Fuga di gas

Uscire dall’autostrada mi dà l’idea di bloccare il tempo. Metto la freccia, stacco l’acceleratore e tutto il frastuono di macchine intorno a me si interrompe. Silenzio. Per un attimo l’aria appare sospesa. Poi imbocco la galleria e il mondo riprende a scorrere.

Vedo già la luce alla fine del tunnel: abbagliante, chiara come un marmo classico. Tra pochi minuti sbucherò in valle e comincerà il lungo serpentone pianeggiante che precede la salita. Spengo il drum, ormai finito, nel vecchio bicchiere che uso come posacenere. Poi do un colpo di tosse senza una ragione precisa, se non stuzzicare Diana che dorme sui sedili posteriori. Lei non fa una piega e continua a russare.         
Una volta fuori, inizialmente, non riesco a vedere nulla. Le palpebre ancora stanche per la levataccia mi ricordano che il bar chiude sempre troppo tardi. Mi porto una mano sopra gli occhi e così il paesaggio inizia a materializzarsi. I profili delle case basse, le ampie dune verdeggianti, poche nuvole bianche a gonfiare il cielo. Lo spiraglio tra il finestrino e la portiera non è sufficiente a liberare l’abitacolo dal fumo, ma porta al suo interno un brivido di montagna.


Per i primi diciotto anni della mia vita ho percorso questa strada accompagnato dai miei genitori; da quasi vent’anni la faccio stando sul sedile del guidatore, ascoltando gli Iron Maiden e bevendo birra; sono trascorsi cinque anni, invece, da quando mio padre ci è passato per l’ultima volta. Da quel momento non torno al paesino tanto spesso, anzi, ci vado appena una volta l’anno.

         
Questa volta è Ferragosto. Non ho mai mancato l’appuntamento fisso con la festa del condominio: una decina di appartamenti, abitati solo d’estate, si ritrovano insieme per festeggiare. Siamo tutti villeggianti, veniamo dai dintorni. Ci piace ancora trascorrere parte delle vacanze in quei vicoli che pendono come un grappolo dal monte. Anche se ormai è quasi disabitato e i turisti scarseggiano. Un luogo tranquillo, dove ritrovare se stessi oltre che i soliti volti noti. Si è imparato a conoscerci così, in poche settimane sottratte alla vita reale, piazzate tra un settembre e l’altro: orbite sospese che si incrociano in un momento di strana condivisione. In generale, tante parole e pochi contenuti. Eppure l’evento ha sempre distribuito un’indecifrabile gioia a tutti i partecipanti, tanto che alla fine, tra nuovi arrivi e storiche dipartite, almeno trenta persone si riuniscono puntuali sulla terrazza comune. Quest’anno sarà il primo per Diana. Spero che Michela le piaccia, o non potrò starle vicino. Lei è l’unica ad avvicinarsi alla mia età, il resto degli inquilini sono perlopiù nonni, accompagnati dai nipoti e solo saltuariamente dai figli.         


Il nostro appartamento apparteneva ai genitori di mamma. Lei e mio padre avevano iniziato a frequentarlo a metà degli anni ’70, subito dopo essersi sposati. Serafino, questo il nome di mio padre, da quel momento non ha perso più un Ferragosto. Era alla griglia, lui; raccoglieva la legna e faceva la griglia. Disperdeva serenità, dalla sua figura pallida ed esile. Aveva gli occhi del colore dell’erba più chiara; i capelli erano fini, come le labbra e la sua figura tutta. Pure il suo spirito era così, tranquillo e solitario, propenso alla riflessione e all’attesa. La voce era roca e bassa, allineata su frequenze concilianti. Troppo concilianti. Credeva sempre di disturbare, per questo si rendeva sottile fino a scomparire. Invece era benvoluto. Da tutti, tranne che da me.          


Io sono troppo incline all’autodistruzione, propensione da ricercarsi nelle mie maglie heavy metal sbiadite, e privo di un reale progetto di vita: quando ne avevo l’occasione, a mio padre non ho mai prestato attenzione. Così ora salgo, ogni anno, solo per rincontrarlo. Lo vedo negli occhi dei condomini quando mi guardano, nel susseguirsi degli anni che procedono senza di lui, nelle generazioni che crescono e si rinnovano, nei discorsi a tavola sui vecchi tempi, sui primi anni, sugli ultimi anni, sul dolore e sul ricordo. Tra quelle persone, che dopotutto mai abbiamo conosciuto per davvero, lo sento rivivere nella sua essenza più pura, libera dagli affanni di quello che, in un’altra dimensione, abbiamo vissuto.

         
Le ultime curve le affronto con una debole gioia nel cuore. Ho evitato di avvisare che sarei salito, dando per scontato che la storia si possa ripetere puntuale. Arrivando al condominio, isolato in un tratto boschivo della strada, noto però qualcosa di strano. A quest’ora dovrebbe essere tutto pronto, invece non c’è nessun via vai di gente. Nel parcheggio non ci sono macchine, solo diversi camioncini che non riconosco. La scritta sulla portiera è troppo piccola e non mi sono ancora deciso a mettere da parte dei soldi per comprare degli occhiali.

           
Spengo il motore. Il giardino brilla sotto il sole senza che nessuno lo disturbi. Sorrido nervoso rivelando i denti gialli, consumati, che si riflettono nello specchietto retrovisore. Forse dovrei scendere, chiedere a Michela che succede. La sua dependance, staccata dal resto del condominio, è l’unico appartamento dove vedo movimento. Gli altri, nonostante le finestre spalancate, non rivelano vita dietro l’aria tremante. Mi sembra si muova come le corde di un’arpa lungo le imposte in legno  , ma probabilmente ho solo troppo alcol in circolo.                                     
La vedo passare davanti la finestra. Mi sembra rimasta la stessa di sempre. Vorrei guardarla più da vicino, domandarle della festa, di tutti gli altri. Ma cosa mi direbbe, se non confermarmi l’evidenza, sentendosi poi in obbligo di chiedermi di pranzare con lei e il suo compagno, costringendoci a chiacchierare nel piccolo appartamento, stretti a tavola, con i bambini che mi guarderebbero come un intruso, parlando di come gli anni scorrano e di come anche le migliori tradizioni inevitabilmente finiscano?    
Rimetto in moto. Il rumore sveglia Diana, che ne approfitta per avvicinarsi a me e darmi una profonda leccata sulla precoce calvizie.

*

La strada in macchina, la lunga salita a piedi, la decisione di non fermarmi all’ultimo rifugio e di proseguire più in alto, sempre più in alto. Una serie di scelte automatiche, quasi inevitabili, si sono portate via il giorno, che ora chiude le palpebre in una notte prematura.

         
A 2400 metri riesco a sentirti un po’ più vicino.


Non ho la tenda e nemmeno l’attrezzatura termica. Il buonsenso – e Diana, che si muove irrequieta attorno al fuoco quasi spento –mi suggeriscono che è una follia. Ma del resto sarà una questione genetica.
Mi sembra una follia anche morire senza dirlo a nessuno, salire in montagna e aspettare che la malattia faccia il suo corso.

Sarei venuto a trovarti, qualche volta, se solo me l’avessi detto. Invece mi hai privato di quest’ultima possibilità, ti sei ritirato facendo finta di nulla. Come hai potuto vivere sapendo di poter morire in qualsiasi momento? Non una cura o un consulto dopo la diagnosi, solo un profondo stagno dove affondare lentamente.          


Ogni volta che entro nell’appartamento lo metto a soqquadro alla ricerca di una lettera, almeno un biglietto, un segno che non sei vissuto e perito nel più totale silenzio. Per quello che ne posso sapere è accaduto tutto in un attimo: un secondo prima leggevi un libro, quello successivo sei spirato. Non ci vedevamo dal Ferragosto precedente, quando ti raggiunsi al paesino. Non parlammo: io feci di tutto per evitarti, tu me lo permisi. Il nostro rapporto era da scovare in negativo, negli spazi opposti alla vita.         
Non mi sono mai tolto dalla testa che non mi rimproverassi per una sorta di compensazione, come se aver perso la madre a cinque anni mi esentasse da ogni altro sgarbo della vita. Non ne parlavi molto e io non ebbi mai il coraggio di chiederti veramente di lei. Hai preferito non risposarti, conservando il suo ricordo nei luoghi in cui siete stati felici. Forse sono arrivato anche a incolparti della sua morte, ma non ricordo più perché. Rimproverarsi non significa spiegarsi. Così siamo sempre stati solo io e te, intimamente disperati e incapaci di sorreggerci.

         
Ora rimpiango tante cose, come il grazie stiracchiato che mi uscì fuori quando una domenica mattina venisti a svegliarmi molto prima di quando avresti dovuto, mostrandomi l’auto nuova che avevi comprato. Un Peugeot del ’95, dopo che tre mesi prima avevo schiantato la tua Alfa rossa contro un lampione vicino casa, a Milano, con appena un mese di patente sulle spalle.
 


Da quando la distanza si è fatta incolmabile, la rabbia si è affievolita ed è emerso il rammarico, il disagio, l’inconsistenza della mia persona senza la tua: un tiepido oppositore, l’unico appiglio a cui aggrapparmi per ricordarmi di esistere. Per questo ti parlo, sempre: come fosse una punizione, come fosse una preghiera. Anche ora, steso sull’erba gelida persa tra i monti, ignoro il freddo e mi concentro sulle parole che avrei voluto rivolgerti. Le ripeto fino a consumarne il senso, perché a volte è necessario uscire da sé, al di là della logica, per comprendere davvero. Ho passato anni a implorare le tue attenzioni, mentre adesso passo le ore a ricamare discorsi  che non hanno un destinatario preciso, disperdendoli per venti ignoti senza sperare che mi restituiscano risposta. Non ho ambizioni, mi sento in attesa.         


Il cielo, ormai scuro, inizia a forarsi di piccoli occhi luminosi che mi fissano. Ma io guardo la grande sfera al suo centro: la sfido. Sono convinto sia lei a intorpidirmi le membra, a privarmi della voglia di recuperare almeno una felpa. Mi inchioda al terreno, obbligandomi a confrontare la sua pienezza con il mio vuoto. Gradualmente inizio a percepire che anche quel poco che rimane in me sembra starmi abbandonando. Mi guardo in giro per cercare Diana, ma sento solamente il suo abbaiare lontano; o forse sono io a essermi fatto lontano.  
Vorrei chiamare Michela, chiederle se credeva che sarei salito e se per caso è preoccupata di non avermi visto. Ma del resto lei non mi ha chiamato, non chiama mai, e nemmeno io lo faccio. Avrei potuto essere al condominio, ora, a sistemare i tavoli e osservare i residui della festa conclusa, lasciando che una consueta e dolce malinconia mi riempisse. Invece quest’anno non se n’è fatto nulla, chissà perché. È un segno che non posso ignorare.      


Qualcosa in me si è bloccato e non credo possa più ripartire. L’aria immobile e glaciale mi sta rendendo sottile, sempre più sottile.


Davide Landoni nasce a Milano, anche se non proprio Milano, nel 1994. Scrive d’arte per diverse riviste, ma soprattutto per ArtsLife. Si sta impegnando nella narrativa con la speranza di essere letto. Ha pubblicato due racconti per Coye-Periferie letterarie e La Bussola.

Redazione

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