Boris Vian. Il disertore – Parte II

Questo pezzo è la seconda parte di una serie di articoli correlati. Puoi leggere la prima parte qui. La terza parte uscirà lunedì 22 gennaio.

A Parigi c’è il coprifuoco. A Parigi c’è la guerra. A Parigi c’è la fame. Michelle Vian racconta che dentro casa, in quel periodo, non c’era mai cibo e i vestiti non venivano smessi ma modificati ricucendoli, la notte durante il coprifuoco sparivano gli amici. Eppure, anche in questo clima, è impossibile fermare Boris. È il 1942 e neppure la nascita del primo figlio Patrick rallenta il vortice di vita in cui la coppia è immersa, il coprifuoco è ignorato, gli amici restano a suonare e ballare in casa Vian fino all’alba o in una cantina umida in rue Jeanne-d’Arc a Sèvres. La gioventù si oppone al conflitto, al patriottismo. La loro rivolta risiede nel sostituire alla morte l’esuberanza gioiosa, la musica, il vorticare sfrenato del ballo. Sono gli anni dell’Hot Club de France e dell’orchestra di Claude Abadie, il quale, suonatore di clarinetto e grande ammiratore di Duke Ellington, vuole fondare un suo complesso seguendo la tradizione del jazz anni Venti di New Orleans. Naturalmente Boris, coinvolto, acconsente subito, e così il fratello Lélio che suona la batteria.

Nel marzo del 1945 l’orchestra che Vian e Abadie hanno formato vince il primo premio internazionale per il primo gruppo jazz. Esperimento riuscito, i ragazzi ce l’hanno fatta. Con il ritmo sincopato del bebop, del jazz, dello swing si liquida anche la guerra. L’Hot Club vibra dei loro suoni, del fiato di Boris nella tromba, dello scalpiccio dei piedi che pestano a ritmo il pavimento. Vian è sempre sul palco, le gambe divaricate, il corpo reclinato. La musica per la musica e pochi soldi in tasca e non importa se i soldati americani di stanza a Parigi pagano l’entrata nel locale in dischi. Sono i loro, questi dischi, incisi appositamente per rallegrare i soldati al fronte, poveri soldati, almeno avrebbero potuto distrarsi prima di morire dilaniati dai proiettili, che bel regalo, che bel pensiero, grazie esercito. E quelli allora, a guerra finita, non solo li ascoltano, ma ci pagano la vita, li scambiano per altra musica ancora, ci comprano un’atmosfera, la conquista di una donna incontrata sulla pista trasfigurati dal fumo delle sigarette, annebbiati dal rum e cola in voga allora, dentro la condensa degli scantinati, l’aria che sa di sudore e profumo, i corpi che s’avviluppano, si strofinano ritmici nella penombra, nelle luci intermittenti del locale, le parole che si perdono nella scia dei suoni, che svaniscono nel tripudio del palco, là dove vincono il piano, il sassofono, la tromba, nel regno del jazz e della notte. Tutto è ritmo sincopato, anche la poesia. Vian e i suoi Cent Sonnets (che saranno pubblicati solo nel 1984), i primi componimenti poetici conservano il ritmo irregolare della sua musica, disarmonici, i versi scoppiano come un suono di tromba, sono distorti come un bemolle.

Per Boris questi sono anche gli anni delle prove letterarie, dei primi racconti surreali in cui seppur spuri e talvolta di una certa immaturità narrativa, ritroviamo già i temi, i personaggi, le prodezze linguistiche innovative e giocose dell’autore, la messa a soqquadro del sistema, dei modelli borghesi da seguire. Sono racconti profondamente anarcoidi nello stile e nell’irriverenza simbolica. Queste prime novelle, undici per l’esattezza, verranno poi raccolte nel 1949 con il titolo Les Fourmis (Le formiche). C’è tutto Vian, le situazioni comiche, clownesche, i protagonisti atipici, surreali. Il racconto Les Fourmis, per esempio, vuol essere una parodia della guerra: durante lo sbarco in Normandia un soldato americano si comporta come se fosse un turista mentre intorno a lui tutto è morte e i soldati dello stesso fronte si fanno a pezzi per cose da niente. Del resto, l’antimilitarismo di Boris Vian è risaputo e naturalmente osteggiato dalla cultura ufficiale, non per niente farà scandalo la sua canzone Diserteur. Boris la canterà personalmente, insieme al resto del repertorio durante un vero e proprio tour attraverso il paese, e ogni volta sarà fischiato e osteggiato da nazionalisti e patrioti dileggiati nel loro amor proprio di colonialisti d’Indocina e d’Algeria. Ma lui continuerà imperterrito, esibendosi timido ma deciso sui palchi di mezza Francia, opponendosi alle guerre di dominio di quegli anni. Dopo la sua morte, durante la controcultura degli anni Settanta questa canzone diventerà uno stendardo. In Italia sarà tradotta e cantata tra gli altri da Gino Paoli, Danilo Rea, Luigi Tenco.

Egregio Presidente

Io sperò leggerà

Egregio Presidente

La lettera presente

Se tempo mai ne avrà

La posta mi darà

prima di domattina

la vostra cartolina

che in guerra m’invierà.

