Piccola delusione poetica. Sulla felicità (che non fu mai)

Brancaleone Calabro, agosto 1935

Tornando allo studiolo, sulla via della discesa al giardino, il principe dei boschi sente di infrangere un momento eterno, e si ferma sul limitare della radura, osservando il monte Olimpo sopra di lui, adombrato di nubi rosa e violetto. Vede gli dèi conversare, dimentichi dell’umano malinconico tra loro. Non osa andarsi a recuperare scarpe e giacca. Ridiscende verso il villaggio, e supera Achille che sta fitto fitto piegato a conversare con Patroclo, scorge di lontano una poetessa vaga del mare, ma che non osa raggiungerlo, supera satiri, centauri e nereidi intenti a dialoghi esclusi. Prima di abbandonare i templi, vede Calipso infrangibile, ritta e risoluta tra le colonne ancora in piedi, che lo osserva allontanarsi. 

All’improvviso, nata dal veleno, un’immagine sfilacciata da una nube divina gli corre al fianco. Gli sembra di scorgere sé stesso muoversi vivace un poco più in là, tra alti tronchi. Si sporge, inforcando meglio gli occhiali, ma deve continuare a discendere. Si sbraccia e tira per vedere l’altro verso chi corre, chi prende tra le sue braccia, ricambiato di un bacio abbandonato. Lo vede poi correre in macchina sulle grandi distese d’Occidente, di là dal bosco, con lei vicina. Sembra un professore americano. Si chiede se non sia uno scherzo di Calipso, e se non sia la sua Tina quella donna, che ora ha sembianze della dea dell’abbandono, ritta sulle colonne. Per un attimo sente una nostalgia bruciante di casa, escluso dalla possibilità di quel legame che lo dilania. Non gli riesce di vedere, quella che appare come una visione del futuro gli viene preclusa dalla nebbia olimpica.

Apre la porta dello studiolo esausto. I piedi sono tutti escoriati. Gli occorrerà di sostituire le scarpe. Passerà il resto della serata al bar del villaggio, a stringere con gli esiliati quel giusto di relazioni che gli permetterà di ricevere i suoi allievi di latino e greco, e passerà qualche giorno nel sonnecchiare venutogli dall’abitudine del caldo che asfissia il villaggio. La sua stanza al di qua dei binari gode pure del privilegio del venticello marino, che gli bagna le labbra nel sonno. Ma si astiene dal guardare il mare.

Si sente più balena che uomo, si sente più simile al vapore che gli ha impedito di vedere l’immagine del suo futuro. Sei solo. Dalla solitudine non sa salvarsi, è una condanna come quelle delle pietre ai sisifo. E poi ne vengono d’altre, di visioni di sé. Dà per scontato che sia il futuro. Deve essere una magia rubata alla radura antica, lassù verso le falesie, finanche una prova per essere parte di loro. La civiltà era greca qui, una volta, dice a sé stesso, qui nacque il tempo e la civiltà, anche qui rinacquero le vite, forse anche la mia. Forse questo esilio è fatto per riportarmi a casa. Non le trova immagini inusuali, deliranti o ansiose. Prende a trarne conforto. 

Così, mentre dà ripetizioni ai ragazzotti imbronciati, dalla finestra passa un principe di volta in volta più vecchio di cinque anni. Trentadue, trentasette, quarantadue, quarantasette, cinquantadue, cinquantasette, sessantadue … Alle volte cammina solo, sempre simile a sé stesso, sempre coi suoi completi di lana grigia, a volte con bianco lino estivo, mai senza cappello, senza cravatta o senza pipa. Mai senza una valigetta piena di fogli. Sempre asciutto e schivo, sempre abbandonato a un piacere inafferrabile d’essere in disparte, convinto che attraverserà i binari senza esser preso dalla locomotiva. Altre volte, andando magari alla tabaccheria, al bar o alla locanda, seduto a un tavolino nel fondo della notte estiva, lo vede sbucare da dietro la fontana, come sapendo l’odore della pietra, con un sorriso non sgamato sul viso, dimentico di sé. Porta una barba folta e ingrigita un poco, deve aver superato i quarantadue, forse anche i quarantasette. È ancora alto e asciutto, più robusto sul petto, indossa una giacca dal taglio snello e una mano passa tra i fili argentei delle tempie. Non vede che un vestito azzurro, una sartoria che non sa, scarpe basse dal tacco bianco, un braccialetto che brilla nella sera afosa. Non vede i capelli di lei, ma sempre vede il bacio che lo accoglie.

Si volta al suo tavolino, finendo il drink già caldo. Alza lo sguardo come un tentativo di salvarsi da quella visione crudele. Cerca l’Olimpo oltre le casupole basse e i fili elettrici. La notte sarà devastante per il suo corpo. Le zanzare entrano dalla finestra che dà sul binario e senza pietà gli mangiano la carne. Le molle del letto gli scalfiscono i lombi. Si aggira famelico per lo studiolo, si getta sulle mattonelle fresche e bitorzolute, seminudo e accartocciato. Quando neanche l’annebbiamento dell’afa, le sere al bar e le camminate d’intorno riescono a spegnergli quelle visioni, capisce che è tempo di tornare alle pendici del monte. Non sopporterebbe di vedere ancora quel professore dai capelli argentei che si accompagna alla sua bella. Una notte, prima di rincasare nella sua casetta, li vede sulla lunga lingua di spiaggia oltre i binari. Stanno fumando insieme e d’un tratto gli trotterella tra le gambe un corpo scalmanato di bambino. Batte la serranda e risuona terribile per la strada. I vicini diranno domani d’aver sentito un lamento di bestia tutta la notte. All’alba il principe è uscito di casa.

