Articolo zero: il quaerere come verbo antropomorfo

Quaerere, verbo latino. Dal vocabolario: chiedere per sapere, cercare invano, cercare di trovare, ricercare, indagare, discutere, chiedere, cercare di sapere. Tutti questi sensi hanno una sola cosa in comune: l’imperfezione, la non-definitività.

Ho incontrato questo verbo all’università, durante il corso di Filosofia Medievale alla triennale. Studiavo Agostino: Perfecte quaerere veritatem[1], dice lui nel suo dialogo con Trigezio, quasi buttando lì la cosa. Tutto qui: un verbo in una frase, questo mi colpì. Una frase che è diventata col tempo il simbolo di cosa siano – per me – la scrittura e la filosofia: la perfetta e infinita ricerca della verità.

La ricerca della verità è imperfetta e perfetta allo stesso tempo, e lo è per lo stesso motivo: perchè non può finire mai. Quaerere dentro di sè non contiene solo il senso della spinta al cercare, ma custodisce anche la consapevolezza dell’imperfezione, dell’impossibilità di mettere un punto. Il tutto ha un che di chisciottesco: un verbo che vaga alla ricerca del suo soggetto all’infinito, con la fierezza masochista di chi sa che non lo incontrerà mai.

At hoc ipsum est beatum hominis, ait ille, perfecte quaerere veritatem: hoc est enim pervenire ad finem, ultra quem non potest progredi[2].

Agostino

Uno avrebbe potuto chiedere ad Agostino (e in effetti l’ha fatto[3]): perché cercare quindi, se poi si sa che non porterà a nulla? Non c’è una risposta vera a questa domanda: tutta la Storia, e anche tutto quello che non è mai accaduto, si può dire che si direzioni verso la tensione a questa domanda: perché cercare? Se tutto è non-senso, aberrazione di sé e assenza di ontologia, allora cercare non sembrerebbe avere alcuno scopo se non quello di occupare il nostro tempo in qualcosa fino al momento di finire.

Ma questo verbo, che per me è stato salvifico, ha in sè non solo il problema – che sarebbe l’imperfezione – ma ha anche la soluzione: la non-conclusività. Il quaerere non pretende altro dalla sua coniugazione se non l’atto in sè. Cercare, continuare a farlo nonostante la mancanza di senso. Come se un verbo potesse sussurrare all’orecchio di lo pronuncia: non preoccuparti, il senso è in me.

Il senso è il cercare, il trovare è un accidente secondario che può anche non avvenire.

Ce n’è bisogno? La risposta è no. Non c’è bisogno. D’altronde di cosa c’è bisogno? A parte mangiare, andare in bagno per atto grande e atto breve, quasi niente altro è un bisogno. E allora che c’è sotto al cercare? La verità, che poi per antonomasia è quella cosa che non si sa neanche se esista o sia mai esistita: è quell’oggetto di ricerca che sembra talmente lontano da far sembrare addirittura inutile il mettersi in viaggio.

Il bisogno di cercare è dentro la possibilità di raggiungere l’infinito. All’interno della finitezza di ogni cosa, noi siamo abituati a cercare l’infinito. Facciamoci caso: anche riguardo noi stessi, che siamo esseri finiti e delineati, fatichiamo ad ammettere che la nostra interiorità abbia dei limiti, o quantomeno dei confini. Se chiedessimo a ogni altro essere umano sulla terra di pronunciare un aggettivo diverso per descriverci, dopo sette miliardi di aggettivi, tutti diversi e tutti rivolti a noi, avremmo ancora il coraggio di dirci “No, ancora non ci siamo. Io sono molto di più”.

Questo è quaerere, la ricerca che si volge all’esterno di noi per comprendere chi siamo, pur sapendo che la soluzione non esiste: non c’è una definizione, nè per il fuori nè per il dentro. Ma il punto è, anche, questo: non importa niente avere la definizione, ciò che ci definisce è lo stesso atto del ricercare. Siamo esseri creati per porci domande, e così abbiamo vissuto per tutto il tempo.

