Pubbliche verità

Accendo e aspetto la comparsa del desktop; sono pochi secondi: gratto il bubbone che si è formato nella notte, in mezzo alla fronte. Gratto, si espande. Google dice che forse è un fuoco di Sant’Antonio, una varicella che torna, dopo anni che non mi piscio più sotto. Una malattia che rischia di invadere il nervo ottico e portarmi alla cecità.

 Prurito.

 Diagnosi self, poi il selfie di Giovanna appare in cima a tutto, nel social network: ignoro la fronte, mi concentro su di lei. Cambio la password al primo dei miei profili, scelgo gioVanna0810, lo faccio ogni volta che voglio ricordarmi di un’immagine: identificativo e data di visualizzazione. Una lettera maiuscola a caso.

Per tutta la settimana la password è rimasta corsodifinanzaaziendaleavanzatoB0110 per celebrare gli amici e la foto di gruppo in aula. Sorrisi attraenti, amici fascinosi, fascinose le amiche soprattutto: forse in questa non si vede ma in altre foto sì. Apro quella di Anita, che ricollego alla mia vecchia password aniTa0207: c’è lei in bikini, vagamente di lato, una cosa fatta apposta, studiata e ripetuta. Ricordo e gratto il bubbone, ricordo e vedo anche la foto seguente, ispirazione di aNita0907, l’ultima parola chiave dell’estate, stringa scelta per fissare quel corpo coperto di sabbia bagnata, granelli al posto del tessuto del costume da bagno, sguardo altrove. Mi gratto.

Poi la volta di franCo2409, quell’immagine di Franco con occhiali – non li porta mai – giacca e cravatta, su podio, powerpoint sovraesposto, microfono da conferenza con base pesante e asticella sottile, lui con bocca aperta e aria di chi sa cose, base di pensiero dominante all’interno d’un social network che si autoalimenta.

Peccato che corsodifinanzaaziendaleavanzatoB0110 si sia imposta da sola pochi giorni dopo: colpa d’Anita, stavolta in tailleur, piccoli centimetri di pelle ancora visibili, sorrisi, baci e poi gioia e successo. Belli – il mio commento alla foto – semplice aggettivo adornato da dodici mi piace.

Chiudo il primo dei miei profili. Gratto il bubbone, apro il secondo, la password qui non cambia mai e non ve la dico ma è qualcosa di più canonico. In questo secondo profilo sono amico solo del tizio.

Lo vedo subito in alto in bacheca, l’immagine di lui che cammina, bianco e nero, montgomery ben chiuso e cappuccio, tascapane a tracolla, barba non fatta, non lunga. Attorno a lui, altri. Ampio marciapiedi, protagonisti vari. Tra i tanti, so che è proprio lui il padrone dell’account che seguo, è l’unico presente in ogni foto.

Prendiamo quella di lunedì scorso: maglione a losanghe, ospite di una conferenza – aula colma, facce impassibili – settima fila terzo da destra bianco e nero sottoesposto di due stop, vicino a tale che alza un braccio e domanda di parlare. La questione che solleverà la ignoro, nei commenti non lo si specifica, anzi commenti non ce ne sono, non ci sono mi piace, forse c’è solo il mio, come nella foto sopra. E come nella foto sotto.

La foto sotto: tizio in mensa addenta hamburger con pane ammosciato, carne comprata in sconto da grossista vincitore d’appalto. Sorride ma non guarda. Davanti a tizio – a nascondergli una buona metà del corpo – spalle ampie di altro ragazzo, forchetta nell’aria, gomito su enorme tavolata. Molti commensali.

Mi gratto il bubbone. Spengo il pc. Esco a prendere aria, farà bene all’herpes zoster che diventa grande. Ora c’è un puntino vicino alla palpebra superiore sinistra: gratto anche quello, ma poco. Respiro quest’aria, mi immergo nella folla.

Fuori il telefono dalla tasca, apro il social network e digito la password perché l’ho cambiata dall’ultima volta: è gioVanna0810, ovvio. Giovanna ha una pelle purissima e ben filtrata. Terrò questa chiave almeno per tutta la giornata, anche se la foto di Andrea in palestra è una tentazione molto grande: Andrea che prova ad alzare un bilanciere con tecnica a strappo, posizione accucciata, schiena drittissima, quadricipiti evidenziati da evidente uso di HDR in fotografia, braccia alte a tenere un carico senza dubbio importante. Metto mi piace sopra il gruzzolo già presente.

E comunque, non resisto: la parola d’ordine ora è andreA0810.

Calo il cel nel tascone del cappotto. In farmacia mostro la fronte bizzarra alla tipa di turno – disgusto negli occhi e anche nel naso – arriccia, non ce la fa, lo vedo, io abbozzo. Mi dà una pomata e il consiglio di farmi vedere da uno specialista: lo farò.

Mi gratto il bubbone. Anche il puntino, ma poco.

A casa rincorro la calma con un vinile di Beethoven, concerto per violino in re maggiore. Porto la puntina all’altezza del secondo movimento, l’archetto di Mutter e la bacchetta di Karajan, chiudo gli occhi. Inserisco alla cieca la password del secondo account, così, sia per abituarmi al futuro prossimo che per abbandonarmi al sublime.

