Lou Andreas Salomé. La ribelle. La favorita (Parte terza)

Puoi leggere la seconda parte qui.

Nel 1911, al congresso di Weimar dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi, Lou Salomé fece la conoscenza di Sigmund Freud. Ne scaturì un’amicizia profondissima guidata da stima reciproca, dialogo, studio e affetto. Dopo aver seguito i corsi del padre della psicoanalisi, Lou stessa divenne con successo una psicoterapeuta e si concentrò totalmente a comprendere l’universo uomo, il germe motivazionale del comportamento. I problemi dell’inconscio, gli impulsi che portano ad agire in un determinato modo o a bloccare le azioni del soggetto erano temi che sempre l’avevano affascinata.

Del resto, aveva assistito allo squilibrio di Nietzsche legato al rifiuto d’amore, alla malinconia di Paul Rée, forse morto suicida proprio nel luogo dei loro primi incontri, alle estasi e alle paralisi psicologiche di Rilke davanti alla vita. Voleva indagare, capire. Soprattutto l’amore, che non appartiene solo alla sfera dell’anima ma del corpo, è un’esigenza come la fame e la sete, una forza animale che sublima in sensazioni ciò che appartiene all’istinto. Affrontò l’argomento ne L’erotismo, dove asserì che l’amore viene idealizzato dalla società, sottomesso a un desiderio di durata che è in realtà impossibile serbare, laddove uomini e donne reclamano invece, per indole naturale, l’evoluzione e il dinamismo. Lo stesso ripetersi dell’atto sessuale, la sua sazietà, implica una decrescita del desiderio e di conseguenza del sentimento; parimenti la passione è strettamente connessa all’impellenza d’amore, cosicché, pasciuti, gli esseri necessitano la ricerca del diverso: “La vita amorosa naturale, in tutte le sue manifestazioni e i suoi sviluppi, e in particolare forse nelle sue forme più alte e individualizzate, è basata sul principio dell’infedeltà”.

E insegna, sull’amore: “Se due esseri si accostano con autentica serietà a questo atto che è uno dei più transitori, se non esigono alcuna fedeltà l’uno dall’altro, accontentandosi invece della momentanea felicità che possono avere l’uno dall’altro, essi conoscono veramente uno stato di divina follia”.

Quello che l’autrice de L’erotismo auspica è un amore assoluto che prenda atto con complicità, empatia, apertura circa le diversità e le caratteristiche profonde dell’altro. L’amore di relazione vince solo se si sceglie la libertà, combattendo quel terribile sentimento di dominio e controllo che divora gli uomini. Senza l’emozione e il senso del nuovo, la vita, che ha come dono peculiare il presentarsi di possibilità infinite, si spegne, e l’uomo e la donna, iniziano a vivere nella frustrazione avvilente, nella malinconia di una mancanza che è auto-privazione, nel decadimento di ogni energia ed entusiasmo quotidiani.

È così, del resto, che lei creò la sua vita. Una casa affettiva in cui tornare e da cui ripartire per involarsi nell’euforia, nell’emozione dell’amore, ma anche nel piacere della vita individuale, intellettuale e della conversazione, nella ferma volontà di essere definitivamente sé stessa, muovendosi da sola, o con amici solo suoi, per le strade d’Europa.

Lou trovò nelle riflessioni di Freud sulla psicanalisi la conferma scientifica ai suoi pensieri e l’occasione per approfondire questioni che le erano care da sempre, come l’interesse per il processo creativo, per il legame indissolubile tra genio e follia. Il suo libro Il mio ringraziamento a Freud fu senz’altro un omaggio a chi le aveva insegnato tanto, ma era anche una critica a certi dogmatismi freudiani. Ancora una volta Lou non era scesa a compromessi, non aveva nascosto le opinioni contrarie nonostante la devozione a chi le aveva fornito gli strumenti per addentrarsi nei meandri dell’inconscio.

Quando il marito Andreas morì, Lou si ritirò nella casa di Gottinga dove avevano abitato insieme. Lei ne occupò il piano superiore, mentre quello sottostante era riservato alla governante e alla figlia di questa, avuta da Andreas, e che sarà l’erede del patrimonio dei Salomé per volere proprio di Lou, a sigillare con la pratica le sue idee moderne, in favore di un amore universale e contro il possesso, quello materiale, quello di un altro essere.

Prima di ritirarsi nelle sue stanze di Gottinga, Lou ebbe molte altre relazioni, con uomini geniali amati intensamente,, all’insegna di quella sua vitalità che ritroviamo anche nei racconti, sempre un poco autobiografici e così poetici. Rimanendo sempre fedele alle proprie idee, senza lasciarsi sottomettere, tiranneggiare dal costume, dalle leggi sociali, dai pregiudizi di quanti volevano le donne relegate ai margini della vita e del lavoro per meglio assolvere al compito di figliare, allevare, allattare, nutrire, pulire, servire.

Lei, da donna, seppe fin da subito ciò che voleva, e questa subitanea consapevolezza fu senz’altro la sua fortuna: vivere pienamente la sua vita, autodeterminarsi, inseguire i desideri come essere autonomo, come donna, non nella parità con l’uomo ma nelle peculiarità del suo genere, nella libertà piena, nell’uguaglianza di diritti e di doveri, nella sovranità sul corpo. Fu anche una personalità contradditoria, una figura complessa, e forse certi esseri possiedono, loro malgrado, un’aura inconsapevole, un nucleo segreto e fascinoso, un gomitolo luminoso che è il loro sigillo incantatore, ma anche la loro pena, la loro colpa.

