Sanpa: il luogo degli archetipi

Anche noi abbiamo visto Sanpa, la serie Netflix da pochissimo uscita sulla piattaforma streaming. Dire che l’abbiamo apprezzata è poco: ci siamo buttati nella visione della docu-serie in ogni ritaglio di tempo a disposizione, bruciandola in due giorni. Ne siamo usciti ammutoliti, ma anche carichi di spunti di riflessione.

Soprattutto una domanda sorgeva spontanea: ma com’è che noi, classe ’92 e ’95, di Sanpa avevamo sentito parlare pochissimo, e di Muccioli ancor meno? Per noi, in pratica, seguire questo documentario è stato come seguire un thriller.

Di cosa parlare?

Per scrivere questo pezzo era necessario capire come parlare di Sanpa senza risultare ripetitivi, e soprattutto senza risultare fuori contesto. Non vogliamo parlarvi dei fatti, né fare un’analisi del montaggio o speculare sulla qualità estetica del documentario in sé: ci sarebbe da dire solo che il montaggio è perfetto – ricostruisce i passi della tragedia con esattezza drammaturgica impeccabile – e che la qualità è eccelsa.

Qui si parlerà dell’unica altra cosa di cui si può parlare, e alla quale è interessante prestare orecchio per non ricadere nella banalissima questione pro-Sanpa vs. anti-Sanpa. Qui parliamo dei personaggi, degli archetipi che questa storia è in grado di far risuonare a un volume altissimo, quasi ridondante.

La parabola del carismatico

Come non iniziare con Muccioli, protagonista indiscusso di questa serie e pure vittima del suo stesso archetipo? La sua storia è l’esatta parabola discendente dell’uomo carismatico. Muccioli si aggira per Sanpa prima come uno del popolo, poi come un padre, e infine come un Dio. C’è qualcosa di mitico nella figura di Muccioli, già dalle sue fattezze fisiche: grosso, alto, con delle mani gigantesche, gli occhi magnetici e la voce tonante. Muccioli sembra nato per incarnare sé stesso, per inscenare la parabola di Icaro.

Cosa ci fa empatizzare con Muccioli e cosa lo rende così icastico? La sua umanità simbolica, la sua universalità nelle scelte, nei gesti, nella moralità semplice e nell’etica netta e lineare di chi vede il mondo in bianco e nero. Muccioli è il nostro istinto di controllo e ordine, ma con gli occhi felici e le buone intenzioni. Il Dio di Sanpa è il dio delle cose semplici, lineari, che si risolvono con mezzi veloci e senza discutere, perché la complessità spaventa e le sfumature sono indice di incapacità di controllo. Muccioli è il Dio dei semplici, come tutti noi, e perciò è rassicurante.

Ma ciò che veramente cattura è la sua fase discendente: perché un Dio che non muore è solo un Dio distante anni luce, che noi umani possiamo venerare e basta. Muccioli, invece, come tutti gli eroi e archetipi, era umano-troppo-umano, e si è spento anche lui come una candela. Il segreto che ci lega a questa figura, che ce la fa vedere prima come un santo, poi come un peccatore e poi come un parente, giace nella sublimazione che Muccioli è riuscito a dare alla quotidianità dell’esistenza: attraverso il tipico viaggio dell’eroe, e con la sua mesta fine, Muccioli ha sublimato le consuete tappe dell’esistenza umana. Tutti sono un po’ Muccioli, e forse così si spiegano le folle oceaniche e piangenti che vediamo apparire nei filmati d’archivio.

Le catene

E tramite il viaggio dell’eroe, con Muccioli si apre un’altra parabola: l’archetipo delle catene. Il giudice per le indagini preliminari lo dice a chiare lettere verso la fine della docu-serie: quelle catene, seppur forse non esecrabili di per sé stesse, hanno generato – e non potevano che generare, con buona pace di Muccioli – una serie di eventi concatenati che hanno portato alla deriva omicida a Sanpa. Sono le stesse catene che uccidono, e questa è la parabola della violenza che chiama, e chiamerà sempre, altra violenza.

Così è chiaro come da Sanpa esce chi ha tratto beneficio delle catene, ma esce anche chi è tornato a far uso di eroina, o addirittura chi si è suicidato, fiaccato dalle violenze. Questo porta a concludere una sola cosa, che è vera nell’esperienza quotidiana, è vera nell’esperienza universale della filosofia, ed è vera per la cronaca icastica di Sanpa: non esiste il metodo, esistono le anime umane, e ognuna va conosciuta. Platone avrebbe detto così, e probabilmente avrebbe tremato di fronte all’ingresso di Sanpa.

