La radice feroce di Pavese: come Pavese salva sé stesso (e tutti noi)

«La poesia non fa che dare una esistenza immortale alla vita e quindi esse, opere di poesia, sono il riassunto di secoli conservati appunto viventi: viventi, questa à la grande parola che ho trovato a forza di fatiche e scoraggiamenti non pochi».[1]

Nelle lettere risalenti al periodo 1926- 1928 al suo antico professore, Augusto Monti, Cesare Pavese getta manciate copiose dei semi della poetica che desidera far fiorire già a diciotto anni. A questa età, lo fa con un piglio esagerato e non privo di autoironia (si veda poco più avanti nella stessa citazione, prevenendo l’evidente ricorrente discussione col professore sul fatto che «il mondo non si conosce tutto solo sui libri» e che il pupillo necessiterebbe di «svagarsi di più»: «Veda quindi se sono proprio infunghito sui libri»), che non esula però da una verità che rimarrà pura, dura e condannata, nella letteratura pavesiana. Nel 1928 rivendica:

«E non posso gettarmi a vivere, non posso. Per vivere bisogna avere forza e capire, saper scegliere. Io non ho mai saputo far questo. Come non capisco niente di politica così di tutti gli altri tramenii della vita. Scribacchio, vomito poesie, per avere un terreno, un punto su cui fermarmi e dire: Sono io. Per provare a me stesso di non essere nulla»1.

Tutta l’intenzione artistica di Pavese sta nella lotta contro il nulla, tutta la guerra del Pavese poeta nell’affrontare la vita. Questi sono i motivi su cui si inserisce la domanda alla base di questo articolo: Pavese riesce a superare la dicotomia e l’incertezza che lo separa dalla vita? Pavese riesce a colmare quel nulla?

Viene spontaneo chiedersi perché ci interessi tanto questa risposta, quasi esattamente un secolo dopo l’origine della ricerca pavesiana. Probabilmente perché nemmeno in un secolo riescono a cambiare le quattro questioni principali che attanagliano un cuore in tumulto che indaga il suo posto nel mondo: la vocazione alla solitudine, l’opposizione tra il destino e la felicità, l’incapacità di combattere e, al contrario, il creare civiltà: l’esserci.

Questi sono i temi su cui si è mossa l’anima della poesia di Cesare Pavese, quelli che l’hanno reso caro a generazioni di studenti e scrittori, e che l’hanno avvicinato alla sfera della comprensione dell’immenso mare dell’erudizione. [2]

La vocazione alla solitudine

La gran parte della sua ricerca vitale Pavese la svolse nel campo del mito, suo tema prediletto, studiato, vissuto e rinnovato in Dialoghi con Leucò, opera del 1947, eletta sua sorta di testamento materiale. Non a caso su una sua copia scrisse le parole con cui si congedò dal mondo la notte del suo suicidio due anni più tardi. L’opera è composta di ventisette dialoghi innestati sulla mitologia greca, come volontà di «smettere di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e (…)cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po’ straccamente e ci sbadigliano un sorriso».[3]

L’ultima frase di questa introduzione (ci sbadigliano un sorriso) sembra racchiudere in sé una sorta di crasi tra l’ironia delle lettere giovanili, come si diceva, e la sintesi rarefatta, cinica e risolta della fine, racchiuso nella metrica del suo verso.

Agli stessi anni della pubblicazione dei Dialoghi risalgono le composizioni poi raccolte in La terra e la morte e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, in cui il riferimento è denso, costante e risoluto a tutti i quattro conflitti vitali menzionati, ma alla solitudine in special modo.

  • Non più servi, sapemmo

Di essere soli e vivi.[4]

Cosa sia la vocazione (poetica) alla solitudine viene spiegato nel dialogo tra Calipso e Odisseo, L’Isola, in cui Odisseo naufrago sull’isola di Calipso decide di fermarsi nove anni, trovando nella dea una compagna stancaanche lei di un grosso destino3, la quale però tenta di spiegare all’eroe che la via della felicità divina è unicamente quella di accettare un orizzonte, cosa che l’eroe tuttavia non sa fare, portando un’altra isola in sé:

«Odisseo: Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.

Calipso: Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra gli scogli o un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare»3.

