Alfredo Zucchi, Demolition Job. Lettere all’usurpatore

2023, Edicola Ediciones

Cinque racconti, that is it. Cinque racconti sono bastati ad Alfredo Zucchi, che ci aveva lasciati già impressionati con la sua ultima raccolta risalente al 2020, La memoria dell’uguale (Polidoro Editore), a riplasmare le regole del gioco. Non ho detto “regole” per puro gusto retorico.

Cosa è cambiato dall’ultima raccolta di racconti? Cosa non è cambiato? Senza dubbio, e inizio rispondendo all’ultima domanda, la qualità narrativa di Zucchi è rimasta la stessa e anche la capacità di creare strutture narrative di impatto e riconoscibili: sappiamo, sin dalle primissime righe, di stare leggendo un testo di Alfredo Zucchi.

Ma, passando alla domanda più interessante, cosa è cambiato? Più che di cambiamento – al netto chiaramente di tutte le differenze più o meno lampanti tra un racconto e l’altro, tra un’opera e l’altra – credo che in questo caso sia giusto parlare di evoluzione concettuale. Il testo di per sé è molto breve, ma la sua densità è indirettamente proporzionale a questa ristrettezza: si parla di cinque racconti intrecciati e spaccati da un desiderio di descrivere il vuoto, o comunque di una voragine che si apre tra la storia e la voce narrante, tra chi vive la storia e chi la possiede. Di certo parliamo di un testo a suo modo violento, nella misura in cui appare chiaro sin dal principio che queste storie sono tagliate, recise in qualcosa che all’inizio non capiamo.

Ed è in questa cesura che si instaura l’elemento metanarrativo, la cifra stilistica di Zucchi e, nello specifico, il quid che rende anche noi, spettatrici e spettatori, partecipi del tutto: il sesto protagonista è la mente di chi scrive, l’usurpatore vero. Volendo spingerci ancora un po’ più in là, il sesto protagonista è una specie di racconto a sé, un elemento ricorrente ma che può incarnare una sorta di divinità, dalla quale ricavare una storia che non è stata scritta, ma che è presente e palpabile lungo tutti gli archi narrativi. In potenza, se questo ragionamento è vero, allora questo libro è breve ma infinito, perché ognuna delle storie è sì un risultato tangibile, ma è il narratore che muore e non muore in ogni momento; siamo noi, lettrici e lettori, che decidiamo cosa farne di questi personaggi, e del narratore stesso, che può tanto rimanere sguarnito di elementi, e tanto potrebbe esserne fonte infinita.

Ancora, in questi racconti risulta impossibile non notare due punti cardinali: il vuoto, al quale ho accennato brevemente prima, e che viene richiamato in varie forme – soprattutto acquatiche –, e l’ostacolo. Ad una prima lettura, sembra che ognuno dei personaggi sia in qualche modo imbrigliato, ostacolato, fermato da una forza invisibile che lo trascina verso quell’archetipico vuoto cui si è fatto riferimento. All’inizio, sono stata io stessa tentata di ricondurre questo ostacolo a una dimensione metafisica – forse anche perché nel Resoconto Sperimentale è la stessa storia che ci parla dell’usurpatore come di un fantasma, quindi di un’entità aldilà della realtà empirica –, ma poi mi sono accorta che forse sarebbe più opportuno ancora parlare di questo blocco come di un qualcosa di normativo.

Dopotutto, la letteratura e la scrittura – il linguaggio stesso, per esteso – si fondano su norme, leggi, regole e corollari che nessuno, nemmeno il più heideggeriano degli ermeneuti, sarebbe in grado di distruggere. È la forma stessa della scrittura che incatena chi legge, chi scrive, e chi abita le storie. Se trattiamo i personaggi come entità vive – e metafisiche: come l’usurpatore è un fantasma per loro, loro sono un fantasma per noi – allora ci possiamo accorgere che il gioco della letteratura è una follia a tre, non a due. È il personaggio, l’elemento più bistrattato del discorso. Non in questo caso, non in questa raccolta di racconti, dove i personaggi prendono coscienza e invadono un vuoto metanarrativo.

Non so se è possibile distruggere l’ostacolo, o se l’ostacolo è come un mostro informe che si rigenera dalla sua distruzione (dopotutto, ogni entità divina è mostruosità in sé, perché non ha forma né materia, è solo un’idea aldilà di tutto), ma so che il processo letterario si fonda su questa lotta, violenta e carnale, tra chi legge, chi scrive, e chi vive la storia.

E allora Demolition Job si può forse sintetizzare, in conclusione, proprio così: è una demolizione della normatività, ma è anche una distruzione che non sfocia nel nichilismo, ma mostra ciò che c’è sotto la superficie di una bella storia. Alfredo Zucchi, come mai prima d’ora, si è messo un grembiule bianco e ha vivisezionato cinque storie, per farci vedere la carcassa, nella quale si riflettono tre fantasmi, ognuna con il dito puntato verso l’altro, in un bellissimo e dinamico stallo.


Clelia Attanasio

Clelia Attanasio

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