Immagino il tizio in bacheca, bianco e nero, vagone di metropolitana,  linea popolare, da tutti circondato. È quello in cappotto nero che si appiglia al palo parallelo al suolo, spalla contro il vicino. Non si parlano, in foto si capisce: labbra di entrambi sigillate. Riapro gli occhi, la giovane Mutter pattina sulle corde del terzo minuto del brano, rabbrividisco con lei, poi mi accorgo che la foto è un po’ diversa da come la immaginavo ma altrettanto significativa. Tizio non è in metro ma in ufficio, immagine presa da webcam di collega che vedo a faccione pieno, prospettiva dall’alto, sfondo con spalle di tizio che lavora al pc, foglio di calcolo appena visibile, open space maleodorante. Bianco e nero, webcam d’anni fa.

Mi gratto il bubbone. Anche i due puntini che ho sull’occhio, ma poco. Applico la pomata. Prenoto dal dottore, spingo l’urgenza: va bene dopodomani.

Torno sulla strada, passeggio chilometri, spazio necessario per raggiungere l’angolo intravisto stamattina sul profilo del tizio, quello con l’ampio marciapiedi. Piazzo la reflex sul cavalletto, la imposto con l’autoscatto, mi gratto il bubbone e mi metto in posa, appaio in centro all’immagine, di fronte, altra gente che cammina, a destra, a sinistra, il marciapiedi è ampio. Gratto i due puntini che ho sull’occhio, ma poco, e torno a casa; posto la foto, bianco e nero, molti grigi.

Anita è online. Ha in profilo la foto del 2 luglio, vorrei scrivere per consigliarle quella del 9, tergiverso, mi gratto il bubbone. I suoi occhi sono del colore del mare che ha dietro, e lei lo sa, e lo sanno tutti. Aspetto ma non le scrivo e nemmeno lei mi scrive e le metto mi piace all’ultimo post ma lei non mette mi piace alla foto che ho appena caricato. Mi gratto i tre puntini che ho sull’occhio, ma poco, e mi metto il mi piace da solo.

Chiudo il profilo e apro l’altro, quello con la password che non si può dire.

Tizio a letto con donna, guardo bene tutto e non c’è filtro, né morale né digitale, certo bianco e nero, analogico, grana grossa, cosce grosse, buccia d’arancia, pelo e sudore. Mi piace.

Esco in strada. Appuntamento con il medico dopodomani.

All’ufficio di collocamento insisto per ottenere un colloquio nell’impresa dove lavora il tizio, il nome lo so – è scritto in tutti i vassoi della mensa e nei banner sui muri dell’open space – cercano personale. L’intervista sarà domani.

  La mattina ci vado e brillo, mi guardano male la testa ma funziono, sono assunto nonostante il disgusto. Inizio subito, e chiedo un permesso per il giorno seguente, visita medica, me lo danno con un certo sollievo.

Mi mostrano l’open space dove lavorerò. In postazione accendo la webcam, faccio la foto, è a colori ma per cambiarla basta un attimo. La posto sul social network (andreA0810), forse è anche tempo di cambiare password: aspetto di vedere quel che postano le ragazze entro la nottata.

La sera a casa controllo ma la foto non è piaciuta a nessuno, qualcuno però ha commentato che dovrei farmi vedere da un dermatologo. Metto mi piace al commento, ci vado domattina gli dico, non devo lavorare, mi gratto il bubbone e anche i quattro puntini che ho sull’occhio, ma poco. Vado a letto: di notte, prurito a tratti.  

Il giorno dopo il medico mi dà una roba da prendere, la prendo. Il pomeriggio sono libero ma passo in ufficio, mi faccio vedere interessato, vago per cubicoli, riconosco le gambe della donna del tizio e ci chiacchiero. La mia fronte e l’occhio non aiutano a sedurre, però un che ce l’ho, ce l’ho sempre un che: così la sera la trascorriamo insieme, io e lei, la notte pure e scatto foto e a lei piace; fotografo tutto, perfino il suo orgasmo, il mio, mi gratto il bubbone e poi mentre lei fuma una sigaretta carico tutto sul social network, senza sgrezzare, senza commentare. Piace ad Anita. Piace a Giovanna. Piace ad Andrea.

La mattina torno in ufficio e lei è già lì, saluto anche gli altri, faccio colazione in mensa insieme a loro, il nome dell’azienda è stampato su ogni vassoio. Salvo sul telefono le immagini del mio pasto e di quello dei colleghi.

Il profilo, quello che ora ha password collEgapiacente1110, è stato eliminato dagli sbirri del social: i contenuti non erano consoni. Protesterò.

Apro quell’altro, controllo tizio e quel che vedo sono io che cammino e mi gratto i cinque puntini che ho nell’occhio, ma poco. Sono su strada affollata, bianco e nero, è stamattina: io che vado in ufficio, telefono in mano, vicino di marciapiedi ha telefono in mano, e così altri; solo io mi gratto e, per questo motivo, mi distinguo. Nella foto dopo non mi vedo più: sono nella folla, ci sono, ci devo essere ma non mi distinguo, non mi vedo, e non ci vedo, non ci vedo più: i bubboni agiscono sul nervo ottico. Prurito.

Cecità.


In copertina: The Elephant Man, David Lynch


Gabriele Esposito nasce a Venezia nel 1983; eclettico naturale: dopo un dottorato in economia e un post-doc in scienze comportamentali ottiene un diploma da cineasta. Il suo romanzo sperimentale “Giocattolosa” è stato pubblicato, in venti puntate, dalla rivista letteraria “Malgrado le mosche”. Altri suoi racconti sono o saranno su “Malgrado le mosche”, “Suite italiana”, “Verde”, “Crack”, “Sulla quarta corda”, “Micorrize”, “Pastrengo”, “Narrandom”, “Altri Animali”, “Risme”, “Bomarscé” ed “efemera”.

Redazione

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