Un’isola che, pur portata sempre dentro, non consente mai approdo. La solitudine è una chiamata a non vivere mai entro l’orizzonte, ma vivere solo per dire le cose, anche se non verranno comprese: la vita vista dalla poesia.

Il poeta non rinuncerà a considerare la solitudine anche una condanna, una ripicca e un capriccio, che tornerà a rimproverarsi nel corso degli anni. Scrive ne Il mestiere di vivere:

«Tu sei solo, e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro, che sia però tanto gentile da lasciarti fare il matto e illudere di bastare da solo a rifare il mondo. Non trovi mai nessuno che duri tanto; di qui, il tuo soffrire i distacchi – non per tenerezza. Di qui, il tuo rancore per chi se n’è andato; di qui la tua facilità a trovarti un nuovo patrono – non per cordialità. Sei una donna, e come donna sei caparbio. Ma non basti da solo e lo sai».[5]

Tina Pizzardo, la matematica e attivista antifascista, per la cui corrispondenza, trovata in casa sua, Pavese fu condannato al confino a Brancaleone Calabro nel 1935, fu la prima tra le donne grandemente amate e poi grandemente odiate dal poeta per la mancata concretizzazione dell’amore. Tina parlerà, nelle sue memorie[6], della componente di vocazione all’infelicità (riversata anche nella vita sentimentale) e della supposta voglia di solitudine di Pavese: della necessità, cioè, d’avere un pubblico che si impietosisca del suo fastidio, di essere sbeffeggiato, respinto e tradito, per trovare sé stesso. Dal che deriva anche la ricerca in ogni nuovo amore del poeta di un personaggio sempre simile, da affidare alla donna, che rientri nello schema di rifiuto e infelicità di questa interpretazione. [7]

La solitudine per Pavese è una mancanza di funzionamento sociale, potremmo dire, e un meccanismo per cui cade vittima di sé stesso, pure cercandola; come un destino. In un mondo più isolato, rintanato nella sfera digitale che allontana tutti, tranciato dalla dispersione dei contenuti, dalla velocità di informazione che desensibilizza gli intelletti, tutte queste sfumature della solitudine, perfino le più controverse, sono ciò che sorpassa un intero secolo e avvicina la questione alle menti odierne.

Pavese direbbe che è solo attraverso la solitudine che si scopre il «bisogno di stringere a noi un sangue caldo e fraterno, un bisogno di avere una voce e un destino».[8] Ecco perché la solitudine è un destino, come morire, e una necessità. Così il poeta assume il suo ruolo nella solitudine ineluttabilmente. Ma questo fa di lui un uomo felice?

Circe dice a Leucò: «Odisseo era così, né maiale né dìo, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino»[9]. C’è bellezza nella solitudine? Odisseo «arricchiva la terra di parole e di fatti»: «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo».9

L’opposizione destino-felicità

Questo destino di poesia è inserito nell’universo di grandi opposizioni tanto care a Pavese, prima tra tutte, la più simbolica, essendo l’opposizione uomo-donna, come si è intravista nel rapporto con Tina Pizzardo, ma che si ripeterà altre volte in occasione di altre relazioni mai realizzate in pieno. L’unico amore corrisposto, seppur nemmeno duraturo, sarà, non a caso, quello per Bianca Garufi, la Leucotea dei Dialoghi con Leucò.

Inserita nel binario del destino, non è assurdo capire da dove deriva ogni dicotomia, e cioè tra quella vocazione e la possibilità di partecipare, esserci, e concedersi la felicità. Felicità che sembra essere tutta lasciata al mare, simbolo potente nella sua sterminata rappresentazione, non però lessicale – a dire che Pavese non ha mai trovato altro modo per dirlo, ripetendo il sostantivo identico a sè stesso innumerevoli volte nelle poesie, anche a partire dalle precedenti di Lavorare stanca. Il mare Pavese lo tiene lontano, lo evita, lo tiene presente come un universo altro e mitico, potente, destinato, una realtà che non intende far sua, sia mortifera che strapiena di vita.

  • (…) circondata da un mare più azzurro, feroce di squali (…).

(…) e io penso alla forza

Che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,

alle terre lontane, al silenzio che dura.

(…) ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue

  • E inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.

