“La città dei vivi”: l’omicidio del secolo

La città dei vivi, Nicola Lagioia
Einaudi, 2020

Leggere La città dei vivi, il romanzo di Nicola Lagioia sul caso Varani, provoca un doppio effetto. Da una parte, ci sentiamo coinvolti nella vicenda, nella materia prima del testo, la cronaca. Dall’altra, poiché la forma è pur sempre quella del romanzo, con il suo dosaggio di primi attori e comprimari, con il suo incedere che ha il portamento della suspense, del giallo psicologico, ne veniamo come respinti, quasi che il rivestimento letterario occulti il significato profondo dell’omicidio.

Questo doppio effetto non è scontato. Di solito avviene l’opposto (senso di distanza nei confronti della materia, familiarità per la forma). Spesso ci allontaniamo dagli avvenimenti perché l’identificazione è limitata o nulla, mentre siamo perfettamente a nostro agio tra i soliti poliziotti, indiziati, testimoni, avvocati, pubblici ministeri, ecc.

Difficile non ammettere che il più delle volte la sensazione sia di vero e proprio comfort: sistemiamoci sul divano e gustiamoci tutto l’orrore che vogliamo, protetti dagli schizzi di sangue come dai tempi morti. Qui invece siamo spiazzati. Il coinvolgimento rischia di tradursi in complicità. L’abitudine al genere lascia il passo a una prossimità perturbante, che riguarda ora non solo la vittima ma anche, o soprattutto, gli assassini.

Qualcosa di simile accadeva già con L’Avversario di Carrère. La forma avvizzita del giallo ne usciva ringiovanita: adottando la prima persona, Carrère si faceva testimone e, in un secondo tempo, corrispondente-intervistatore dell’omicida. Soltanto che lì la motivazione del delitto, per quanto inconsueta, manteneva una sua trasparenza. Jean-Claude Romand uccide la sua famiglia (la moglie, i due figli, i genitori, il cane) per non esporsi al loro sguardo, perché la vergogna causata dal loro giudizio gli sarebbe intollerabile. Può accettarla solo se privata, cioè togliendo di mezzo quanti potrebbero condividerla con lui; e per quanto la mortificazione pubblica sia difficile da sopportare, non gli impedirà di cercare nuove vie di fuga, nuove personalità e metamorfosi per aggirarla.

Se è vero che la manovra è destinata comunque a fallire – per tutti ora non è più solo lo studente che si è finto medico dell’Oms, ma lo spietato criminale che ha fatto fuori la famiglia pur di non confessargli la menzogna –, in un certo senso risulta tragicamente vittoriosa: dopo aver sepolto i suoi cari, Romand abbandona anche quel tipo di vergogna così devastante, l’unica per lui davvero insostenibile.

Qual è invece il movente di Manuel Foffo e Marco Prato, i due assassini di Luca Varani? Perché adescare il ragazzo, drogarlo con una sostanza simile alla Ghb (quella che si usa per gli stupri), aggredirlo e ucciderlo lentamente, torturandolo per ore? Alla domanda del padre, che vuole sapere il nome del morto, Manuel Foffo risponde: «Non lo so»[1]. C’è chi, commentando il caso, parlò di omicidio sacrificale (Lagioia nel libro ne dà conto). Pur accodandosi alla riprovazione di quanti, sdegnati e atterriti dalla crudeltà del crimine, volevano allontanarne l’ombra, il commento coglieva nel segno.

L’assenza di un movente preciso riduce la vittima a bestia senza nome, mero oggetto di un «rito sacro». Un identico paradosso investe anche l’identità dell’altro officiante, del quale Manuel riesce a dire al padre poco o nulla: «Uno che si chiama Marco. L’avrò visto in vita mia un paio di volte»[2]. Il fatto che Prato conoscesse già Luca Varani non cambia i termini della questione. Sotto la lente del loro delirio, la vittima era intercambiabile con qualsiasi altra.

Un’altra digressione per mettere meglio a fuoco il testo di Lagioia. Le opere che trattano la cronaca nera forniscono a volte un’immagine nitida della società. Quello che è considerato un po’ il padre costituente della non-fiction, A sangue freddo di Truman Capote, fu pubblicato inizialmente a puntate nel 1965 (l’omicidio avvenne nel 1959). Sarebbe insensato riassumere qui una storia che bene o male conoscono tutti (se non il libro, forse il film). Soffermiamoci però sul movente dei due killer. Confidando nell’informazione ricevuta da un loro compagno di cella, una volta usciti dal carcere Perry e Dick uccidono i Clutter per una ragione precisa: il denaro. E nient’altro. Non c’è alcun sentimento in gioco, solo il puro e semplice motivo economico.