Ma io non sarò mai

Egregio Presidente

Il boia o l’assassino

Di gente come me

Mi creda ma non è

Per darle del fastidio

In cuore ho già deciso

Che io diserterò.

Mio padre non c’è più

I miei fratelli andati

E i figli disperati

A piangere con me

Mia madre come lui

È dentro la sua tomba

E i vermi od una boma

Che cosa cambierà.

Quand’ero in prigionia

Qui tutto mi han rubato

La moglie, il mio passato

La mia migliore età.

Domani mi alzerò

E sbatterò la porta

in faccia alla memoria

e in strada me ne andrò.

Di carità vivrò

Sulle strade di Spagna

Di Francia, di Bretagna

E a tutti griderò:

non obbedite più

gettate le armi in terra

e basta con la guerra

restatevene qui.

Se sangue servirà

Egregio Presidente

C’è il suo se ci consente

Lo dia a chi ne vorrà.

La legge violerò

Lo dica ai suoi gendarmi

Così potran spararmi

Io armi non ne ho.

(Canzone Le déserteur, versione tradotta e riportata in Boris Vian, il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés, Giangilberto Monti, Miraggi Edizioni, p. 103)

Boris Vian scrive negli anni moltissime canzoni che spesso farà arrangiare e cantare ad altri artisti, lanciati da lui e poi divenuti famosi. Ma certo non smette di scrivere altro, articoli, racconti, poesie, romanzi. La sua produzione è sconfinata.

Se Vercoquin et le plancton somiglia di più a uno scherzo tra amici che a un’opera letteraria, L’écume des jours è un romanzo più maturo, di una delicatezza struggente, una favola triste, poetica, tinta di fantastico, densa di immagini surreali e pittoriche come quella del fiore che cresce nel cuore di Cloé e man mano l’annienta. Colin, il protagonista, prima di incontrare Cloé trascorre le giornate suonando strumenti inventati da lui e assaggiando le ricette pazze del suo chef stellato, si accompagna a Chick, il suo migliore amico, il quale colleziona in modo patologico le opere del famoso Jean-Sol Partre. Ma quando Colin incontra Cloé cambia ogni cosa. I due s’innamorano, sono cotti l’uno dell’altra, proprio come gli arrosti di tacchino preparati dal cuoco Nicolas e cucinati nella «macchina culinaria» quando suona sul «a puntino», naturalmente non prima di aver controllato e aver messo in azione «la sonda palpatrice sensitiva». Non possono che unirsi in matrimonio Colin e Cloé, quindi «l’Arcivettovo» li sposa, ma col sottofondo di settantatré musicisti; in chiesa svolazzano nuvole che sanno di coriandolo e tra gli invitati ci sono quattordici figli della fede e due pederasti d’onore. Il viaggio di nozze è pazzo come la fantasia dell’autore, gli sposini ebbri di gioia. Ma la felicità non dura, Cloé si ammala, nel cuore le cresce una ninfea che lentamente l’uccide. È il momento del dolore, le tinte prima euforiche si spengono, il tono si dimette, il cuore si rimpiccolisce e con lui la casa, le stanze, i corridoi, niente può più contenere nulla, ogni cosa vivente e non ne è schiacciata, è la disperazione stessa che straripa incontenibile e si trasmette al lettore tramite l’inarrestabile e progressivo restringimento della casa, metafora dell’essicamento della vita, dei corpi prosciugati dalla tristezza della fine, dall’impotenza dell’agire. È un libro che fa emozionare tristemente ma è anche un libro leggero, ironico, pieno di neologismi e di trovate linguistiche, di psichedeliche immagini e invenzioni: Colin «era quasi sempre di buon umore, e nelle ore che restavano dormiva» (Boris Vian, La schiuma dei giorni, Edizioni Marcos Y Marcos, p. 18), quando vuole svuotare la vasca dopo il bagno Colin non tira il tappo ma trapana il fondo, creando una cascata che si riversa nella casa dell’inquilino sottostante. Colin possiede sandali di cuoio di pipistrello rosso e pantaloni di velluto di un verde acqua molto profonda. La casa poi è splendida: «Il corridoio della cucina era luminoso, tutt’e due le pareti erano a vetri e dietro ognuna splendeva un sole» (Boris Vian, La schiuma dei giorni, Edizioni Marcos Y Marcos, p. 19). Ogni volta che lo penso, questo libro, penso a un piccolo libro magico, pieno di formule e di chiavi, un libro del sogno e dell’amore gentile, un universo ameno e fanciullino deformato dal reale che entra prepotente, seppur mascherato da ninfea, un fiore-malattia che nella vita vera il suo autore non ha potuto esorcizzare. Come non riconoscere in quella di Cloé la stessa ninfea di Boris Vian, quella che cresce nel suo cuore bambino e gli accorcia gli anni come fossero calzoni troppo lunghi. Ma lui ha escogitato un rimedio, vivere come una macchina da corsa, i giorni e le notti s’accavallano senza sostare e suona e scrive scrive scrive. In L’écume des jours ci racconta una storia terribile, che in fondo è la sua, lo fa con pennellate uniche, unendo la lievità dell’immaginifico alla gravità tragica della vicenda. Ci fa ridere, ci fa innamorare, ci fa commuovere.


Silvia Penso

Silvia Penso

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