(…) Ma quando gli dico

Ch’egli è tra più fortunati che han visto l’aurora

Sulle isole più belle della terra,

al ricordo sorride e risponde che il sole

si levava che il giorno era vecchio per loro. [10]

  • Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.[11]
  • (…) bastava

Star seduti e ascoltare la vita e pensare che il mare

Era là, sotto il sole ancor fresco di sonno. [12]

  • Ieri,

dalla breve finestra è svanito come

svanirà tra un istante, senza tristezza

né parole umane, sul campo del mare.[13]

  • Ci sarà sempre il mare.[14]
  • Tutto accogli e scruti

E ripudi da te

Come il mare.[15]

  • Un giorno

Hai stillato di mare (…)

Sei riarsa come il mare,

come un frutto di scoglio,

e non dici parole

e nessuno ti parla.[16]

Il mare tutto accoglie e tutto ripudia. È la passione, l’eros, da cui la solitudine lo esclude. «Il mare è monotono», dice Saffo a Britomarti, in quel dialogo in cui Pavese ci lascia la più bella definizione di cos’è la passione di vivere della letteratura italiana e che lui stesso introduce con queste parole: «Questo mare è pieno d’isole (…). Viene da pensare che sia tutto intriso di sperma e di lacrime».[17]

«Britomarti: Dunque accetti il destino?

Saffo: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.

Britomarti: Tranne noi che sappiamo sorridere.

Saffo: Bella forza. È nel vostro destino. Ma che cosa significa?

Britomarti: Significa accettarsi e accettare.

Saffo: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto- si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

Britomarti: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.

Saffo: Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.»

Abbandonarsi al mare, farsi schiuma d’onda, azzererebbe la lotta: è una scelta. Pavese sceglieva d’essere infelice ed è plausibile ammettere che, nelle sue relazioni umane, impedisse agli altri d’essere felici.

«Quando Pavese ha un dispiacere, una seccatura, un’indigestione, un morso di pulce, egli non ammette che nessun altro sia allegro e contento, e fa del suo meglio per guastargli la pace, o almeno propiziargli ogni disgrazia. Così è fatto ed è così che trova da star bene, anche quando sta male», dice di sé stesso, in una lettera all’amico Mario Sturani, nel 1935.1

Ma deriva forse dal tradire questo destino d’infelicità la natura belligerante di ogni suo amore (anche quello per la vita stessa): perché se è chiaro, chiarissimo il suo destino, dove si colloca la facilità d’esistere negli attimi?

Anche di fronte alla facilità di un amore, Pavese decide di inserire la questione sentimentale nella dicotomia irrisolvibile umano-divino, e del suo interesse amoroso ne fa la dea inaccessibile dei dialoghi mitici. Bianca Garufi diventa la Leucotea dei Dialoghi, perché innamorarsi di una dea preclude la felicità umana. Esclude i giorni a passeggiare sugli argini del fiume, le sere al ristorante, i ritiri estivi nelle colline verdi, le vacanze in montagna a sciare con gli amici.

Incapacità di combattere

Un’ultima battaglia, la più crudele tra le opposizioni pavesiane, è quella che si gioca sul campo della salvezza: combattere per esserci, per essere felici e vivere, o lasciare andare?

«E morire è diverso da quel che ciascuno abbia mai creduto, e più felice»diceva Walt Whitman in Foglie d’erba, autore che Pavese portò nella sua tesi di laurea e che introdusse nella letteratura italiana traducendolo nel 1950.

Pavese vivrà un dissidio fortissimo sul termine combattere, inteso anche come partecipazione politica e partigiana, su cui sentirà attirarsi l’aspra critica sociale e letteraria.

«Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?», scriverà il 1° gennaio 1946 ne Il mestiere di vivere.

-Tra noi non insidie,

non inutili cose –

combatteremo sempre.

