Jacopo Fo, “La Bibbia censurata” e altre storie di divinità immorali

Jacopo Fo, La Bibbia censurata
Giulio Perrone Editore, 2021

Quando si parla di Bibbia si può dire tutto e niente. È come tirare in ballo concetti astratti come l’infinità dell’universo, il senso della vita o il significato di un sentimento. Jacopo Fo, figlio illustrissimo di Dario Fo e Franca Rame, fin da piccolo brucia per la passione della scoperta, come un archeologo delle storie e dei racconti, scavando laddove c’è un’incongruenza, una contraddizione, una sovrapposizione.  Nel suo provocatorio “La Bibbia censurata e altre storie di divinità immorali”, edito da Giulio Perrone, prosegue la sua missione di smascheramento, spezzettando e ricostruendo in modo più coerente tutto ciò che ci è stato insegnato riguardo al testo sacro per eccellenza.

Perché poi parliamo di testo sacro per eccellenza? È risaputo che la Bibbia sia un collettore di storie: alcune provenienti da tradizioni orali ben più antiche, altre semplici trascrizioni di testi precedenti, mescolate, censurate, rattoppate così da renderle adatte al pubblico al quale doveva essere rivolte. Come dice l’autore stesso, la storia la scrivono i vincitori, dei vincitori pigri però, che lasciano intravedere degli indizi fra le trame, piccole sbavature che suggeriscono alcune verità sopravvissute.

Il filo conduttore di questo libro, che potrebbe definirsi quasi un saggio antropologico, è lo scardinamento delle civiltà matriarcali a causa delle invasioni dei popoli guerrieri. Questi ultimi veneravano dei violenti, perché combattere era bene, avere schiavi era bene, accumulare ricchezze tramite la razzia e l’abuso era bene. Le civiltà matriarcali invece adoravano la Grande Madre, erano pacifici, acculturati, sessualmente liberi. Nello scontro epocale tra questi due mondi così differenti, inevitabilmente, gli dei guerrafondai presero il sopravvento su quelli che poi, per ignoranza e convenienza politica, vennero definiti popoli “mostruosi e turpi”, dalle usanze corrotte e malsane.

Jacopo Fo stira l’argomento tra i racconti della Bibbia, proprio in virtù del fatto che alcuni di questi sono stati scritti dai vincitori e non dai vinti. Molti dei pilastri portanti della Sacra Scrittura, quelli che conosciamo tutti, sono frutto di un’elaborazione successiva che Fo si arrischia a definire quasi uno scopiazzamento. Alcuni esempi: Dio, Uno e Trino, che muore e risorge suona come una versione maschile di Inanna, un’ancestrale dea sumera che ugualmente fu una e trina, la quale morì, andò negli inferi per amore dell’umanità e dopo tre giorni risorse. Il Giudizio Universale? Già citato, quasi parola per parola, molto prima della versione di Noè, nell’Epopea di Gilgamesh, opera più giovane di circa mille anni rispetto alla nascita della cultura ebraica e dell’epica omerica: la storia è pressoché identica, cambiano solamente piccoli dettagli come i nomi. Che dire poi della controversa storia di Lilith, la prima donna che Adamo vede nel giardino del Paradiso? Ne parlavano già le femministe negli anni ’70 per raccontare di come una visione patriarcale e guerrafondaia possa dipingere figure neutre o tutt’al più “diverse” come mostruose e laide. Il personaggio di Lilith venne assunto a simbolo: prima di tutte le donne e amante del demonio, e il motivo – spiega Jacopo Fo – risiede nel suo rifiuto all’assoggettarsi al dominio di un uomo?

E lo stesso leitmotiv lo ha ereditato l’epica successiva: un esempio su tutti è l’Iliade, il tripudio dell’esaltazione dei valori etici quali la violenza, il falso e la misoginia. La stessa mitologia non è che un’infinita sfilza di racconti propedeutici che relegano la donna a schiava, violata, sottomessa, punita, spettatrice.

Tornando alla Bibbia, Jacopo Fo ci lascia con alcuni interrogativi che, sebben quasi chiariti del tutto proprio all’interno del testo stesso, lasciano molto su cui riflettere: se Adamo ed Eva erano le uniche persone al mondo, l’umanità tutta discende da un incesto di proporzioni colossali? Perché Dio, che è buono e magnanimo, punisce Esaù ed ama Giacobbe, pur essendo quest’ultimo un mascalzone di prima qualità? Perché Dio si adira quando Eva mangia dell’albero della conoscenza? Non è forse onnipotente ed onnisciente? Non è forse a conoscenza di quello che sarebbe successo? E che dire di Caino e Abele? Abele non aveva figli, ma Caino aveva una moglie. Da dove spunta questa donna? Potrebbe essere un’altra figlia di Adamo ed Eva, ma questo significherebbe che l’intera umanità discende da un peccato gravissimo.

Perché nella Bibbia l’acquisizione della conoscenza è vista come uno sbaglio? Le società matriarcali la esaltavano attraverso il sesso libero, la festa, la gioia. Il fatto che un dio o degli dei diversi l’abbiano poi dipinta come sintomo di altezzosità, di sfida verso l’autorità, non è che un semplice e tristemente ripetitivo ribaltamento della storia a favore dei vincitori, la stessa sorte toccata a Lilith, a Inanna, a Elena di Troia, a Pandora, a Prometeo, a Esaù.

Molti quesiti vengono “risolti” dagli studi dello stesso Fo ma, nonostante le teorie piuttosto solide e convincenti, ci lasciano innumerevoli dubbi. Sicuramente era questa l’intenzione dell’autore: seminare l’incertezza, spingere a farsi domande, cercare la verità oltre il velo del rappresentato tra le righe dello scritto.

Intenzione, a mio avviso, perfettamente andata a segno.

Deborah D'Addetta

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