Boris Vian. L’inafferrabile – Parte I

Questo è il primo di tre articoli correlati. La seconda parte uscirà lunedì 15 gennaio.

Sorriso beffardo, sardonico, sembra schernire l’osservatore dalla bidimensionalità della copertina del libro. Occhi in bianco e nero, sguardo d’ombra, sfuggente, provocatore, ammicca divertito. Chi sei tu, Boris Vian? Scrittore, cantante, drammaturgo, attore, regista, sceneggiatore. Chi sei Vian Boris? Ingegnere, inventore, patafisico, conferenziere, poeta, scrittore di canzoni, performer, animatore delle notti senza fine di Saint-Germain-des-Prés, organizzatore di memorabili feste al Tabou, trombettista, Don Giovanni del jazz, critico musicale, sperimentatore, provocatore della morale, libertario, libertino, pacifista, ideatore di calembour, traduttore di Raymond Chandler, Van Vogt, August Strindberg. Chi è Boris Vian? Chi Vernon Sullivan o Bison Ravi? Chi il giocatore di scacchi, il pittore futurista, lo scultore di mobili di legno incastonati nella piccola ultima casa di Cité Veron, meccanico tra i meccanici a Colombes, amante di vecchi modelli d’auto, barman, fantasioso inventore di cocktail per gli amici, colui che anima le notti parigine con i suoi scherzi e i party a tema fino a divenire il mito di un’epoca. Chi l’accusato di istigazione all’omicidio a causa di un suo libro, chi colui che per primo ha portato in Francia il jazz, la fantascienza, lo slam. Chi è l’uomo accalappiato, stregato dalla bellezza del vivere, ammaliato, allacciato alla vita e rincorso dalla morte, tradito dal suo cuore, pressato dal senso della fine, macchia scura che si allunga sul selciato del tempo a sporcare l’essenza luminosa dell’esistere, chi quel ragazzo altissimo, dalle pupille vive, profondo, intelligente, indaffarato, scattante, veloce, ritmico come la sincope del jazz, che si muove su e giù per le vie della città delle luci, nell’anonimato del coprifuoco durante l’occupazione nazista, poi nella sfrenatezza gioiosa degli anni post liberazione?

Ha bisogno di vivere molte vite, Boris, perché sa che di questa sola non si può fidare.

Non vorrei crepare

Non vorrei crepare
Prima di aver conosciuto
I cani neri del Messico
Che dormono senza sognare.
Le scimmie dal culo pelato
Divoratrici di fiori tropicali
I ragni d’argento
Dal nido pieno di bolle
Non vorrei crepare
Senza sapere se la luna
Dietro la faccia di vecchia moneta
Abbia una parte puntuta
Se il sole sia freddo
Se le quattro stagioni
Siano poi veramente quattro
Senza aver tentato
Di sfoggiare un vestito
Lungo i grandi viali alberati
Senza aver contemplato
La bocca delle fogne
Senza aver ficcato il cazzo
In certi angoli bizzarri
Non vorrei crepare
Senza conoscere la lebbra
O le sette malattie
Che si prendono laggiù
Il buono e il cattivo
Non mi tormenterebbero
Se sapessi
Che ci sarà una prima volta
E troverò pure
Tutto ciò che conosco
Tutto ciò che apprezzo
E sono sicuro mi piace
Il fondo verde del mare
Dove ballano i filamenti delle alghe
Sulla sabbia ondulata
La terra bruciata di giugno
La terra che si screpola
L’odore delle conifere
Ed i baci di colei
Che mi fa stravedere
La bella per essenza
Il mio orsacchiotto, L’Orsola
Non vorrei crepare
Prima di aver consumato
La sua bocca con la mia bocca
Il suo corpo con le mie mani
Il resto con i miei occhi
Non dico altro
Restare umili
Non vorrei crepare
Prima che abbiano inventato
Le rose eterne
La giornata di due ore
Il mare in montagna
La montagna al mare
La fine del dolore
I giornali a colori
La felicità dei ragazzi
E tante cose ancora
Che dormono nei crani
Degli ingegneri geniali
Dei giardinieri allegri
Di socievoli socialisti
Di urbani urbanisti
E di pensierosi pensatori
Tante cose da vedere
Da vedere e da sentire
Tanto tempo da aspettare
Da cercare nel nero
E io vedo la fine
Che brulica e che arriva
Con la sua gola schifosa
E che m’apre le braccia
Da rana storpia
Non vorrei crepare
Nossignore Nossignora
Prima d’aver assaporato
Il piacere che tormenta
Il gusto più intenso
Non vorrei crepare
Prima d’aver gustato
Il sapore della morte.

