la clessidra e il tempo riprende a scorrere. Non lo so, io mi perdo in queste cose filosofiche e magari una clessidra è solo una minuscola spiagggia portatile. O un deserto bonsai. Alla fine, è sempre una questione di prospettiva» (Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, Edizioni Terrarossa pag. 189).


Silvia Penso

Silvia Penso

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