L’Avversario di Carrère è del 2000 (l’omicidio è del 1993). Come abbiamo già detto, qui i sentimenti abbondano. Rispetto al caso trattato nell’opera di Capote, il delitto diventa soggettivo. La fredda solidità del motivo economico, che pure è presente[3], si scioglie nel ribollire della vergogna.

Il caso raccontato nella Città dei vivi è del 2016. Spaventosa sintesi: la vittima torna ad essere anonima, ma la passionalità raggiunge un apice imprevisto. Le circostanze dell’assassinio di Luca Varani mostrerebbero, come si legge in un passaggio della sentenza per Manuel Foffo citata dall’autore, «un sentimento spregevole capace di rivelare un grado di perversità tale da destare un profondo senso di ripugnanza, ed ingiustificabile per l’abnormità di fronte al sentimento umano». È mentre lo accoltellano e lo strozzano che i due toccano l’acme di passionalità, impulsi latenti, proiezioni emotive e desideri. Mentre prima l’uccisione era solo il mezzo per un fine (prendere i soldi, evitare il giudizio familiare), ora il fine è l’omicidio in sé.

La linea disegnata da questi tre casi di cronaca sembrerebbe dimostrare la progressiva scomparsa del denaro come motivo dominante. Una lettura attenta e non ingenua della Città dei vivi ci convince che non è così, o almeno non del tutto. Il tema non è scomparso, si è solo mimetizzato (fermo restando che non si tratta di una rapina finita male). I commenti sui social che coglievano nella vicenda una matrice socioeconomica[4] riecheggiano, emendati dalla furia vendicatrice, nella relazione della criminologa Flaminia Bolzan. A differenza delle altre persone contattate e circuite da Foffo e Prato, Luca sconta un divario di classe:

Luca Varani, spiegava la criminologa, rischiava di essere una sorta di vittima ideale di fronte a Prato e Foffo. Per classe sociale, debolezza economica, abitudini di vita, indole, costituzione fisica, mancanza di competenze e titoli di studio, cui bisognava aggiungere il modo in cui si rapportava a Marco quando provava a chiedergli dei soldi – un approccio «da inferiore a superiore», faceva notare il rapporto –, Luca aveva più probabilità di cadere nella trappola rispetto a chi lo aveva preceduto nell’appartamento.[5]

La distanza sociale si misura anche con il disprezzo esibito da Prato, quando, in un messaggio whatsapp con un amico comune, scrive di non essere «una marchetta con la seconda elementare»[6], riferendosi a Luca. D’accordo, resta da spiegare però l’elemento che rende come minimo riduttiva la tesi del delitto di classe: la componente sessuale.

«Tutto assurdo. E tutto normale»[7]. Sono le parole di Manuel Foffo durante uno degli interrogatori. Spesso è lui il primo ad aspettarsi spiegazioni, conferme, interpretazioni degli eventi. Perché a capodanno si è fatto fare un pompino da Prato, se non aveva mai avuto desideri omosessuali? Non trova una ragionevole giustificazione nemmeno per il fatto di aver filmato l’atto con il cellulare dell’amico, considerando il terrore che prova all’idea della diffusione del video (Manuel ricalca l’omofobia del padre).

Più complessa è la libido del suo complice. Marco Prato non nasconde di essere gay, e confessa ai più intimi di volersi sottoporre alle operazioni necessarie per cambiare sesso. Colpiscono però i suoi obiettivi, preferibilmente eterosessuali. In questo tipo di seduzione Prato porta la sua dote manipolatoria al diapason: realmente eccitante per lui è lo stupore erotico che si disegna sul volto delle sue conquiste.

Tutto assurdo, tutto normale: potrebbe essere lo slogan dei moderni. Vi rientrerebbe a ragione una parte non indifferente dell’esperienza comune, senza arrivare per forza alla tragedia. Queste stesse parole si attagliano bene all’atteggiamento dei media che si sono occupati del caso. Giornali, radio, televisione, social: una mano si leva a colpire i responsabili mentre l’altra serve ai clienti lo stesso piatto del giorno prima, lo scipito brodo di luoghi comuni, intimidazioni, ipocrisie, ecc. Sappiamo a nostre spese che la denuncia risentita dell’assurdità del mondo è una delle prime regole di molte trasmissioni, la spia che indica il loro funzionamento normale, e che facoltà come il dubbio e l’analisi compaiono difficilmente nel certificato di buona salute mediatica.