(Boris Vian, Non vorrei crepare, in Poesie, Newton Compton editori, ed. 1976, p. 35)

Boris Vian nasce il 10 marzo del 1920. Trascorre la sua infanzia nell’idilliaca villa Fauvette a Ville-d’Avray, nella parte sud-ovest di Parigi, con i fratelli Lélio, Alain e la sorella Ninon. Si vive liberi nella famiglia Vian, l’istruzione che ricevono i figli spazia dall’uso del cacciavite alla musica, tutto è cultura, ma soprattutto quel che si respira qui è un senso di festa, di allegria, di scampagnata, la vita è qualcosa di leggero, da accompagnare con il riso gioioso, da attraversare con la leggiadria delle note musicali, di un concerto. E infatti, papà suona il piano, mamma il violino, il piano e l’arpa. Boris la tromba. Alain la batteria. È una famiglia-orchestra e la residenza dove vivono diventa il centro nevralgico di incontri e feste ambitissime di trecento invitati per volta. Vian ne racconta in Vercoquin et le plancton, primo romanzo, edito da Gallimard nel 1946.

Tuttavia, a corrompere l’atmosfera da dolce vita, ci si mette dapprima la crisi del 1929, che causa la perdita dei beni di famiglia e costringe il padre a lavorare come venditore porta a porta, poi ci si incastra la morte, quella del padre stesso, così amato, freddato nel proprio giardino forse da un ladro. Cominciano le responsabilità, la presa di coscienza delle difficoltà della vita, e per Boris il palesarsi incalzante dell’ineluttabilità della malattia. Ci convive sin da bambino, ma ora, col restringersi degli anni, lo spettro della fine diventa sempre più reale. Adesso sa di essere inoperabile, che la sua insufficienza cardiaca è grave. Una sentenza, il suo cuore scadrà come un prodotto, un verdetto senza appello, una frase lapidaria: non più di quarant’anni, affermano i dottori. È la certezza che la morte per Boris arriverà nel pieno della vita. La madre lo vorrebbe chiuso in casa, ma come imprigionare l’essenza dell’incontenibile. Boris si ribella e non smetterà mai di essere e volere, al di là del tamburo aritmico del suo muscolo cardiaco. Gli dicono che morirà giovane e avranno ragione, Boris lo sa, lo sente, tutta la sua opera è percorsa dall’ombra di un epilogo, dal senso del tempo.

Quando avrò del vento nel mio cranio

Quando avrò del vento nel mio cranio
Quando ci sarà l’erba sulle mie ossa
Forse si crederà che io sogghigni
Ma sarà un’impressione sbagliata
Perché mi mancherà
Il mio affare plastico
Plastico tico tico
Che avranno rosicchiato i topi
Il mio paio di coglioni
I miei polpacci le mie rotule
Le mie cosce ed il culo
Sul quale mi siedo
I miei capelli le mie fistole
I miei graziosi occhi cerulei
I miei copri-mandibole
Con cui vi lecco
Il mio naso vistoso
Il mio cuore il mio fegato il mio lombo
Tutti questi niente meravigliosi
Che mi hanno fatto apprezzare
Dai duchi e dalle duchesse
Dai papi e dalle papesse
Dagli abati dalle asine
E dalla gente del mestiere
Inoltre non avrò più
Questo fosforo un po’ molle
Il cervello che mi è servito
A prevedermi senza vita,
Le ossa completamente verdi, il cranio pieno di vento
Ah, quanto mi spiace diventare vecchio.