Un fuocherello lo guida nella mattina oscura. È il professore americano che piange. Lo trova nei pressi del piccolo cinematografo. Sta piangendo su una lettera a un bar, lì dove il fuso orario lo ha avvisato molte ore dopo, e dopo diciannove anni, della morte della sua attrice. Andrebbe a trovarla sulle coste assolate, ma gli sembra appropriato percorrere le strade di quella città in cui si conobbero. Cammina tutto il giorno sotto gli alberi arancioni, sparendo tra una vetrina e l’altra dei marciapiedi. Non si dà pace di quel modo dannato di morire. Hanno parlato di attacco cardiaco, ma suo figlio gli ha scritto per dirgli che in verità s’è presa troppi sonniferi. Il principe dei boschi segue oltre i pendii il professore americano che si tormenta, beve troppi caffè, non andrà a lezione quella mattina. Si sente tormentato da quel momento in cui la sua dea americana, così brava a mischiare i phàrmakon, ha deciso di chiudere per sempre le porte di Eea alle promesse d’amore degli uomini. Gli esseri immortali, quelli inviolati e felici, sono tutti in cima. Lo guardano come ad attenderlo. 

Mai io sarò innamorato, non so cosa significhi questa parola, dice come una formula che faccia svanire quella civiltà dell’origine alla base del monte. Eppure nessuno se ne va. Allora rientra nella radura, si va a mettere seduto tra le colonne che porteranno un’effigie di pura vita. Se è compito suo dire ai mortali queste cose che sa, forse è solo quello che gli spetta di fare, e in fondo l’immortalità sembra una cosa semplice. 

Ricomincia a dare le lezioni ai bambinetti mori. Alle volte compare oltre la finestra sui binari un principe giovanissimo, più giovane di com’è ora, quando i ventisette anni sembrano già offesi dall’aggiunta di sette anni ai venti, che avrebbe potuto spendere in maniera più svagata, come gli diceva il suo maestro. Ma c’è sempre stato solo questo: il dovere di scrivere qualcosa che forse non sarà compreso, ma che darà sfogo a tutta la giovinezza. Torna ai pranzi della domenica con i contadini. Mangia un po’ di più e quasi non smette. Torna a scrivere ai suoi amici. Chissà, in fondo potrebbe arrivare un condono al confino, non sarebbe strano. Ha resistito agli inganni delle dee. Gli abbandoni non lo vincono e quel suo destino lo raggiungerà. Non accetta l’orizzonte di quest’isola e Calipso non può trattenerlo. Accenna con un ghigno al professore americano. È davvero vecchio ora. Ha superato i settanta, e non li porta male sul corpo ch’è sempre asciutto. Ha capelli perfino folti. Ma ha un viso molto scavato, come chi è stanco di tutta quella vita. Ha nipoti, tanti giochetti di plastica sparsi nel salone nei natali, le gite al lago, i ritorni tra le montagne a sciare con gli altri. 

Adesso che ha superato eventi e acciacchi sembra più simile a lui, come avendo portato avanti una prova intellettuale. È stato tutto vivacità, per un po’. Un ottimo padre, un marito presente. È un impegno che ha portato avanti con lucidità. Ma, in un giorno di maggio, quando l’aria soffia fresca, sembra ricordarsi anche lui di quei boschi sul mare, si volta e sembra svanire dalle grandi strade dell’occidente. Sembra tornare vago per quelle selve e guardarlo in faccia, lì giovane, solo, rannicchiato tra le pietre di una civiltà che deve ritirare su. 

A questo inganno non hai resistito, dice Calipso. Si volta verso il professore americano che li sta guardando da dietro le fronde, forse con la sensazione di aver perso la memoria. Lui è sconfitto. Ma in che modo è sconfitto, chiede il principe ansioso. Ha fatto il suo mestiere. Ha vissuto e l’ha fatto bene. 

Calipso ha un sorriso infranto come marmo incrostato di sale. Questo futuro non sarà. Sarebbe stato, se tu non avessi preso quei farmaci per dormire. Il professore americano lo guarda con gli occhi vecchi. Si sbaglia con Connie, dice perso. La sua voce è piena dell’esperienza del dolore, così radicata da farsi carne, abitudine, resistenza. Il professore americano e il principe dei boschi vedono l’immagine sbiadita di un poeta di quarantadue anni che esita un istante in una notte caldissima prima di aggiungere un’altra bustina, come aveva fatto Connie. Il principe crede che quella stanza dove sta disteso tutto solo sia simile al suo studiolo sul mare. Calipso alza poi una mano e il sogno svanisce. Il professore americano s’è voltato un istante inorridito, a cercare la sua bella dal vestito celeste. L’infanzia dei suoi figli e nipoti con i giochi di plastica scompare dai pavimenti del futuro. 

Non ti hanno salvato, non il futuro che non è stato. Non ti sei salvato, principe. Andiamo al mare, dice Calipso. 

Di quando Pavese conobbe nel suo primo e nel suo ultimo amore il rifiuto e la fine, questa così simile alla sua, la cui notizia avrebbe potuto accogliere se fosse rimasto vago per i picchi dell’Olimpo, dove usava far nascere la sua poesia.


Chantal Salvinelli

Redazione

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