“Il grande cacciatore (e altre violenze)” di Carlo D’Amicis

TerraRossa Edizioni, 2023

«Non mi ero ancora resa conto di avere una nuova vicina, finché un pomeriggio, dalla finestra del bagno, non la vidi a letto con il mio fidanzato»

È questo l’incipit di Il grande cacciatore (e altre violenze), l’ultimo libro di Carlo D’Amicis edito per TerraRossa Edizioni. In realtà, come spiega l’autore nella prefazione, questo è il risultato di una profonda e radicale riscrittura di un libro già pubblicato per la casa editrice :duepunti nel 2011. Ma nel rapporto diacronico con il testo D’Amicis racconta di non essersi più riconosciuto nella versione originaria e confida al lettore che, come spesso accade, con il passare del tempo, il fruire di altre esperienze e l’emergere di nuovi lati del proprio carattere, ha sentito l’esigenza di dare un senso nuovo al romanzo. Così, se in quella prima edizione lo scopo del libro era indagare il rapporto dell’umano con la propria animalità, nel momento in cui l’autore si ritrova dopo anni a tu per tu con il manoscritto comprende che il testo ha altre potenzialità, un’altra essenza, «esplorare il margine tra la fragilità che ci definisce umani e l’abiezione che ci rende disumani: tra l’inciampo e la caduta». Quello che ne è venuto fuori è, quindi, un romanzo nuovo.

D’Amicis non è un principiante. Ha pubblicato numerosi romanzi con vari editori tra cui minimum fax (Escluso il cane, La guerra dei cafoni, La battuta perfetta, Quando eravamo prede) e Mondadori (Il gioco, La regola del bonsai). Il Gioco nel 2018 è stato finalista al premio Strega. Dal suo romanzo La guerra dei cafoni nel 2017 è stato girato un film di Davide Barletti e Lorenzo Conte e un recital di Sergio Rubini, mentre da Maledetto nei secoli dei secoli è stato tratto uno spettacolo teatrale. Inoltre, è autore del programma di Rai 3 Quante Storie e della trasmissione di Rai Radio 3 Fahrenheit.

Il grande cacciatore (e altre violenze) è una commedia surreale ma nel suo essere tale mette in scena i sentimenti umani. I personaggi sembrano muoversi sul palco di un teatro, dibattendosi tra generosità ed egoismo, meschinità ed empatia. Incontrandosi, si espongono appunto all’indefinibile commedia umana, procedono nel quotidiano come in un balletto, divincolandosi tra convenienze, strategie e affetto che solo talvolta si mostra sincero. E se come diceva D.H. Lawrence il personaggio della letteratura moderna ha perduto la sua forma unitaria per divenire un prodotto spezzato dalle convenzioni, qui ne abbiamo l’esempio lampante: i protagonisti non sembrano avere un’identità ferma, granitica, non aspirano a grandi ideali, non incarnano virtù esemplari, il loro io e le loro intenzionalità annaspano su una superfice liquida, scivolano, sdrucciolano sulla realtà, si perdono, riemergono, scompaiono, si confondono, cambiano idea.

La storia potrebbe sembrare inizialmente quella di un triangolo e volutamente già dal movimento iniziale il romanzo ci presenta il plot: una fidanzata tradita che di lavoro fa l’infermiera, un fidanzato infedele cacciatore e nullafacente che va a letto con la vicina di casa, una ex modella con la quale condivide la passione per gli alieni. E se ci aspettiamo a questo punto litigi e piatti rotti, sbagliamo, perché la storia prende una strada alternativa e i tre protagonisti si relazionano intersecando le proprie vite pacificamente, o almeno così sembra.

Il racconto è puntellato di ironia, soprattutto a scapito del fidanzato che risulta essere non troppo intelligente e dell’ex modella sempliciotta, almeno nella mia lettura. Certo, bisogna aggiungere che il punto di vista della storia è quello della fidanzata tradita: con lei, pertanto, il lettore tende a identificarsi e, di lei deve fidarsi. I ruoli si confondono, vittima e carnefice si ribaltano, bene e male sfumano l’uno nell’altro, rivalsa e pietà si sovrappongono. E mentre le due vicine di casa alternano amicizia, risentimento e gelosie mal celate il fidanzato Adelmo appare come una figura galleggiante, straniata dalla realtà, indifferente a quanto accade tra la fidanzata e l’amante e nell’arco del racconto sembra persino subire una regressione. Quando la sua vecchia madre scompare è convinto, e con lui Marilyn, la vicina-amante, che questa sia stata rapita dagli alieni e quando invece viene ritrovata in stato confusionale e ricoverata in ospedale, non se ne preoccupa più. Del resto, anche la madre non sembra proprio felice di questo figlio: «Una volta escluso il rapimento da parte degli alieni, Adelmo si era buttato sul letto della vicina e dopo ventiquattr’ore non aveva ancora trovato la forza di alzarsi e andare a verificare in che condizioni versava sua madre. Le facoltà mentali della donna, per altro, miglioravano, seppure con lentezza e lasciandosi dietro qualche dubbio. Non era chiaro, ad esempio, se l’essersi finalmente ricordata di avere un figlio (quel figlio) avesse procurato un miglioramento o un peggioramento della sua salute» (pp 58-59).

L’unico personaggio uguale a sé stesso, fedele e puro, è il cane che la giovane infermiera raccoglie nel parcheggio dell’ospedale e che sembra averla scelta. All’inizio neppure lo vuole, cerca di farlo scendere dall’auto sulla quale è salito autonomamente, lo abbandona nei dintorni della sua abitazione. Niente da fare, il povero cagnolino vuole lei. La aspetta tutta la notte davanti al citofono e alla fine non può non nascere amore e sintonia tra la ragazza e il cane, tra uomo e animale nell’incontro fortuito tra due solitudini; l’unico rapporto vero e sincero narrato nel romanzo, tanto che a lui si affezionano anche i lettori. E poi, a sorpresa, arriva il finale. E non era quello che ci si aspettava.


Silvia Penso

Silvia Penso

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