Diceva: “Tutto osare… non aver bisogno di nulla”.

Chiudiamo questa retrospettiva con una breve sezione antologica, a partire da due frammenti di Rilke tratti da Il libro d’ore  (e citati nell’autobiografia Ricordando la mia vita di Lou Andreas Salomé, Castelvecchi, Roma 2015):

Spengimi gli occhi, ed io ti vedo ancora;

rendimi sordo, e sento la tua voce;

mozzami i piedi, e corro la tua strada;

senza bocca, io ancora ti imploro.

Dirompimi le braccia, ed io ti stringo

Col cuore mio, fatto, repente, mano.

Se fermi il cuore, batte il mio cervello;

ardi anche questo: ed il mio sangue allora

ti accoglierà.

* * *

Poi la tua lettera mi portò la dolce benedizione,

e seppi che la lontananza non esiste:

incontro a me tu vieni da ogni bellezza,

tu, mio vento di primavera, tu, mia pioggia d’estate

tu, mia notte di giugno dai mille sentieri

che nessuno prima di me percorse:

io sono in te!

Leggiamo adesso una lettera di Paul Rée a Lou von Salomé del 25 o 26 maggio 1982 (tratta da: Friedrich Nietzsche, Lou von Salomé, Paul Ree. Triangolo di lettere, Adelphi, Milano 1999):

Una bella faccenda, mia cara Lou, questa nostra corrispondenza. Quello che Ti avevo detto – che avrei scritto solo quando ne avessi voglia, e che sarebbero potute passare intere settimane prima che mi risolvessi, si ritorce ora contro di me. Ormai scrivo per il puro piacere di chiacchierare con te. Stavo appunto pensando (in realtà dovrei meditare sulla “Nascita della coscienza dell’individuo”, ma lo sa il diavolo, penso sempre a Lou) che nel mio rapporto con Nietzsche non sono poi così completamente aperto e sincero, specie da quando è apparsa una certa ragazzina straniera. Ma completamente sincero come sono con Te non lo sono mai stato con lui e non lo sono con nessun altro al mondo; lo sono stato con una sola persona al di fuori di Te. Ora, è certamente vero che di amici se ne possono avere molti: avere stretti, strettissimi rapporti di amicizia con diverse persone non contraddice l’essenza dell’amicizia. Ma per l’appunto non è questo il mio caso. Io sono completamente amico soltanto Tuo, e così dev’essere sempre. Non mi faccio scrupoli se mi comporto in modo un po’ simulato, un po’ falso, un po’ bugiardo e ingannatore con chicchessia, a eccezione di Te. Della mia amicizia con Te io faccio un culto; […]

Un affettuoso saluto dal Tuo fratellino Paul.

E chiudiamo con una lettera di Nietzsche a Paul Rée e Lou von Salomé del 20 dicembre 1882 (tratta dallo stesso volume):

Io mi trovo, per parlare da spirito libero, alla scuola delle passioni, ossia le passioni mi divorano. Un’orribile compassione, un’orribile delusione, un’orribile sensazione di orgoglio ferito – come farò a resistere ancora? La compassione non è forse un sentimento uscito dall’inferno? Che debbo fare? Ogni mattina dubito di arrivare alla fine della giornata. Non dormo più: a che serve camminare per 8 ore! Da dove mi vengono questi turbamenti! Ah, un po’ di refrigerio! Ma dov’è ancora un po’ di refrigerio per me! Questa sera prenderò tanto oppio da perdere la ragione: chissà se esiste ancora qualcuno degno di venerazione! Ma voi, vi conosco tutti a fondo.

Non si preoccupi troppo dei miei accessi di megalomania o di vanità ferita: e perfino se un giorno, per via delle suddette passioni, capitasse che mi togliessi la vita, non ci sarebbe troppo da dolersene. Cosa importa a voi, intendo a Lei e a Lou, delle mie fantasticherie! Pensate pure, voi due, che in fin dei conti io sono un semialienato afflitto da emicranie, cui la solitudine ha del tutto sconvolto il cervello. – Arrivo a questa, che considero una valutazione ragionevole della situazione, dopo aver preso per disperazione una dose enorme di oppio. Ma invece di perdere per questo l’intelletto, sembra che lo stia finalmente riacquistando. Del resto, sono stato davvero male per settimane: e se dico che ho avuto qui per 20 giorni un tempo come quello di Orta, le mie condizioni vi appariranno più comprensibili. Preghi Lou di perdonarmi ogni cosa – anche lei mi offrirà un’opportunità per perdonarla. Perché finora non le ho ancora perdonato nulla. È molto più difficile perdonare gli amici che i nemici.

Ma ecco che mi sovviene la difesa di Lou. Strano! Tutte le volte che qualcuno si difende di fronte a me, va sempre a finire che sono io ad aver torto. Ma io lo so già in anticipo, e perciò la cosa non mi interessa più.

Che Lou sia un angelo incompreso? Che io sia un asino incompreso?

In opio veritas: viva il vino e l’amore!

Non si faccia scrupoli! Tanto sono abituato così: quest’anno tutti si arrabbieranno con me, forse il prossimo li farò tutti contenti.


Silvia Penso

Silvia Penso

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