Luca Starita. Pensiero stupendo. Una riflessione su libertà e automatismi

«Ogni persona tradisce, che sia col pensiero, con l’atto fisico o digitale. E se ogni persona ha questo tipo di impulso, questo desiderio di sentire, parlare, guardare qualcun altrə, forse è arrivato il momento di provare a pensarlo come un elemento più naturale, più legittimato a esistere, dell’esclusività» (Pensiero stupendo, Luca Starita, effequ, p. 21).

Per parlare di Pensiero Stupendo di Luca Starita mi è sembrato opportuno iniziare da una citazione, in quanto rappresenta l’assunto per esaminare le relazioni di coppia così come le conosciamo, e prima ancora per scandagliare i meccanismi, innescati fin dalla nascita, che conducono le persone ad adottare un univoco sistema di pensiero, a contemplare le relazioni amorose solo in senso monogamico, circoscritte all’interno di una serie di abiti incancreniti e ben poco aderenti al reale nonché alla nostra essenza di esseri umani.

Il saggio parte da un’introduzione esplicativa, riguardo le intenzioni e il tema discusso, per poi indagare i rapporti, la coppia, il matrimonio, il tradimento, le dinamiche tra i sessi attraverso la letteratura: si evocano tra gli altri Anna Karenina, Le affinità elettive, Il rosso e il nero ma anche la filosofia dei libertini, il rapporto aperto tra Sartre e de Beauvoir, l’esistenza emancipata e disinibita di George Sand.

Dal libro mi sarei aspettata forse un approfondimento più rilevante sull’argomento e maggiori risposte, ma trovo comunque interessante l’aver trattato la materia attraverso altri testi e storie di altre vite, perché in fondo cos’è la letteratura se non anche l’espressione del dissidio, la forma atta a interpretare le crepe, le peculiarità e tutta la cara vecchia incongrua materia umana come uno specchio della società nell’accatastarsi dei secoli, un contenitore del desiderio nonché del conflitto che s’agita perenne dentro gli animi? La letteratura mostra da sempre l’uomo in dissidio con la legge collettiva, con i dogmi religiosi e non, con sé stesso, con le consuetudini formalmente assunte che così perfettamente si collocano agli antipodi del desiderio e della natura, laddove il sesso viene considerato un valore morale, un’interdizione sacra e non un piacere, un bisogno, un’emozione. Il libro vuole essere anche un excursus che attraversa la storia della libertà sociale, culturale e sessuale tramite esempi letterari e non che si susseguono pagina dopo pagina.

All’interno del saggio rinvengo delle parole chiave, i punti nodali che l’autore vuole far emergere per spiegare i motivi di questo interrogare. La prima è«automatismo». È una parola che a rifletterci, nel modo in cui qui è esplicitata, fa paura, sicuramente dovrebbe, perché a me sembra che molte delle scelte che si attuano durante l’arco della vita spesso si compiano senza un vero discernimento ma usando meccanismi introiettati, accettati come gli unici possibili, preconfezionati. Siamo convinti di essere attori coscienti delle nostre decisioni quando, al contrario, persino il desiderio scaturisce da un costrutto sociale, da un’educazione all’essere, al volere e comportarsi affinché si seguano determinate condotte, come se noi fossimo monoliti marciatori su linee rette identiche per tutti, convinti che il senso, la realizzazione della vita personale consistano perlopiù nel lavoro, il matrimonio, i figli, con priorità differenziate tra soggetti maschili e femminili. L’importante è mantenere l’ordine, lo status quo, il potere dei vertici costituiti.

Così Starita: «Con automatismo intendo quell’atteggiamento che rende scontata una serie di comportamenti all’interno della relazione amorosa, tra cui la fedeltà – ovvero l’esclusività –, l’eternità, o ancora l’idea che l’amore possa esistere solo tra due persone non di più» (p. 16).