Le reazioni della buona società alla morte di Luca sono il segno di una malcelata quanto violenta risposta immunitaria. Gli stessi genitori dei due colpevoli ricorrono all’autodifesa, anche se in modo più dimesso. Intervistato da Vespa, Valter Foffo parla del figlio come di un «ragazzo modello […] un ragazzo molto buono, forse eccessivamente buono»[8]. Sul suo blog personale il padre di Marco, Ledo Prato, espone il suo rattenuto tormento quasi senza parlare del figlio, preferendo concentrarsi sulla sua figura di genitore e uomo. In un certo senso queste reazioni sono sconvolgenti, trovandoci di fronte a un delitto familiare traslato (Foffo e il risentimento verso il padre, che gli avrebbe tarpato le ali; Prato e il dolore di non essere accettato in quanto gay dalla madre).

Parlare dei delitti più noti comporta sempre una qualche attenzione al modo in cui vengono riportati. Basta pensare a uno qualsiasi dei documentari crime di Netflix: nessun assassinio senza un accenno, più o meno lungo a seconda dei casi, ai mezzi di comunicazione. La via imboccata da Lagioia per decostruire il discorso dei media incrocia saltuariamente la strada della poesia e dell’enfasi. Ma non si tratta della direzione prediletta dall’autore, visto che la segue per poco: forse proprio perché anch’essa è spesso la risultante di un istinto di autodifesa (l’enfasi o la poesia come antidoti contro l’orrore[9]). Mantenere una postura documentale di fronte all’assurdo richiede uno sforzo non privo di coraggio. Altri invece reagiscono chiamando in causa l’intervento di forze ultraterrene.

È la sommessa ipotesi del colonnello Giuseppe Donnarumma, la cui descrizione da parte di Lagioia non lascia dubbi circa le sue doti intellettuali. Uomo delle istituzioni, persona quanto mai razionale, eppure il colonnello arriva a citare le parole di padre Gabriele Amorth sul caso Varani: «Dietro questo delitto non può che celarsi l’impronta di Satana, – aveva detto il sacerdote ai suoi collaboratori, – in questo senso faccio mia la frase di un celebre psichiatra ateo, il professor Emilio Servadio, il quale disse: quando si vede una perfidia raggiungere apici che non sono umanamente spiegabili, lì vedo l’azione del demonio»[10]. L’omicidio si spiegherebbe con la possessione demoniaca?

Seguendo gli interrogatori e soprattutto le immancabili esegesi degli opinionisti, sembra che la droga sia considerata come la possessione dei moderni. Foffo e Prato hanno acquistato e assunto circa 20 grammi di cocaina nel corso di tre giorni. I legali di Foffo si sono aggrappati a un quantitativo così alto per sostenere che il ragazzo fosse in stato di infermità, seppur temporanea. Argomentazione bocciata dai magistrati. La tesi della possessione, per quanto suggestiva, non sembrerebbe funzionare nemmeno nella sua versione laica (la droga). È inoltre l’autore stesso, in un altro passo, a porsi l’inquietante interrogativo sulla scomparsa dei concetti di responsabilità, colpa e libero arbitrio. Meglio abbandonare del tutto la via metafisica.

Commettendo l’errore troppo umano di associare alle azioni dei due killer qualcosa che umano non è, viene da pensare che in questa famigerata cocaina qualche potenza oscura ci deve pur essere. Ma più che nella cocaina in sé, nei modi della sua fruizione. Foffo e Prato non fanno serata in discoteca o insomma in un posto pubblico, stanno chiusi in casa per giornate intere a parlare. Procedendo dentro questa spirale, emergono gli stessi meccanismi delle conversazioni avvenute la prima volta in cui si sono conosciuti, due mesi prima della tragedia: manie di grandezza (l’idea di mettersi in società, unendo al fascino di Prato l’intuito di Foffo in fatto di economia e marketing); percezioni di un contatto psichico diverso dalla norma (Foffo che avverte una specie di telepatia tra la sua mente e quella dell’amico); presupposizioni arbitrarie ed euforia da sperimentazione (Prato che interpreta le frustrazioni di Foffo nei confronti del padre come un invito implicito: «Intuisco che tu mi vuoi assoldare per uccidere tuo padre»[11]; Foffo che riferisce di una sua fantasia degli stupri solo per vedere che effetto farà sull’interlocutore). Forse è questo l’aspetto dirimente: il fatto che le loro conversazioni (e i conseguenti atti) tornino sempre sui punti appena elencati, ma a un livello per così dire aumentato.

Per spiegarci meglio, prendiamo in prestito dalla logica e dalla filosofia del linguaggio la questione del regresso all’infinito. In un saggio dedicato a questo problema, Paolo Virno spiega che, affinché si possa parlare propriamente di regresso, «occorre che l’identica soluzione sia adottata ogni volta da capo in riferimento al problema che, peraltro, è destinata a riproporre; occorre che il limite, ribadito dal suo stesso superamento, sia nondimeno superato sempre di nuovo nel medesimo modo»[12].

