Canone ambiguo: Luca Starita mette in scena la sua catabasi

Luca Starita, Canone ambiguo
effequ, 2021

«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro»[1].

La prima volta che ho sentito queste parole ero al mio primo anno di Filosofia all’università. Il professore di Filosofia Politica le leggeva – come solo lui era capace di fare, non ho mai più trovato una persona in grado di leggere così bene – e si commuoveva nel frattempo. Pensai: io così voglio essere, con la stessa passione e la stessa foga. Anni dopo, sono ancora alla ricerca dell’unghia di passione che aveva quell’uomo gigante, coi baffi gonfi, buono e autorevole alla soglia dei settant’anni.

Nondimeno, leggere Canone ambiguo di Luca Starita, edito da effequ, mi ha fatto tornare in mente Machiavelli e anche i banchi dell’università. Canone ambiguo è un saggio che indaga la letteratura del Novecento italiano e la scandaglia, la decostruisce e la riassembla per mostrare al lettore gli elementi di queerness che serpeggiano nella nostra tradizione letteraria da molto prima di quanto si pensi, e quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Io, almeno, non me ne ero accorta.

Starita divide il saggio in coppie di capitoli; come Machiavelli, nelle prime parti dei capitoli si ritrova a dialogare con i personaggi dei romanzi del Novecento presi in esame: come in uno spettacolo teatrale dove sono in scesa una lunga serie di monologhi, i vari personaggi si fanno avanti per raccontare a Starita le loro avventure, sventure, pensieri e dolori. Una piccola antologia queer, se così si può definire.

Nei secondi capitoli per coppia, poi, Starita fa un’analisi di ciò che ha ascoltato, cercando di metterne in luce l’innovazione (soprattutto perché l’autore del saggio prende in analisi, credo volutamente e con intelligenza, anche testi della primissima metà del Novecento).

Ciò che è interessante davvero, oltre alla messa in luce della queerness di una buona fetta – dimenticata a volte – della letteratura italiana, è il movimento letterario che Starita riesce a inserire nel saggio: vero è che il saggio ha un ambito disciplinare ben preciso che viene sviscerato mano a mano, ma il modo in cui viene fatto ha molto di originale. È come se Starita si immergesse nella stessa letteratura, entrandovi dentro con tutto sé stesso – corpo e testa – e poi restituire al lettore non solo l’interpretazione “oggettiva” (che non esiste, ma facciamo finta di sì) di ciò che si è letto, ma anche la propria personale ermeneutica del testo. Questo non restituisce un quadro parziale, anzi: si potrebbe dire, piuttosto, che Starita aggiunga, al quadro asettico dell’analisi oggettiva, anche la propria esperienza personale, che in certi argomenti è quasi fondamentale, non si può prescindere.

Concludendo, Canone ambiguo fornisce un’antologia intelligente e pensata, ma anche emotiva e appassionata – che è poi ciò che rende il saggio una lettura bella oltre che interessante – del panorama queer della letteratura italiana: un panorama nascosto, taciuto, forse nascosto tra le righe troppo spesso, ma presente in ogni caso.

L’unica critica che farei – ma non se il termine critica calza davvero, direi più che è un’osservazione per il futuro – è che il saggio lascia il lettore con una sorta di “sete” di informazioni: le analisi proposte sono interessanti e puntuali, ma a mio parere si può fare ancora di più, si può approfondire, si può commentare ancora di più. Sono cosciente che questo non sia un saggio accademico e forse io parlo per deformazione professionale, ma sono convinta che Starita, e chi vorrà cimentarsi in questo tipo di ricerca, abbia un mondo inesplorato davanti a sé: in sostanza, mi auguro che di testi simili ne escano ancora tanti e magari ancor più dettagliati, perché ve ne è necessità. Mi sentirei di dire che questo è solo l’inizio.


[1] Niccolò Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori, vv. 45-50.

Clelia Attanasio

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