Boris Vian. La combriccola di Saint-Germain-des-Prés – Parte III

Questo pezzo è la terza e ultima parte di una serie di articoli correlati. Puoi leggere la seconda parte qui.

Il Bar Vert, il Flore, la Rhumerie Martiquaise, il Tabou. Gli esistenzialisti. Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, Juliette Greco, Anne Marie Cazalis, Boris e Michelle Vian, letteratura, musica, filosofia, le scorribande notturne per Saint-Germain, di cui si sa, lo dicono tutti, Boris è il principe, l’animatore. Il luogo, l’epicentro del culto di Saint-Germain alla fine degli anni Quaranta è il Tabou, uno scantinato umido, semiabbandonato, nel piano sottostante di un bistrot: a scovarlo è l’inseparabile duo Cazalis-Greco, la prima poetessa, giornalista, saggista, la seconda ballerina, protagoniste anch’esse di quell’epoca dorata, spensierata, o comunque speranzosa del dopoguerra, dove la notte, le lettere, il teatro, la musica e il jazz se ne vanno a braccetto, proprio come le due amiche, inseparabili tra loro, inseparabili da Boris. Siamo nel 1946, l’alcol scorre a fiumi, e la notte gli sfollati del Bar Vert, del Flore o della Rhumerie Martiquaise, si riversano a fare l’alba al Tabou. C’è tutta l’ala esistenzialista in questo «vero santuario della nuova generazione» come recita il Samedi Soir immortalando nella foto di copertina gli esistenzialisti Juliette Greco e Roger Vadim.

Della musica naturalmente si occupa Boris Vian, con i fratelli Lélio e Alain, Goy Montassut al sax, Guy Longnon alla tromba. C’è poi l’animatore esistenzialista d’eccellenza delle notti parigine, lo spregiudicato Marc Doelnitz, e Anne-Marie Cazalis, che lì recita le poesie di Queneau e canta testi di Prévert: «La nostra Rive Gauche è stata un’epoca irripetibile» racconta Michelle Vian in un’intervista a Giangilberto Monti contenuta in Boris Vian, Il principe delle notti di Saint-Germain-des-Près «ma in fondo è durata poco, dal 1946 al 1950. Prima dei ribellismi e delle parole d’ordine, prima del Sessantotto e dei suoi miti, c’eravamo noi. La nostra carta d’identità erano quelle notti, quel fumo di sigarette, quel sudore tra i capelli… Sotto il pavé di Parigi, in quegli scantinati da far schifo, c’erano quei locali e quella musica. La stessa che suonava Boris. Vede giovanotto, noi eravamo quella bellezza. Eravamo il sogno».

Si dorme poco, si scrive, si discute, si ritratta l’esistenza e le sue necessità, ci si ritrova a pranzare al Bistrot des Assassins, al Flore nel tardo pomeriggio, al Bar Vert alle otto di sera, dopo la mezzanotte fino all’alba ci si scatena al Tabou: «Verso le 21» racconta Bernard Quentin «alcuni gruppetti si davano appuntamento “per cambiare il mondo” … Tra i tanti c’era il mio tavolo con Antonin Artaud, Roger Blin, Germain Helman e io e Juliette Gréco. Il teatro, l’arte, la poesia e la filosofia erano il nostro argomento abituale. Quando veniva anche Boris, al balcone parlavamo con Bernard Luca, soprattutto di bebop, di Charlie Parker, Dizzy Gillespie» (Valèr-Marie Marchard, Boris Vian, Giulio Perrone Editore, p. 137). Poesia, jazz, party tematici – come la festa della Jungla o la notte d’Autunno, con la pista da ballo tramutata in un tappeto di foglie morte, o la notte delle capre, per la quale Alain Vian aveva fatto arrivare un vero e proprio gregge, la notte dei Pompieri, quella gitana, una festa di musica e di idee, un carnevale perenne di eccentricità.