L’autore non è contro la coppia, del resto, accoppiarsi, aggregarsi, innamorarsi sono bisogni naturali; il fine di chi scrive è contemplare un po’ più a fondo la nostra natura, svelare quel sistema di potere che impone come possibile, salubre e giusto un solo sistema di giudizio, scarnificando e sacrificando ogni altra possibilità etichettata puntualmente come contro natura, e infine proporre alternative al sistema binario, maschilista, monogamico, al matrimonio come patto sociale, come se questo fosse un contratto necessario a stabilire l’importanza del legame «un timbro di autenticità al nostro rapporto amoroso, imponendoci un limite che potrebbe non esistere» (p. 16). Ugualmente l’«esclusività» sembrerebbe dare un valore all’unione tra due persone che altrimenti non avrebbe, ma nel tempo può anche rendere la coppia una prigione; gioca su una chiusura, un ripiegamento dei soggetti su sé stessi senza possibilità di cambiamento, rigenerazione. «Siamo abituatə sin da giovani, come nelle solite favole di principi e principesse, a pensare che l’esclusività sia la forma più potente dell’amore» (p.16), la nostra società dà un tale peso e valore all’amore – ma attenzione a un solo tipo, quello del binomio uomo-donna, cristallizzato nel matrimonio e nella nascita della prole – che siamo portati a pensare che l’amore stesso sia il sentimento più importante nella vita di una persona e che sarà «duraturo, indissolubile, resistente», vi si aspira in una continua ricerca, si crede nelle due metà della mela, si ha una visione romantica della vita amorosa, sebbene siano significativi i dati dei divorzi, aumentino omicidi, violenze, femminicidi, siano palesi frustrazioni e sbilanciamenti di potere perpetrati all’interno delle relazioni. La collettività, del resto, porta avanti un altro mito da osteggiare e guardare con sospetto, quello della «solitudine». Per la società essere soli è negativo «è ipotesi di una malattia dell’anima, è incompletezza, è incapacità» (p. 18). E ad ascoltare questo mantra sin da piccoli, il concetto di solitudine si sfalda divenendo disagio, paura, sinonimo di disadattamento invece che occasione di realizzazione o normale scelta di vita, libertà assoluta. Tutto questo sentire porta a organizzare l’esistenza verso l’unica direzione possibile, l’unione monogamica, la quale assume la forma della sicurezza anche quando per indole non collima con aspirazioni e tipicità dell’essere creature istintuali quali siamo. Si dovrebbe, invece, iniziare a pensare che tale sistema non sia universale. Gli umani sono esseri ontologicamente inclini al cambiamento, al desiderio, all’emozione, alla ricerca, come potrebbe essere fonte di soddisfazione rifiutare la necessità dell’evoluzione personale, attraversare la vita omologati in tandem, e come si può essere convinti a prescindere che una persona sola sia capace di esaurire la complessità che ci appartiene? Non è anche una responsabilità che si consegna all’altro e una promessa impossibile da mantenere? I presupposti sbagliati che minano la base dei rapporti possono solo generare insicurezza e mania del controllo. «Perché assicurarsi che le persone si associno sentimentalmente e fisicamente a due a due?» (p. 23) Forse, suggerisce l’autore, dovrebbe essere importante, in un periodo storico in cui si ha maggiore coscienza della precarietà e della brevità della vita, «trovare regole per la propria unica e individuale esistenza, senza che qualche altra persona, dotata delle stesse identiche caratteristiche, decida di intervenire per sostenerne la fallacia o la non adeguatezza» (p. 24).