La ricerca è ciò che ci rende umani, e così anche la verità ci rende umani. Attenzione: verità che non è l’aver stretto o stringere tra le mani la sentenza definitiva su cosa questa sia, perchè quella purtroppo non l’avremo mai: anche ammesso e non concesso che qualcuno abbia mai ottenuto un simile traguardo, questo gli sarebbe scivolato dalle mani ancor prima di poterlo ammirare. Ciò che importa è la verità come tensione, come vettore verso l’altro, verso ciò che è esterno, verso l’armonia con ciò che ci circonda. Quaerere è un verbo da tradurre in modo antropomorfo, perchè contiene in sè croci e delizie del percorso verso la conoscenza: immaginiamo l’atto del quaerere come un asintoto.

Ecco, noi siamo quella curva che prova in tutti i modi ad avvicinarsi alla retta, ma non la tocca mai. Il senso del quaerere è tutto lì: in quella infinitamente minuscola distanza tra la retta e la curva, che non si colmerà mai ma non impedirà mai alla curva di tentare di avvicinarsi alla retta.

L’ultima domanda che si potrebbe porre ad Agostino[4] – e anche questa infatti è stata posta – è: tutto questo può mai renderci felici?

Sì, e la beatitudine è proprio dove diremmo che risieda l’angoscia: nella non finitudine. In altre parole, un po’ più inflazionate:

“Quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire”

Roberto Vecchioni; Sogna, Ragazzo, Sogna

In copertina, Il Falso Specchio (1928) di R. Magritte

[1] Agostino, Contra Academicos, I 3.

[2] Ibid.

[3] Cfr. Agostino, Contra Academicos

[4] Cfr. Ibid.

Clelia Attanasio

6 pensieri su “Articolo zero: il quaerere come verbo antropomorfo

  1. Il concetto per cui la scrittura come metodo indagativo e la conoscenza della verità hanno natura uroborica, infinita di per sé, è molto affascinante. Per i culti dionisiaci queste due pulsioni portavano alla tragedia, al canto del capro. Siamo fatti di agonie, non di opposizioni.
    Davvero molto interessante, complimenti per questo primo articolo ☺️

  2. Complimenti per questo tuo articolo interessante! Aggiungerei che l’attività continua e infinita del cercare non solo ci rende angosciosamente felici, ma ha anche risvolti “pratici” inaspettati. Ero alla triennale e studiavo George Boole per l’esame obbligatorio :”Informatica applica alle scienze filosofiche”. Ricordo il tentativo fallito di Boole di creare un’equazione che dimostrasse matematicamente l’esistenza di Dio. Nessuno c’è ancora riuscito, ma la logica di Boole è tutt’ora alla base dei circuiti elettronici e dei motori di ricerca. Non era forse quello che interessava a Boole, ma si è trattata di una scoperta geniale, utile a livello mondiale.
    Questo vale anche nella vita quotidiana :spesso porci alla ricerca di risoluzione di grandi problemi irrisolvibili porta invece a risolverne altri che non avremmo risolto se ci fossimo dedicati ad essi in maniera miope e settaria.

    1. Cara Maria Carla, grazie per la bellissima risposta! Quello che dici non solo è del tutto condivisibile, ma si compenetra perfettamente con il senso dell’articolo, che cerca di dire proprio questo. Grazie ancora e continua a leggere Quaerere!

  3. Gli antichi alchimisti usavano dire: VITRIOL -visita interiora terrae rettificando invenies occultam lapidem.
    Questa pietra occulta risiede nella profondità di noi stessi, quelle spesse profondità, che per analogia rappresenta la Caverna di Mercurio, dove giacciono immensi tesori, ma nessun tesoro è grande quanto questa pietra occulta. La conoscenza non è, a parer loro, e anche mio, un processo a mettere, ma un processo a levare, togliere, sgrossare, levigare fino a rendere questa pietra (Lapis) la cosiddetta pietra filosofale, l’oro dei filosofi. E come si evince dall’articolo, ogni ricerca nasce da una domanda. Gran bell’articolo.

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