La purezza d’essere: L’uomo triangolo di Rey Andújar e la società violenta caraibica

Edizioni Arcoiris, Salerno, 2023

Traduzione a cura di Barbara Flak Stizzoli

Concedersi il piacere della propria identità in una società è un percorso interiore (sentimentale, psicologico ed esistenziale) gigantesco e pericoloso, che sfida secoli di ideologia che è spesso una lotta contro sé stessi: questo è più vero se la società è un posto violento e inammissibile.

Ogni lotta, però, può incontrare l’inestinguibile miracolo della vita, quel singolo accadimento che rende diverso un percorso già tracciato dalle condizioni del luogo in cui nasciamo. È la purezza d’essere e il mistero, come un incontro o un sentimento d’amore inaspettati, a fare letteratura nel percorso esistenziale degli uomini.

L’uomo triangolo, l’ultima pubblicazione per la collana Caribe di Edizioni Arcoiris, dello scrittore dominicano Rey Andújar, affronta molto bene questo percorso che biforca tra tutto quello che c’è intorno a noi e quella cosa misteriosa che chiamiamo identità, la quale può salvare.

L’idea di sé, tema ben approfondito nel romanzo di Andùjar, è un equilibrio cristallino, fragile e multiforme, che non può mai essere troppo lontano dalla società che ci cresce, dall’idea che questa stessa società ha di sé, che perpetua in maniera anche topica, cieca e routinaria.

Andùjar dichiara molto presto, come anticipato nella prefazione dalla traduttrice Barbara Flak Stizzoli, che l’ambiente del suo romanzo è molto diverso dalle cartoline azzurre che i Caraibi rappresentano nella mente del lettore: la Repubblica Dominicana è il luogo in cui si cova, simile a un tizzone ardente incapace di spegnersi, il «maledetto maschilismo eterodominicano» che permea l’intera vicenda.

Da una parte c’è il paese, dove, «se vai a fare una denuncia, vacci preparato al fatto che non si troverà la penna con cui annotare la tua dichiarazione, dove l’odore di urina, merda e spazzatura occupa le piazze, dove le carceri, i riformatori, i palazzi, i conventi, i seminari, le scuole militari, i collegi, eccetera, sono edifici dell’oblio, dove sopra a molti sentimenti questo prevale e diventa forte, si tenta e si ricrea». Dall’altra c’è la natura dell’isola, avvolta da una malinconia che «non è benvenuta, ma appare comunque», fatta di pioggerelle insistenti e un clima sfumato, non privo di una bellezza davvero paradisiaca: «al mattino piove a dirotto, poi spunta un sole che attraversa i pensieri e brucia tutto. Piove di nuovo, non con aria di sfida ma come una polverina che non chiede permesso, che si insinua, che affievolisce i sentimenti, che lentamente crea quella melassa di piccoli e impercettibili dolori ma decisamente precisi».

In mezzo c’è la società, in cui agisce il tenente di polizia Pérez, il protagonista «tormentato dall’immaturità e dalla mancanza di speranza», uomo d’armi machista e autoritario a capo della centrale di San Carlos, il quale si ritrova a leggere un verbale inusuale di una retata notturna, rimanendone colpito: durante la retata, uno dei fuggitivi che correva per il parco viene catturato nudo. Viene riportato che «[…] quando dirigemmo verso il soggetto, questi era svanito, fulminato dall’impatto dell’alba».  Questa intrusione di poesia dentro il verbale di polizia traina Pérez verso il singolare prigioniero, che prende il nome di Uomo Triangolo, e che è pieno di un destino opposto al paese in cui viene preso: è nudo in una società corrotta, fetida, prepotente, nudo come i poveri che vi vengono ignorati («Dobbiamo comprendere il povero Dio: il rumore della povertà è semplicemente terrificante»), esposto al tiro delle mani e della armi («Pensò che il giorno in cui i fucili, i fucili a canna liscia, le pistole, i revolver e le mitragliatrici avessero una mattina di digiuno, allora, sicuramente, sarebbe iniziata la vera rivoluzione»), colmo di una poesia che non trova spazio alcuno nel vuoto riempito dalla brutalità («La mia poesia non ti riporta in questo mondo e in questo silenzio, nel vuoto in cui mi trovo ora»).

Non solo: l’Uomo Triangolo, il cui vero nome è Baraka, che, come nota ancora Stizzoli, nella cultura islamica significa benedizione, della grazia divina racchiude segni e sintomi che riassumono, per Pérez, un incontro inusitato a cui non può smettere di pensare, carico di un destino cui capisce subito di essere attratto. Baraka è la lirica intrusa e con i termini della lirica intrusa parla. Dice di essere condannato a vagare, a essere errante, di essere condannato alla lontananza. Baraka è un essere vulnerabile, sensibile, appassionato e con una grande capacità di sofferenza.«Ha la pazienza dei saggi del passato e la follia di alcuni dei bohémien che ancora girano per i Caraibi.»

«Con il tempo ci siamo adattati: la sua poesia, la sua pazienza celestiale e quel modo di coniugare i verbi e bruciare le navi, e quel mistero invisibile che ci attraversava. A volte, l’unico disagio sono i suoi silenzi, che hanno un sapore diverso.»