Nel 1948 ci si sposta al Club Saint-Germaine, la sera dell’inaugurazione circa duemilasettecento persone rimangono in strada per terminata capienza all’interno. Tutti i migliori jazzisti suonano lì, Charlie Parker, Max Roach, Kenny Clarke. Sono gli anni in cui Boris Vian collabora con la rivista «Jazz Hot», con «Combat», con «Jazz News», scrive articoli per «Arts», parla delle incisioni, polemizza con altri critici musicali, racconta le esibizioni, analizza il repertorio di jazzisti famosi come Duke Ellington. I suoi pezzi oggi vengono ancora letti, sono arguti, sono l’immagine di un’epoca musicale sotto forma di parola. Inoltre, a confermare la sua creatività multiforme, sarà Boris a ideare le presentazioni degli artisti stampate sui vinili, quando svolgerà il ruolo di direttore artistico prima alla Philips nel 1957, poi da Fontana l’anno successivo. Boris è instancabile, scrive canzoni, poesie, romanzi, racconti, articoli, critiche musicali, si occupa di collane discografiche, di teatro, cabaret, traduce Raymond Chandler, Peter Cheney, Richard Wright, August Strindberg, Van Vogt, Ray Bradbury (e questo gli dà da vivere più di tutto il resto). Scrive sceneggiature per il cinema, è comparsa, attore. È incensato all’accademia patafisica di Alfred Jarry per le sue trovate e il suo pensiero colorato. Si tratta di un’associazione a scopi non realistici, di cui lui è «macellaio di prima classe», e che prende in giro la pomposità delle accademie istituzionali di Francia e di tutti i luoghi. Si studia «coccodrillogia», «l’arringa inaugurale», «la mitografia delle scienze esatte e delle scienze assurde», «la velocipedia» e molte altre materie interessanti, il luogo perfetto per Boris.

Poi ci sono gli scritti teatrali, la prima opera, L’Equarrissage pour tous, (Tutti al macello) la scrive nel 1947; nel 1950 verrà messa in scena al Teatre des Noctambules. Antimilitarista, anarcoide, è una satira contro il perbenismo, contro il funambolismo opportunista incarnato a mo’ di simbolo dal protagonista, un macellaio a cui nulla importa dei massacri bellici, il suo unico interesse è maritare la figlia. È una pièce contro la guerra che, come dice lui stesso, non gli ispira alcun sentimento patriottico, «né movimenti marziali del mento, né entusiasmo omicida» ma solo «una rabbia disperata e totale verso l’assurdità delle battaglie, che sono battaglie di parole ma uccidono le persone in carne e ossa» (Giangilberto Monti, Boris Vian, il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés, Miraggi Edizioni, p. 41).

Nello stesso anno, il 1947, di L’Ecume des Jours, scrive L’Automne à Pékin, segue, tra i romanzi più importanti, L’Herbe rouge del 1950, del 1953 L’Arrache-coeur. E poi c’è la vicenda di Vernon Sullivan, che è un altro modo di dire Boris Vian. Sotto questo nome scrive quattro romanzi. Tutti editi dalla coraggiosa casa editrice Scorpion. Il primo e più famoso, per via della causa che seguì la pubblicazione, è del 1946, J’irai cracher sur vos tombes (Sputerò sulle vostre tombe).

La versione ufficiale che Boris e l’editore raccontano quando il romanzo esce in libreria, è che Vernon Sullivan sia uno scrittore nero, statunitense, e in quanto tale censurato nell’America razzista di quel periodo. Vian si presenta come il suo traduttore. L’editore, Jean d’Halluin, già da tempo era alla ricerca di autori americani, amatissimi in quel momento e difficili da reperire, anche perché spesso sottoposti a censura, come Henry Miller. Vian per scommessa gli promette di scrivere in pochi giorni un vero romanzo “americano”, giusta dose di scandalo, mode d’oltreoceano, verità, denuncia. J’irai cracher sur vos tombes narra la vicenda di un ragazzo nero, Lee Anderson, nato però con la pelle chiara. Il protagonista, sembrando “un bianco”, riesce a intrufolarsi negli ambienti borghesi e a conquistare la fiducia delle sorelle Asquit, nonché a usarle per il suo terribile piano, vendicare l’assassinio del fratello. È un romanzo crudo, vertiginoso di inseguimenti, alcol, sesso, musica, violenza gratuita e senza limiti, macchine, corse sulle strade dal sapore pieno di anni cinquanta e gioventù bruciata. In scena si pone l’annientamento brutale dell’altro, non solo per conquistare un’identità, ma soprattutto per rivalsa, per punire, attraverso le due ragazze, la società bianca, ricca, razzista, inumana di quegli anni americani. Le due sorelle non sono niente agli occhi ciechi e pieni di odio di Lee, sono un simbolo, la personificazione di un’idea, una mentalità. Il romanzo non può etichettarsi solo come un gioco in cui l’autore si finge qualcun altro, una sfida dello stesso Vian al buon costume, è un romanzo pensato e strutturato, la cui durezza è consapevole, e sotto l’atto omicida e violento del finale tutto il libro vuole essere denuncia del razzismo e dell’ingiustizia. J’irai cracher sur vos tombes, come anche i restanti del ciclo Vernon Sullivan, sono molto diversi dagli altri scritti di Boris Vian, qui non c’è spazio per la fantasia, per l’uso esplicito del surreale o della dolcezza, come in L’écume des Jours, dei giochi di linguaggio, qui si va oltre l’irriverenza per attestare una piaga sociale rappresentata dall’ineguaglianza, palesare gli strumenti di disparità con cui gli esseri umani vengono giudicati solo in base al colore della pelle, classificati migliori o peggiori in riferimento all’epidermide. Vian vive pochi anni ma ha così tanto da dire e dimostra di saperlo fare attraverso stili e strumenti differenti. Può sembrare un tipo disimpegnato, con le sue feste, le sue scorribande scherzose, ma osserva e smaschera attraverso i suoi libri la stupidità, le mode vuote, i linciaggi razzisti, la segregazione di un intero popolo, vuole provocare scuotendo un pensiero precostituito, incrinando un sistema esistenziale muffito. Questo libro costerà al suo autore anni di tribunali, di censure, di multe, di cause alla morale. Nonostante ciò, se ne farà anche un film. L’ultimo visto da Boris, che morirà durante la visione delle prime immagini.