(Boris Vian, Quando avrò del vento nel mio cranio, in Poesie, Newton Compton editori, ed. 1976, p. 55)

Boris inizia a vivere in un tempo doppio, dorme pochissimo, la sua esistenza è pervasa dal “fare”. Fa tutto quello che non dovrebbe, nuota, balla sfrenatamente per l’intera notte, suona la tromba mentre il cuore trema, pulsa in bpm, accelera i battiti visibili sotto la camicia. Ma sono anni d’oro, accompagnati dalla musica, dalle notti di feste e soprattutto dall’amore. È l’estate del 1940, sull’Europa cadono le bombe, i plotoni strappano corpi alla vita, dilaniano esistenze, e intanto Boris, riformato per la malattia e fuggito da Parigi insieme alla famiglia verso le spiagge selvagge e solitarie di Hossegor, incontra una brillante ragazza, Michelle Léglise. E mentre la guerra stende sulle cose il velo nero della morte, un potere oscuro si spande inesorabile attraversando e vincendo confini, abbandonando cadaveri dietro gli eserciti, in mezzo al disastro, come un fiore tra uno spiraglio di rocce, nasce l’amore. Michelle all’inizio è sempre in compagnia del Maggiore, Jacques Loustalot, personaggio sui generis, divertente, enigmatico, faunesco, i suoi scherzi sono famosi, così come l’occhio di vetro che fa spesso scivolare dentro i cocktail con fare clownesco. È il migliore amico di Boris, insieme trascorrono serate surreali, sono l’anima delle feste, l’epicentro degli incontri. Il Maggiore, come è chiamato dagli amici, è un personaggio eclettico, dall’ironia sferzante, amante del paradosso, dei giochi di parole, acrobata dei neologismi. Proprio come Boris. Ha quindici anni quell’estate, è coraggioso, sensibile, imprevedibile, raccontano che lasci l’interlocutore nel mezzo di un discorso e se ne vada sovrappensiero, organizza feste e ci si annoia dentro, balla ore e ore senza essere mai stanco, indossa caratteri come gilè e poi li distrugge, ha mille ruoli e poi nessuno. Serioso e scherzoso, introverso ed estroverso. Proprio come Boris. Alle feste fa spesso finta di saltare dalla finestra. È così che finirà la sua vita rocambolesca e tanto breve, forse per un gioco, per errore, nessuno lo saprà mai davvero, ma questa perdita nella vita di Boris sarà immensa, gli farà sempre sentire un vuoto accanto a sé, un posto che nessuno potrà mai occupare con la stessa complicità, con la medesima connivente sintonia fraterna. Nell’anno di Hossegor sono tutti giovanissimi, ascoltano i dischi fino a che il sole non fa capolino sull’erba sciogliendo la notte e le danze, leggono Camus, scoprono Sartre grazie al Maggiore, discutono d’arte e lettere e filosofia, sono avanguardie.