Combatteremo ancora,

combatteremo sempre,

perché cerchiamo il sonno

della morte affiancati. [18]

Più che nella produzione narrativa, in cui ampiamente è raccontato il clima storico della guerra, della Resistenza e l’implicazione morale del conflitto, il vero combattere di Pavese può essere tutto racchiuso nel famoso gesto dell’Orfeo dei Dialoghi: grande rivisitazione del mito, Pavese fa sì che Orfeo scelga di girarsi a guardare Euridice per lasciarla agli Inferi, alle cose morte.3

L’esegesi tradizionale identifica nella contrapposizione tra mito e poesia la lontananza tra l’orrore (il mito) e la chiarezza (la poesia). Dire le cose ci libera dall’orrore. [19] Pavese sceglie di salvarsi, come Orfeo, scambiando la curiosità del cantore del mito con la scelta consapevole di separare le cose vive dalle cose morte, la poesia dalla violenza atavica, la passione crudele, misteriosa, fondante tutte le cose, che è materia del mito.

Eppure Orfeo sceglie di perdere per sempre Euridice. E se, aggiunto a questo, Pavese avesse scelto di farlo girare di proposito perché Orfeo, come il poeta, non vuole in fondo, e non saprebbe come, prendere la felicità, riprenderla, concretizzarla? Ripudia l’amore, in ultima istanza.[20] L’interpretazione della rivisitazione pavesiana del mito di Orfeo ha trovato sia storicamente che tramite recenti studi[21] chiari riferimenti all’identificazione del cantore mitico con l’esperienza biografica di Pavese[22], perfino nel comune destino della scelta della morte come atto etico e infine necessario [23], l’uno per fedeltà alla mai più sua Euridice, l’altro, in ultima istanza, per fedeltà alla sola parola che dice.

L’Orfeo di Pavese raggiunge una conclusione che secondo le più accettate interpretazioni moderne lo salva, in quanto presa di posizione poetica: lo sguardo volontario che lo allontana da Euridice è la coscienza della propria condizione di creatura viva, che deve per forza di cose stare lontana dagli Inferi. [24] Il costo ovviamente però è la perdita, la ricompensa il nulla: l’interpretazione post-moderna essendo che forse la perdita è maggiore della ricompensa, in cui il nulla rimane anche se la poesia è stata fatta. Un’anticipazione della perdita del tutto, in cui dire le cose non serve più a niente, in cui Pavese in fondo, perdendo tutto, non si salva affatto.

«Tu non sai cos’è il nulla», dice Orfeo a Bacca [25].

«Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so, e non è nulla».

«L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte», dice Orfeo/Pavese.

«E che vuol dire che un destino non tradisce?», chiede Bacca.

«Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, al di là di ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo».

Non c’è però necessariamente contraddizione tra l’esegesi tradizionale e il bisogno moderno (o post-moderno) di affidarci al destino dell’infelicità: dire, sapere le cose, essere poeta, vedere come sta il mondo e cosa ci abita da lontano (la crudeltà del mito), ci fa soli. Pavese sembra non volersi salvare, come noi crediamo di non salvarci nel tempo del mondo, che sembra ormai fagocitato nell’insensatezza atavica, nel magma ribollente dell’informe senza chiarificazione; ma questo non esclude un calcolo lucido.

«Non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora lì compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto (…) Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita. Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre la propria morte non era amore per la vita, ma un profondo calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa», dirà Natalia Ginzburg del suo amico dopo la morte[26].

Un calcolo semplice tra la vita e la non vita, o se non altro tra l’illusione della felicità e l’accettazione della malinconia; non è neanche una questione di poco amore, quanto di una maliziosa somma di eventi che a volte non ci rendono soldati di questa vita.

Il tratto d’unione con le generazioni odierne, spaesate da più o meno grandi fenomeni, sociologici, climatici, politici (precarietà lavorativa e affettiva, eventi pandemici, instabilità climatica) è forse allora da trovare nella paura che condanna, ma che salva, infine, nella presa di consapevolezza.

«E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita».21

Perché, in queste circostanze, combattere contro il nulla? Per rompere l’isolamento, per collegarsi, per camminare con gli altri, direbbe l’amico Davide Lajolo su di lui. [27]

Creare civiltà, esserci

«È difficile, difficile vivere: io non so come abbiano fatto tutti i nostri antenati, vero è, però, che sono morti», scriveva nel 1930 all’amico Tullio Pinelli. Nell’ultima lettera a Romilda Bollati [28], nel 1950, spiegherà il cortocircuito logico: «Ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso. Ora è l’inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne sono tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia».

Contro «il fastidio, alla fine. La fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate. (Questo è) il vivere che taglia le gambe» è il gesto poetico di Pavese.