Il potere e chi lo esercita

Due figure poco approfondite, ma forse centrali per il discorso che si sta facendo qui, sono la coppia Moratti: Gian Marco e Letizia, i benefattori della comunità di recupero. Letizia Moratti è ancora oggi benefattrice per Sanpa.

Cosa li rende speciali? Il loro archetipo del potere, e la loro connessione – come quella di Muccioli – all’esoterismo.

Ecco, l’esoterismo è una tematica solo accennata e mai davvero esplosa nella serie. Ma non è interessante questo, anzi forse è stata la scelta migliore, ai fini del discorso. Ciò che interessa è come mai due personalità così potenti siano rimaste affascinate da questo tipo di culti. Perché il potere cerca l’oscuro? Perché la forza si lascia affascinare dall’oltre-mondo e ultra-terreno? Che Gian Marco e Letizia Moratti si siano lasciati prendere da questa malìa è ancora più interessante che l’abbia fatto Muccioli, perché tra loro due e il dio di Sanpa c’è una differenza: i Moratti nascono potenti, Muccioli lo diventa. E allora cosa è che porta chi ha tutto ad accostarsi all’impossibile?

Esattamente questo: hanno tutto.

Qui ci sono due distinguo da fare: i Moratti sono come tutti gli altri ma sono diversi da tutti gli altri. In quanto diversi, in quanto potenti, in quanto detentori di possibilità infinite, i Moratti non possono fare altro che accostarsi a ciò che non è nelle loro possibilità. Questa, ci sembra, è la personificazione della noia che si vuole sublimare, precipitato psicologico e interiore del sistema capitalistico fagocitante dall’esterno. L’esoterismo non è altro che l’espediente per spingere l’asticella dell’esperienza umana un po’ oltre.

Facciamo un esempio: un operaio opterebbe per il vizio del bere per spingere questa asticella, perché magari lui stesso vive e vede il bere come estremamente lussurioso e lussuoso. Dal canto loro, i Moratti possono bere tutto il vino che vogliono senza mai davvero risentirne economicamente: quindi dov’è la trasgressione se, in fondo, non ne risentono? Se io posso far tutto senza conseguenze, dov’è il gusto nel far tutto?

E qui si arriva al secondo punto: i Moratti sono diversi da tutti gli altri, ma in fondo sono uguali a tutti gli altri. Non sono esenti dalle pulsioni umane di trasgressione, vizio, lussuria, ma ovviamente il loro archetipico potere li porta a delineare queste pulsioni in iperboli gigantesche, che sembrano lontane anni luce dalle estrinsecazioni pulsionali degli ‘umili’, ma non lo sono affatto. Cambiano i mezzi, ma l’umanità che si cela nel fondo è esattamente la stessa. I Moratti e l’umile hanno in comune tutto: gli aspetti attivi dei loro “giochi”, ma anche gli aspetti passivi. I Moratti condividono con l’umile l’origine patologica e triste dei loro divertissements: tutti loro vorrebbero di più dall’esistenza, tutti e tre vorrebbero poter colmare un vuoto. Ciò che cambia, ancora, sono i mezzi.

Ciò che muta e cambia è la possibilità di descrivere questo archetipo e questo potere in un modo che sia credibile, come si potrebbe descrivere un operaio ubriacone. Come avrebbe detto Verga: non si può descrivere il potere in modo verista, come invece si potrebbe fare, e come si è fatto, con i Malavoglia e Mastro Don Gesualdo.

Le folle oceaniche

Concludendo, ci siamo chiesti: ma cosa legittima davvero tutto questo? Come mai siamo qui a parlare di archetipi e simboli, quando in realtà questi sono fatti concreti e non simboli, e le persone sono persone reali e non personaggi da carta stampata?

La risposta è nella quantità: la folla di genitori disperati, di fedeli seguaci della dottrina di Muccioli, di tossicodipendenti ed ex-tossicodipendenti che abbracciano, baciano le mani di Muccioli, ma anche spesso dei Moratti stessi, visti – loro sì – come divinità, benevoli e inarrivabili (e infatti nelle interviste i Moratti vengono nominati rarissimamente dagli ex ospiti di Sanpa). Ciò che legittima l’assunzione a simbolo di questi personaggi, e di questa stessa storia italiana, è la folla oceanica che domina e accerchia questi archetipi lungo tutto il corso del documentario. Non c’è un solo momento in cui Muccioli sia solo, chiuso in sé. È sempre accerchiato dall’occhio umano, dallo spettatore, da chi gli ruba il tempo per sé. Muccioli, lo dice lui stesso in un’intervista d’archivio, non ha vita privata. E chi non ha vita privata è un personaggio: un archetipo al servizio della Storia.

In copertina: Locandina della docu-serie Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano

Autori: Clelia Attanasio, Benedetto Neola

Benedetto Neola

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