Quando tornano a Parigi Boris e Michelle si amano in mezzo al nero del coprifuoco, si baciano nell’oscurità di una sala mentre il Maggiore proietta film americani proibiti sotto il naso dei nazisti, si scatenano nei sotterranei della città al ritmo di swing, non riposano mai; con la loro sfrenatezza incarnano l’unico vitalismo capace di annientare l’orrore di cui sono circondati. Sono zazou, sono i nuovi dandy, i giovani ribelli della dominazione tedesca. Si riconoscono in giro per le strade, nelle cineteche, nei caffè. Portano pantaloni corti, grandi scarpe, giacche lunghissime. Sono filoinglesi, amano la musica afroamericana, i nuovi balli scatenati, sono i dissidenti del governo di Pétain. Sono pacifisti, vogliono vivere, hanno ingordigia di vita, e non ci pensano proprio a morire per i poteri forti in nessuna maledetta guerra di conquista, vogliono suonare il jazz, vogliono che sia proibito proibire. Molti di loro vengono deportati nei campi in Germania, rasati e sottoposti al lavoro coercitivo nelle fabbriche. Sono i giovani descritti nelle feste di Vercoquin et le plancton. Dentro questo libro c’è la realtà di un’epoca ma filtrata attraverso un mondo trasfigurato, surreale; ci sono Boris, il Maggiore, Michelle, i fratelli Vian, la combriccola di amici, i surprise-parties nel pavillon di Ville-d’Avray, fatto costruire dal padre di Boris appositamente per le feste. Vian lo scrive al lavoro, quando è impiegato all’Afnor dove certifica l’esatto diametro dei colli di bottiglia e dove scrive anche il suo romanzo più famoso, L’écume des jours. Vercoquin è un romanzo scherzo, la caricatura di un mondo che forse vuole riproporre i ruggiti di quello appena finito, degli anni Venti, degli americani perduti a Parigi, vittime anch’essi degli orrori della guerra, un’altra, quella degli uomini carne di trincea, innervata di retorica imbecille, dei reticolati che si bucano con i petti, i petti, certo, ma degli altri, spesso appena maggiorenni, non certo dei generali ornati di medaglie nelle parate ufficiali; anche quei ragazzi, per reazione, avevano opposto la vita roboante ai mostri di trincea, alle notti che, come dice un verso di Montale, erano tutte un’alba per via della luminosità degli spari, delle scie delle esplosioni sulla pece del notturno. Anche loro avevano sotterrato il terrore nello stomaco e poi nella festa mobile riparato le crepe dell’esistenza con il filo precario della joie de vivre.

Nel suo primo romanzo l’autore di Vercoquin fa entrare tutti i suoi amici, realtà e paradosso si scontrano nella trama, nelle azioni dei personaggi, emblema di una generazione che risponde alla prevaricazione del dominio e alla morte a suon di dischi e di vitalità. Sono i futuri esistenzialisti quelli che si ribellano ora e presagiscono il disagio di una vita disillusa a innestarsi sulle macerie del dopoguerra. Il romanzo è temporalmente ambientato tra due surprise-parties. Nel primo il Major si innamora di Zizanie, nel secondo si fidanza con lei grazie anche all’intervento dell’inseparabile amico Antioche, il quale intercede presso lo zio della ragazza, uomo noiosissimo che produce dossier d’informazione su tutte le cose esistenti sulla terra. È chiara la derisione di un universo che lo scrittore conosce bene tramite la sua esperienza all’Afnor, di un sistema lavorativo asfittico costruito su inutili burocrazie, una presa di posizione contro tutti coloro che rappresentano l’autorità, i tecnocrati dalle frasi fatte, i campioni di pensieri vuoti e a cui fanno da contrasto nel libro, e nella vita, le feste dionisiache, l’amore, la giovinezza irriverente dei protagonisti. Il romanzo si nutre di nonsense, di surrealismi descrittivi e linguistici, di iperboli e squinternati accadimenti, alcol, balli acrobatici, abbracci dati di nascosto, ma non troppo, negli scopodromi di casa, i luoghi deputati all’atto amoroso durante le feste, animali di fantasia e antropizzati il cui unico verso è psss, dove psss significa però moltissime cose, è commento onomatopeico degli eventi in cui si trovano coinvolti loro malgrado. Vercoquin è un gioco, una carnevalata densa di neologismi e invenzioni mirabolanti, sembra di stare dentro una poesia futurista ma in cui regna l’anarchia, spettatori della cenere che volontariamente si vuol posare sul defunto mondo dei padri, della guerra, e contro il dispotismo.

Intanto, fuori dal libro, ma dentro questo tempo di festa e di jazz, Boris e Michelle si sposano. Vivono dividendosi tra la residenza dei Vian a Ville-d’Avray e la grande casa parigina del padre di Michelle, deportato in Germania per le sue conoscenze aeronautiche. È un periodo di grande fermento e Boris e Michelle saranno tra gli attori principali di quel mito che nel dopoguerra diventerà Saint-Germain-des- Prés insieme a Sartre, Simone de Beauvoir, Jean Cocteau, Juliette Greco, Anne-Marie Cazalis, Raymond Queneau, Maurice Merleau-Ponty. Iniziano gli anni dell’esistenzialismo.


Silvia Penso

Silvia Penso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto