E siccome lei, di Eleonora Marangoni: uno sguardo su Monica Vitti

E siccome lei, Eleonora Marangoni
Feltrinelli, 2020

Il mio lavoro esiste solo nel momento in cui lo posso fare per gli altri. Per chi mi sta ad ascoltare. Non solo perché do qualcosa ma perché la cosa in cui ho creduto, una storia, un personaggio, un tentativo, una speranza, una curiosità, li posso trasmettere attraverso questo tramite che è l’attore ad un altro che ne proverà un’emozione. Sono una bella finestra dalla quale le gente si affaccia. E quando non sono un tramite sono triste, ho paura. […] Mi pare di vivere con le cose e le persone che incontro anche da poco in un modo incredibile […] Le loro storie, la loro vita, le loro emozioni e le loro curiosità diventano mie […] per poi ridarle a loro.

Questa dichiarazione di poetica estratta da Si dice donna, un format Rai degli anni ’70 curato da Tilde Capomazza, coglie perfettamente lo spirito caleidoscopico di una delle più rappresentative personalità della cultura italiana del Novecento: Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti. È a questa straordinaria donna, attrice, regista, sceneggiatrice e intellettuale italiana che Eleonora Marangoni dedica l’atipico, bizzarro, e proprio per questo prezioso, libro E siccome lei (Feltrinelli).

La giovane scrittrice romana, in ognuno dei 47 capitoli che compongono l’opera, immortala le molteplici umanità delle protagoniste dei film che l’attrice ha interpretato al cinema in trentacinque anni di carriera, liberandole dall’arena dei lungometraggi nella quale gli sceneggiatori le avevano relegate e offrendo loro pensieri, azioni, financo destini alternativi.

Ed è così che la complessa semplicità della fioraia Adelaide che elucubra sulla personalità dei fiori, la malinconica emancipazione di Lisa che spiega alla figlia la separazione dal marito Livio, il tragicomico tentativo epistolare di finire la storia con l’amante di Raffaella e la parentesi newyorchese di Dea dopo la morte di Mimmo, come nell’opera di Roland Barthes, diventa una figura che compone “Frammenti di un discorso di una grande donna contemporanea”.

La mimesi della voce narrante – che la Marangoni plasma in ogni capitolo per cogliere al meglio le caratteristiche della protagonista – è talmente credibile da innescare un meccanismo crossmediale suggestivo. Passando da un racconto all’altro si ha spesso la sensazione di trovarsi davanti a vecchie fotobuste cinematografiche, scatti di scena che colgono le intenzioni, la psicologia, i drammi e l’ironia dei personaggi interpretati dall’attrice più versatile del cinema italiano. Secondo la regola della convergenza, alla fine di ogni capitolo, chiudendo gli occhi, prendono forma i volti delle protagoniste dei film più intensi di Antognoni, Magni, Buñuel e quelli iconici, dalla vis comica eccezionale, della commedia all’italiana di Monicelli, Salce e Risi. E siccome lei – oltre a essere un riconoscimento a un’attrice che non ha mai recitato per esibirsi ma per il desiderio di essere altro da sé stessa – è soprattutto un omaggio a una donna straordinaria, forte, che ebbe il coraggio in più occasioni di denunciare un’insopportabile componente misogina del cinema italiano e che lottò fin da ragazzina per afferrare il sogno di diventare una bella finestra, un tramite. La polvere del palcoscenico corrode anima e corpo, le diceva la madre, ma per Monica Vitti quella era l’ossigeno, era tutto. Era polvere di stelle. 


Roberto Venturini è nato nel 1983 a Roma. È autore, soggettista e sceneggiatore della pluripremiata serie web che ha ispirato il suo fortunato esordio letterario: Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera (SEM, 2017), vincitore del Premio Bagutta Opera Prima. Il suo secondo romanzo, L’anno che a Roma fu due volte Natale (SEM 2021) è entrato nella dozzina finalista del Premio Strega 2021.

Redazione

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