E rimane infine salvezza non nell’abbandono e nel rifiuto, quanto nel riconoscere le cose.

«Dimmi quale dei due è più letterato, io che amo le fabbriche, vita in azione o tu che ami le rovine gotiche, letterarie, pietre in putrefazione? E poi anche se io vivo tra i libri, io ho almeno questo di grande che tu non hai, sento un disagio, un’irrequietezza tra di essi e questo è cosa viva, è cosa mai trovata nei libri: tu ci vivi come un pesce nell’acqua e non ti sogni neppure che si possa esserne diversi! (…) Io cerco di vivere tutto con un ardore che si allenta solo per rinfrancarsi e soffro soffro divinamente per i miei desideri più lancinanti o le mie disperazioni più vili. E se amo anche i libri è perché in fondo i libri sono parte del mondo, come le donne, gli alberi, le bestie, i fiori, i poeti, le fabbriche, le stelle e questa mia meravigliosa lettera»1, era già spiegata la poetica nell’agosto 1927 all’amico Tullio Pinelli.

Pavese è stato un poeta pienissimo di passione.

È stato, e rimane, il poeta del tempo futuro come modalità verbale, che rende riconoscibile la musicalità delle sue liriche2, quello dell’attesa, quello del mito, con cui ha, a tutti gli effetti, ricreato la civiltà dall’inizio, come non fosse mai cominciata e fosse ricominciata col suo cuore.

«Se qualcuno mi avesse veduto nel cuore, vi avrebbe trovato una struggente tenerezza per le cose e le presenze di quel tempo, per la calda ricchezza di quella vita e i silenzi, gli sguardi, le risate, gli incontri- un entusiasmo di speranza», scriverà nel romanzo a due mani con Bianca Garufi[29]. La poesia di Pavese è salvezza in quanto «canto che scorre lieve tra una nostalgia di gioia e una stretta di dolore».[30]

Il ritmo dei versi di Pavese è non a caso «l’emersione di un tamburo che contiene -che fa fatica a contenere- la pulsazione animale, la pulsione sensuale, la nudità essenziale, la corporeità creaturale. Di qualsiasi cosa parlino i suoi versi, Pavese fa sì che diano sempre ascolto al ritmo soggiacente del mondo, al suo rumore di fondo, a quel che viene messo in disparte quando gli umani negano di essere anche animali, presenze terrestri, organiche». Questa vitalità di fondo vince il rischio di fare del ritmo di Pavese «un altro ritmo del fascismo», di farne «cantilene, marcette, schiocchi di uno stivale sul selciato».[31] Quella cadenza poetica rimane invece quella della nudità tellurica, della terra e del mare, di cui le raccolte “La terra e la morte e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, sono fonte inesauribile. Dentro c’è tutto: c’è la civiltà, la divinità, la salvezza, la passione, l’erotismo. C’è l’attesa che salva, e la voglia di ricominciare.

Odisseo è in fondo sempre stato un uomo che trovava piacere nella semplicità: che amava un cane, una donna, suo figlio, e una nave per correre il mare: «Arricchiva la terra di parole e di fatti»9. Pavese amò l’amore fatto a questa maniera. A Bianca Garufi, la Leucò con cui intrecciò la relazione amorosa nel dialogo creativo nella composizione del romanzo a due mani, poi rimasto incompiuto, Fuoco Grande, dedicò parole ben consce dell’amore che tanto ritenne perduto:

«Se tu hai sonno, vorrei almeno essere la mano che ti protegge, una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te mi è naturale come il respiro».

«Lascia stare me e le mie storie, ma anche tu sei in questo tra noi e con te ho dei valori che sono qualcosa di più che una passione».

«Ogni volta rivivi come una cosa antica e selvaggia, che il cuore già sapeva e si serra».[32]

Questa è infine la radice feroce di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi:

  • Come

Erba viva nell’aria

Rabbrividisci e ridi,

ma tu, tu sei terra.

Sei radice feroce.

Sei la terra che aspetta. [33]

Un’origine continua al centro del mondo, fatta di un continuo re-inizio, di terra che attende, che vive.

