Come uno scudo

Per non piangere anche lei, quelle sere, si rinchiudeva in camera a fissare le ombre sul muro. Dopo aver acceso alcune candele si abbandonava alle forme che le cose disegnavano. Le guardava rapita. La parete di fronte alla piccola poltrona rossa consumata, su cui si acciambellava stringendosi le ginocchia al petto, si trasformava nell’universo delle fate, ma anche in quello delle streghe, così fantasticando di mondi incantati il dolore per un poco svaniva e riusciva a non piangere.

Qualche volta era difficile trattenere le lacrime, dall’altra parte della casa giungevano troppo intense, inconsolabili, altre volte si trasformavano in pure grida. Accadeva quando quello rincasava, e te ne accorgevi che sarebbe andata a finire male per via della porta sbattuta con tanta forza che quasi si scardinava dal muro. Nello stesso tempo lei spegneva le luci, appiattendosi in un angolo della sua cameretta, abbracciata al suo corpo per timore di svanire, anche se, in quei momenti, avrebbe desiderato davvero dissolversi nel nulla, anzi, per attutire i rumori, per fingere di non ascoltare, avrebbe voluto diventare invisibile, con il potere di attraversare le pareti, così si sarebbe potuta affacciare dalla porta, magari avvicinarsi lentamente, e nel momento preciso, proprio in quell’istante, sì, proprio quello lì, farsi ricomparire soltanto le mani, così da poter afferrare il posacenere sul comodino e colpirlo sulla testa, e colpirlo ancora e ancora. Ma poi, dai piccoli luoghi della sua anima, qualcosa si colorava e capiva che le cose non erano come sembravano, che le fate erano sempre di più delle streghe e Marta era sempre con lei.

Quella sera accadde di non riuscire a nascondersi, quella sera la porta sbatté più forte del solito, quella sera mamma urlò in modo diverso, si sentiva dall’altra parte della casa. Quello le diceva di non intromettersi, di smetterla, perché dopo sarebbe toccato di nuovo anche a lei, e che pensi di svignartela così? E mamma gridava che se si fosse permesso di toccarla, questa volta, l’avrebbe ucciso. Un tonfo di corpo che si schiantava a terra seguì d’improvviso alle parole, una sedia rovesciata e dei passi che avanzavano pesanti sul pavimento. Allora si era fatta così piccola, che quasi davvero credette di essere scomparsa e Dio sa quanto l’avrebbe voluto. Dio. Certo, Lui. Spalancò gli occhi al muro. Si alzò. In un istante raggiunse la parete. Afferrò il quadro. Se lo strinse al corpo. Tornò a rincatucciarsi all’angolo, tra il comodino e il letto. Alla luce fioca della luna, di là della finestra, lo guardò. Il disegno nella cornice glielo aveva regalato Marta, la sua migliore amica, che abitava nella casa grande con il cancello. Quelle mani congiunte, quello sguardo azzurro sembravano parlarle con una voce sottile sottile, che se non fosse stata attenta si sarebbe potuta rompere. Si sentì presto rincuorata, la paura sembrò disciogliersi nel suo sguardo. Il vestito gli arrivava fin sopra le caviglie, i piedi erano piccoli e ossuti, anche le mani erano minute e magre, le dita sottili come le labbra, come la voce che le arrivava dritta al cuore. Le piaceva il disegno, l’uomo con la barbetta, con i capelli neri, lunghi sopra le spalle. Tutto nella figura esile trasmetteva emozioni così grandi che non avevano bisogno di essere spiegate. Marta le aveva detto che le avrebbe dato conforto, che l’avrebbe protetta, Marta sapeva molte cose, le sapeva e per questo le aveva fatto il regalo. E lei, adesso, se lo stringeva al petto, come uno scudo. Poi, di colpo, la porta esplodeva contro il muro. Poi la notte si fece più buia, poi il quadretto cadeva a terra frantumandosi in un miliardo di pezzi, e poi le stelle nell’universo, nell’universo le stelle.


Danilo Di Prinzio, nato nel 1972 a Guardiagrele, antico borgo alle pendici della Majella, Danilo dice di aver bruciato una laurea in filosofia prima di iniziare a lavorare per un’impresa di costruzioni, lavoro durante il quale approfitta delle pause per scrivere racconti e poesie. Amante dei Pink Floyd, di Scarface e di Modigliani, nei periodi travagliati legge Faulkner, in quelli quieti McCarthy e negli altri corre in moto.

Redazione

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