La questione, spiega Virno, lungi dall’essere competenza esclusiva dei logici, interessa l’agire quotidiano di ogni sapiens: il regresso è figlio del linguaggio verbale. Ma se non siamo condannati per sempre alla paralisi (non potremmo compiere l’azione più banale, se restassimo bloccati nelle reti del regresso), è perché il rimedio si trova nel veleno stesso. Al regresso si accompagna la sua interruzione: «La vita dell’animale umano non è contraddistinta da un’interminabile gerarchia di livelli logici, ma dalle diverse procedure con cui se ne inibisce sempre di nuovo lo sviluppo»[13]. Tali procedure, sia chiaro, sono rese possibili dalla facoltà di linguaggio. Proprio in quanto animali dotati di parola, siamo chiamati a interrompere costantemente (e mai una volta per tutte) il regresso all’infinito.

Oggi è il nostro stesso modo di vivere a rendere più difficoltoso tutto quel complesso di azioni e pensieri che permettono di interrompere il regresso, di decidere (dal latino: ‘tagliare’, ‘recidere’, ‘troncare’). Sembra che Foffo e Prato, trascinati dalla corrente dei loro limiti sempre riproposti, abbiano creduto di scoprire una sorta di estuario finale accanendosi su Luca. La società che ha giudicato i due responsabili dovrebbe trovare posto sul banco degli imputati, se per far fronte al rumore, al caos, uccidiamo una persona.

Il rischio della letteratura sulla cronaca nera (e dei relativi articoli che ne parlano) è di trattare persone in carne e ossa alla stregua di personaggi, characters nati dalla creatività dello scrittore. Discettare delle qualità estetiche di un libro incentrato su una tragedia recente per alcuni è una barbarie. Ma è un equivoco alimentato dal nostro modo di concepire l’arte, dal fatto che raramente ci sentiamo in diritto di trovarvi un messaggio etico, un’indicazione sulla buona vita.

Di tutti i soggetti coinvolti nella vicenda, l’unico a mantenere un rapporto d’amore nei confronti della vittima è il padre, Giuseppe Varani. A lui sono riservate le pagine più dolorose del libro di Lagioia. Poiché sa che il Luca di cui ora si parla ovunque non è il suo Luca, Giuseppe indugia spesso nella sua stanza, per lui il solo mezzo di comunicazione con il figlio. In un’intervista esprime lo strazio e la rabbia per la perdita ricordando che il caso è stato definito «l’omicidio del secolo». Sarebbe troppo facile vedervi un’esagerazione. Presa alla lettera, la definizione assume il significato di un monito. Siamo di fronte all’omicidio del secolo perché tutto, in esso, parla di noi. L’interesse e il clamore che ha suscitato tradiscono il segno di un rimorso.


[1] N. Lagioia, La città dei vivi, Einaudi, Torino 2020, p. 24.

[2] Ibid.

[3] Nell’Avversario Carrère si interroga sulla morte del suocero di Romand, probabilmente ucciso dal genero a corto di soldi.

[4] La città dei vivi, pp. 109-110: «L’omicidio acquistò le forme del delitto sociale. […] Un ombroso fuoricorso, figlio di un ristoratore dai modi spicci, stringeva amicizia col disinibito figlio di un manager culturale, amico di amici di gente importante, e insieme si divertivano a torturare un ventenne adottato da due ambulanti della Storta. Tre ceti sociali, tre fasce di reddito, tre diverse zone della città, ed ecco che i conti tornavano perfettamente».

[5] Ivi, p. 261.

[6] Ivi, p. 254.

[7] Ivi, p. 347.

[8] Ivi, p. 118.

[9] Ma è possibile che qualche ciuffo di poesia o enfasi cresca sul terreno più imprevisto. Lagioia cita l’inchiesta sul «Mondo di Mezzo» e la famosa intercettazione: «È la teoria del Mondo di Mezzo, cumpà, […] ci stanno i vivi sopra e i morti sotto. Noi siamo nel mezzo perché c’è un mondo, un Mondo di Mezzo, in cui tutti si incontrano tra loro. Tu dici: cazzo, com’è possibile? Che ne so, che io domani mi ritrovo a cena con Berlusconi? Invece è possibile. Nel Mondo di Mezzo tutti si incontrano con tutti. Ci trovi delle persone del sovramondo perché magari hanno interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia dei favori che non può fare nessun altro». (La città dei vivi, pp. 177-178).

[10] Ivi, p. 192.

[11] Ivi, p. 336.

[12] P. Virno, E così via, all’infinito, Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 15.

[13] Ivi, p. 138-139.

In copertina, cover de La Città dei Vivi

Autore: Francesco Lodato

Redazione

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