«Non si può bruciare una candela da entrambe le parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto», dirà a Pierina nella sua ultima lettera.23 La poesia, fatta di perpetuo inizio, all’origine di ogni civiltà, di ogni cuore in tumulto, è ciò che, alla fine, salva Pavese. Non lasciare andare, ma dire. Aver paura, ma riconoscere. Questo è ciò salva tutti noi.

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.

23 novembre 1937

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


[1] C. Pavese, Lettere degli esordi. L’Orma Editore, 2021.

[2] Cf. https://www.altrianimali.it/2021/01/07/perche-pavese/

[3] C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Giulio Einaudi Editore, 1947. Introduzione alla prima edizione.

[4] C. Pavese, La terra e la morte, Einaudi ET Poesia, 23 novembre 1945.

[5] C. Pavese, Il mestiere di vivere, 12 Aprile 1947.

[6] Cf. https://www.nuovatlantide.org/lamore-tina-pizzardo-cesare-pavese-confronto-nei-diari/

[7] TINA PIZZARDO, Senza pensarci due volte, Il mulino, 1996.

[8] C.PAVESE, Dialoghi con Leucò, Il lago, Einaudi, 1947.

[9] C.PAVESE, Dialoghi con Leucò, Le streghe, Einaudi, 1947.

[10] C.PAVESE, I mari del sud, Lavorare stanca, Einaudi ET Poesia, 2020

[11] C.PAVESE, Gente spaesata, Lavorare stanca, Einaudi ET Poesia,2020

[12] C.PAVESE, Mediterranea, Lavorare stanca, Einaudi ET Poesia, 2020

[13] C.PAVESE, Mattino, Lavorare stanca, Einaudi ET Poesia, 2020

[14] C.PAVESE, Paternità, Lavorare stanca, Einaudi ET Poesia, 2020

[15] C.PAVESE, La terra e la morte, Einaudi ET Poesia, 5 novembre 45

[16] C.PAVESE, La terra e la morte, Einaudi ET Poesia, 15 novembre 45

[17] C.PAVESE, Dialoghi con Leucò, Schiuma d’onda, introduzione al testo, Einaudi, 1947

[18] C.PAVESE, La terra e la morte, Einaudi ET Poesia , 19-20 novembre 1945

[19] SERGIO GIVONE, Introduzione a Dialoghi con Leucò, Firenze, gennaio 1999

[20] G. BARNABÒ, L’inquieta angosciosa che sorride da sola. La donna e l’amore nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, «Studi Novecenteschi», 4, 12, 1975, p. 329

[21] S. FORZANI, Saper lasciare andare: Orfeo ed Euridice, http://dx.doi.org/10.14672/20222061, Ledizioni, Comparatismi 7,2022

[22] T. WLASSICS, Pavese heautontimotomenos: l’interpretazione dei Dialoghi con Leucò, «Italianistica», 13, 3, 1984, p. 404.

[23]Cf. https://culturificio.org/linconsolabilepavese/?fbclid=IwAR2LX4Jj7rs5a7Yc8LyN71rrTFFEcRajKghl1RdDhZBQEOdlfPQEXNHRSHQ

[24] ADRIANA PASSIONE, La metamorfosi del testo. Orfeo e Euridice: permanenza e variazione di un mito, Letteratura e Scienze Atti delle sessioni parallele speciali del XXIII Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti), Pisa, 12-14 settembre 201, a cura di Alberto Casadei, Francesca Fedi, Annalisa Nacinovich, Andrea Torre, Roma, Adi editore 2021

[25] C.PAVESE, Dialoghi con Leucò, L’inconsolabile, Einaudi, 1947

[26] N. GINZBURG, Ritratto d’un amico, Roma, 1957.

[27] D. LAJOLO, Il vizio assurdo, Milano, Il Saggiatore, 1960.

[28] C.PAVESE, Lettera a Romilda Bollati, Agosto 1950.

[29]C.PAVESE e B.GARUFI, Fuoco Grande, ed. da Italo Calvino, 1958.

[30] Scheda bibliografica di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, raccolta di Massimo Mila e Italo Calvino, 1951.

[31] T.SCARPA, Introduzione alle Poesie di Cesare Pavese, Einaudi, 2020.

[32] M. MASOERO, Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950), Olschki Firenze, 2023.

[33] C.PAVESE, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi ET Poesia, 21 marzo 1950.


Chantal Salvinelli

Redazione

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