Il successo vero per Vian arriverà dopo la morte, riscoperto dalla generazione della contestazione che gli era in effetti così affine. Di lui resta tantissimo, ma resta anche un punto di domanda e nessun cerchio si chiude. Chi è Boris Vian? Occhi enigmatici come il suo sorriso, l’incarnato pallido, alto, così concentrato quando suona, Boris pieno di vita, Boris inseguito stretto dalla morte. Chi è questo ragazzo eclettico, ellittico nelle passioni, per alcuni un bambino che non vuole crescere, prendere le sue responsabilità di padre, con questo cuore pazzo che batte sempre più forte, suona nel torace, soffia più della sua amata tromba. Boris appartiene forse a tutti i luoghi e a quel tipo di personalità multistrato che disarmano chi vuole definirle; sfuggente, sorprendente, anticonformista l’uomo e la sua penna, dall’umorismo sardonico, graffiante. In lui non c’è niente di convenzionale e così nei suoi romanzi tanto originali, anzi, sembra voler modellare la sua vita perché anch’essa si avvicini a una forma d’arte, poliedrica e fuori da ogni norma. Il suo andare instancabile ha forse sete d’immortalità. La sua dolcezza, il suo carisma, ne fanno il ritratto di un uomo generoso, sempre pronto ad aiutare gli altri, soprattutto gli artisti squattrinati di cui riconosce il valore, la dote. Boris molto amato, dalle donne, dagli amici, circondato d’allegria, vittima talvolta di una tristezza cupa, consapevole dell’appressarsi della fine, della mancanza di un senso ricercato per l’intera breve esistenza attraverso l’arte, la letteratura, la musica soprattutto, persino la pittura, la macchina da presa. Forse è meglio lasciar parlare di lui chi lo conosceva, come l’amica Juliette Greco: «Era una persona straordinariamente misteriosa, sarcastica, pungente […] coglieva anche il lato drammatico della vita e l’essenza profonda e unica dei sentimenti umani. Per questo si potrebbe dire che Boris era un vero e proprio personaggio da romanzo. A differenza dei fratelli, aveva una magia speciale, ammaliante, una solennità e una profondità assolutamente sorprendenti. Era un essere tragico con un cuore troppo grande, in senso letterale e figurato, con la morte sempre alle costole» (Valèr-Marie Marchard, Boris Vian, Giulio Perrone Editore p. 153).

Valzer del sole

Che sole in strada che c’è

Io amo quel sole ma la gente no

In casa mi nasconderò

Riparato da vetri fumé.

Che sole in strada che c’è

Io amo la strada se dorme così

E solo di sera uscirò

Camminando sognerò.

Sole che fai la tournée del mondo

Ballerai un valzer biondo

Con la terra in tondo tondo tondo

Sole che canterai come un gallo

Ballerai un valzer giallo

Per quel cielo che c’è.

Ma in tasca ho la notte per me

E la luna che c’è

Segna i tetti lassù

I sogni salgon con lei

Tra le nuvole e poi

Si perdon nel blu

Sole che fai il giro della terra

Tornerai su una stella

E così s’alzerà e vivrà la città

Anch’io da qui mi muoverò

Ma sì, c’è lavoro in città

Io non amo il lavoro ma vivere qui

Troverò a cosa somiglierà

Cercando di non far più di così.

Chi la vita non capirà mai

Alle sei del mattino si risveglierà

Fa l’effetto più strano che c’è

Come pioggia dentro un caffè.

Sole che fai la tournée del mondo

Ballerai un valzer biondo

Con la terra in tondo in tondo…

Sole che fai il giro della terra

Tornerai su una stella

E così s’alzerà e vivrà la città

Anch’io qui mi addormenterò.

(Canzone Valse Jaune, versione tradotta e riportata in Giangilberto Monti, Boris Vian, il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés, Miraggi Edizioni, p. 85).


Silvia Penso

Silvia Penso

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