«Libertà», quindi, ma anche dialogo sincero e aperto, perché non possiamo nascondere che sentimenti negativi come la gelosia e la possessività appartengano, purtroppo, agli umani e per giunta siano non demonizzati ma accettati, scusati, assimilati come normali sentimenti e agevolati dal comune sentire, giustificati da certi ambienti e politica. D’altra parte, il sistema così strutturato facilita l’auctoritas, le istituzioni mirano al controllo, a infervorare i tabù, a disciplinare e normalizzare ogni deviazione dal precetto convenuto (ma da chi?), a galvanizzare il sesso trasformandolo in peccato, a immettere nelle nostre vite censure silenziose, invisibili, di cui neppure ci accorgiamo declinando ogni riflessione costruttiva, ogni domanda sulla nostra specie e le sue reali peculiarità. Si ha paura. Paura del «tradimento», considerato come la peggior ferita da infliggere alla fiducia dell’altro. Ma se desiderare prima o poi un’altra persona fa parte della nostra natura, come può annullarsi questo impulso solo per il fatto di impegnarsi in una relazione monogama? È chiaro che il tutto sfocerà in malcontento, insoddisfazione, rabbia, separazione. Ciò che si richiede è il sacrificio, l’oblio della natura, dimenticando che «il desiderio, però, è una fonte che non si esaurisce. Si assopisce, si nasconde, si smussa, si offusca» ma prima o poi tornerà e diventerà impellente. «Qual è la differenza tra masturbarsi con un porno e masturbarsi in video con una persona conosciuta sui social? Il concetto è lo stesso: desiderio» (p. 26). Le relazioni non possono strutturarsi come qualcosa che non contempli il movimento, la trasformazione, perché sono le persone stesse a cambiare in base alle esperienze, agli incontri, in un accumulo di strati che l’uno sull’altro si posano sul tempo e sulle vite; si dovrebbe avere «consapevolezza» di questo e cercare non tanto di valutare in senso negativo o positivo la monogamia, ma capire perché le società considerino così importanti i concetti di fedeltà, esclusività, condivisione di ogni esperienza, centralità dell’amore nella vita delle persone a scapito di tutto il resto, generando insofferenza, perdita di vitalismo.

Quello che vedo fare da sempre assomiglia a un compito: mantenere l’ordine tramite l’idealizzazione della famiglia tradizionale, sottomettere la donna colpevolizzando il desiderio, generare la paura della perdita tramite il ricatto dell’instabilità e della solitudine considerati quali poli avversi a una presunta normalità, l’approvazione del sentimento di possessione come normalmente accettato, la delegittimazione del sesso, considerato talvolta come perversione al di fuori del rapporto monogamico, la stigmatizzazione delle persone che optano per scelte diverse da quell’unica approvata (ma da chi?), ufficiale. È un fatto di sistema, per questo è un libro anche politico. E sebbene un saggio così breve si muova solo sulla superficie del problema, resta comunque importante porre l’attenzione sulla questione e interrogare la struttura che dovrebbe rappresentarci e che invece non rispecchia la verità antropica, la quale è non univoca ma diversificata e complessa, esattamente come la rete emozionale che ci contraddistingue in quanto esseri mutanti portati al dinamismo.

L’autore avanza soluzioni che mettono al centro il dialogo, il rispetto, la risoluzione dei conflitti attraverso il raccontarsi con sincerità esponendo i propri desideri. Può essere un punto di partenza sebbene semplicistico. Non è intenzione del libro farsi soluzione e come accade oggi per molta saggistica non si propone un modello definito e definitivo che valga per tutti e sempre (come impone invece l’istituzione patriarcale, ancora intessuta di ormai visibili contrarietà e che pure perpetua un sistema binario di cui risultano eclatanti i limiti, l’impossibilità di poter rappresentare tutti, per non parlare dei governi che di questo sistema, ipocritamente, fanno un motto e una bandiera, uno slogan che promuove attraverso la chiusura e l’immobilità sociale le loro vittorie misoneiste); questo è un testo che pone domande e queste domande si reiterano oggi in molti àmbiti e tante sono le scritture a riguardo. Ciò significa che si sta attuando una presa di coscienza, che alita uno spirito di tempi nuovi e si avverte una necessità di allargare determinate concezioni. È difficile cambiare i contesti, rivoluzionare radicate certezze. Tuttavia, il sistema può iniziare a incrinarsi aprendo un dibattito pratico e costruttivo e assodando un diritto, che è quello della libertà personale della scelta palesando un assioma: non si deve più subire un solo punto di vista come valido per l’intero consorzio umano, una sola narrazione della sessualità, sbilanciata, inoltre, nell’ottica di una visione patriarcale; le persone dovrebbero poter scegliere chi sono, chi amare e come farlo senza essere mai stigmatizzate, auspicando un mondo più equo e giusto in cui mai più nessuna violenza, sopruso, dominazione sull’altro siano giustificati da idee e forme sociali unidirezionali, un universo nuovo, di valori e diritti orizzontali finalmente conformi alla natura umana.


Silvia Penso

Silvia Penso

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