L’Uomo Triangolo è nudo e privo di paura. In un passaggio letterariamente affascinante, Pérez descrive Baraka a Rotunda, la sua prostituta di fiducia, dicendo che ha una pelle nitida, liscia. «L’hai toccato?» gli chiede Rotunda. «No, era così che sembrava». Un’assenza di tocco che instaura la tensione erotica, intesa come anelito vitale, misterioso e avvolgente tra i due personaggi, sottintendendo il legame di metamorfosi che deriverà dal tocco, se mai avverrà, e che è evidente nel desiderio inespresso di farlo da parte del tenente-macho: un’operazione similissima all’incapacità dei vecchi di toccare la giovane vergine nel bordello di La casa delle belle addormentate di Kawabata Yasunari, incapacità che è un divieto, ma che diviene anche paura nella rivisitazione di Gabriel Garcia Màrquez in Memoria delle mie puttane tristi, sentimenti che sono entrambi invece in Pérez.

Pérez, proprio perché tormentato dall’immaturità, emotiva sopra ogni cosa, esisteva solo «nella caserma, dove comanda lui, o nella pensione dove dorme male, ebbro e tranquillo».Dall’incontro con l’Uomo Triangolo sarà un’altra esistenza a farsi presente, tramite il suo sguardo, ora visto per la prima volta («Quello sguardo profondo che ispira presenza e allo stesso tempo una compassione di anni e un solo dolore accumulato con ricarichi di coscienza») e, a valanga, come rotto un incanto, capace ora di rivedere il nodo del suo passato doloroso – uno fatto di perdite, incapacità di instaurare legami, incapacità di prendersi cura di chi lo ha amato, violenza fisica e sessuale.

La comprensione con Baraka, sigillato da un singolo inaspettato bacio, lo porterà ad affrontare la propria sessualità (non solo omosessualità, come notato da Andrea Corona nella postfazione del romanzo, ma eroticità a tutto spessore, col recupero dei sentimenti verso Matilde, la madre del figlio perso e destinata alla perdizione mentale), poi strettamente legata alla propria libertà interiore. Il ruolo di Baraka, come brillantemente notato ancora da Corona «rappresenta il recupero dell’infanzia, l’emersione alla coscienza del trauma e il ritorno del rimosso». Ma è anche la poesia, la verità della vita, la purezza di essere verso la mistificazione che è la vita in società, una particolarmente dispotica e disfatta. È anche l’accadimento misterioso che salva, l’amore che capita e sa dare una direzione a una vita incapace di concedersi il piacere e l’identità, come si diceva.

«L’ho fatto, sono stato il ladro, il mendicante, la puttana, il macabro, il fa miracoli, il rompilacrime, il comandante, l’ombra, il membro, il finocchio, il movimento, la schiena graffiata, il machete affilato, il tagliaunghie arrugginito, la medicina, l’allucinazione, ora sono l’addio».

Baraka si sovrappone allora non solo allo spirito libero del tenente Pérez, ma anche al narratore e al suo stile puro, libero dalla grettezza della realtà che descrive, il suo anelito al lirismo. Il breve romanzo detiene in sé una commistione di stili che sembra mirare a raggiungere e superare il nodo dell’interiorità repressa e sofferente del protagonista. La narrativa parte come un western o un poliziesco regolare, incontra il flusso di coscienza, il documentarismo, la definizione vocabolaristica, la sceneggiatura cinematografica o teatrale. Il mondo coerente del protagonista si intromette nella narrazione in terza persona per prendere la sua parola affermativa, anche affrettata, che vuole annegare quello che con difficoltà sta ammettendo. È l’intrusione perpetua della violenza sul flusso delle parole, come della vita di quasi di tutti gli esseri vivi di questo paese, che per questo piange in continuazione e fatica a scrollarsi di dosso l’umidità delle lacrime.

A questo si contrappone allora la luce stilistica dell’Uomo Triangolo, la verità dei contenuti che smuove, la risoluzione dei conflitti messi in atto e la comparsa di scintille di bello sparso. Fino ad arrivare al più bel picco narrativo-stilistico rappresentato da una singola, minuscola scena: San Michele che compare come ultimo personaggio di un dramma teatrale e restringe le ali per la sorte della perduta Matilde. «È per questa semplice legge dell’incomprensione che vaghiamo in giro, noi, gli esseri normali, ogni tanto come pazzi dietro a un sogno».

Scritto nel 2002 e pubblicato nel 2005, la traduzione italiana di L’uomo triangolo nel 2023 sembra tranciare le epoche annullandone la distanza: l’attualità della vita di un paese mistificato si sovrappone alla viva questione della libertà sessuale e quella eterna della libertà interiore, trovando anche nei personaggi secondari attori densi del dramma umano. Rotunda, la prostituta confidente di Pérez, mascolina, sincera e pragmatica, Matilde, che affronta la malattia mentale in un sistema abituato a fare di tutto una prigione, l’Uomo Triangolo, che trascende oltre. Tutti sperando di risolvere la questione più intima ed enigmatica, quella dell’amare sé stessi oltre la circostanza dello spazio e del tempo. «È aprile, cosa vuoi farci. Siamo bloccati in questa mezza isola e condannati ai Caraibi, destinati a farci domande».


Chantal Salvinelli

Redazione

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