Io, Witold Gombrowicz.

Lunedì, Io
Martedì, io
Mercoledì, io
Giovedì, io.
Venerdì finalmente Józefa Radzymińska mi ha generosamente procurato…

I puntini inibitori sono dello scrittore Witold Gombrowicz, e noi pudibondi li manteniamo sospettando una filantropia molto molto empirica da parte di Józefa. Gli appunti, invece, vengono da quel capolavoro del Diario, volume I (1953-1958).

Autore polacco, la cui grandezza letteraria è finalmente riconosciuta oggi dopo molte censure e incomprensioni, nasce a Małoszyce nel 1916, nella tenuta di famiglia. Come racconta lui stesso in Testamento, un’intervista a quattro mani con il critico e scrittore francese Dominique de Roux, proviene da una famiglia nobile con proprietà terriere nei dintorni di Vilnius “Dal punto di vista dei beni, delle cariche, delle parentele eravamo leggermente superiori alla media dei nobili polacchi, tuttavia non facevamo parte della vera e propria aristocrazia”. Non è conte, dice, ma ha uno stuolo di zie contesse, solo, di quel genere di mezza tacca. Il padre, oltre ad essere un proprietario terriero, lavora nell’industria. Witold cresce negli agi ma è attirato verso il basso, frequenta i collegi ma sta bene con i suoi garzoni, ed è schiacciato in un limbo sociale di difficile identità, tra Polona e Lituania, tra nobiltà terriera e borghesia dell’industria, tra un padre pratico e poco dedito all’arte e una madre fantasiosa e priva di qualsiasi senso pratico, piena di fobie, permeata da un senso di irrealtà che lui descrive con grande ironia. Sempre in Testamento racconta riguardo alla famiglia della madre: “Si contavano molti casi di malattie mentali; ogni volta che andavo a trovare mia nonna in campagna morivo di paura. Una grande casa al piano terra divisa in due. Da una parte abitava mia nonna, dall’altra suo figlio, il fratello di mia madre: un matto incurabile che passava le notti girando per le stanze vuote e cercando di vincere la paura con strani discorsi che si trasformavano in canti ancora più strani, per poi finire in un urlo disumano. La cosa andava avanti per tutta la notte: respiravo follia a pieni polmoni”.

Quegli anni e l’influenza familiare sono importanti per la sua vita futura, per l’uomo che diventerà e per la sua opera, grottesca, surreale, incentrata su alcuni temi portanti che ritornano come un’ossessione, come le ciabatte allineate sotto il letto, come ciò che risale in superficie, un pezzetto di sughero tra le onde, qualcosa di compulsivo e irrisolto: l’immaturità, la funzione del dolore, i giovani contro gli adulti, la struttura sovraimposta, gli uomini chiusi, sigillati, imprigionati nella maschera, nella forma. E questo suo essere “tra” le cose traspare e si muove nelle righe della sua scrittura donando ai personaggi un andamento girovago, alla ricerca di un sé intimo soffocato dall’immagine esteriore, costruita per “l’altro”. L’uomo, ci dice, è scisso tra essere e forma, tra l’essere serio e il non esserlo, tra l’attore e la comparsa, tra il soggetto che guarda e manipola come in Pornografia e l’oggetto guardato e posseduto dallo sguardo.

Irrequieto, amante delle cattive compagnie, dei caffè di Varsavia, dove prima della guerra si discuteva ancora di filosofia e metafisica e dove si era installato lui, Gombrowicz, con un tavolino e un’accolita di ascoltatori mezzecalzette rifiutando i tavoli di chi contava davvero nel panorama culturale. Perché Witold è e vuole essere fuori dai circuiti imparruccati, libero di pensare per sé stesso e non secondo la moda culturale, senza che nessuno gli mostri quale sia il quadro che deve essere ammirato al Louvre, l’opera teatrale da applaudire, la musica del tale concertista da ascoltare. Già. Passano gli anni, i secoli, tutti gli Zeitgeist del mondo, eppure siamo sempre qui, a inseguire le mode, a specchiarci nel mainstream, in ciò che dobbiamo essere per cercare l’approvazione di chi annusa e crea tendenze. A lui no. A lui piace essere underground. E mentre l’Europa pullula di vati, la cultura si auto impalma e incensa, le forme letterarie reiterano sé stesse e parole auliche invadono le odi, i nazionalismi infilano elmetti di retorica un po’ dappertutto, tanto che “i reticolati si sfondano con i petti”, mai i loro naturalmente, di Cadorna e Vanzo per esempio, mentre l’uomo filosofico si scinde nella ricerca del sé, l’intero ormai s’è perduto in mezzo ai cocci del positivismo, e nella metamorfosi dall’uno a centomila qualcuno diventa persino scarafaggio, lui ci scherza su, fa baraonda della serietà di certi temi, è sarcastico, saltimbanco, i suoi personaggi affrontano la vita come un gioco, vittime del male del secolo. Tutti i drammi della modernità, afferma con la sua scrittura, vengono da un unico problema. Da una grande matrice che divora l’umano deformandolo e annichilendo ogni possibilità di intelligenza ultima. Un vaso di pandora che ci portiamo dietro di default. Dentro vi è l’immaturità. Ce lo dice già nel primo romanzo, Ferdydurke. E vi regna il bizzarro. Siamo nel 1937 e con una scrittura nuova, multiforme, irriverente, sbeffeggiando le forme letterarie e capovolgendo i generi, indica al lettore, con lo stesso sorriso enigmatico e sornione del Giovan Battista di Leonardo, che non c’è nessuna modernità, sviluppo, progresso. C’è solo immaturità.

Una mattina, alla porta del trentenne Gingio, Giuso nella recente edizione del Saggiatore, bussa un arcigno e vecchio professore che lo interroga, come fosse un suo liceale, e dopo avergli rifilato una bella ramanzina vecchio stampo e voti bassi, lo riporta a scuola arretrandolo senza motivo apparente allo status di ragazzo, pur restando con le fattezze fisiche di un uomo. Gingio vorrebbe ribellarsi ma alla fine in questa “immaturità” senza pensieri ci si sistema, ci sta bene. Da lì, il libro è costruito su una serie di divertenti prese in giro e gag confusionarie, sarcastiche e sardoniche nei confronti della società, del modo in cui interpreta sé stessa, della forma granitica che gli individui assumono. Non è questo, del resto, che accade anche oggi, quando, come il maestro Pimko, la civiltà in cui viviamo ci invita a regredire con i suoi programmi stolti, i talk show di urla, dominati da odio e rabbia, con i libri piatti e privi di penetrazione e critica, con le baggianate sanremesi, i ritriti costruiti movimenti musicali di rottura, catalizzando sempre l’importanza sull’apparenza, sull’avere? E l’uomo ci si adatta perché è facile, è piacevole: non pensare, non essere, lasciarsi dire chi s’è, cosa deve piacere, dove è cool andare.

In Ferdydurke anche i professori, che dovrebbero essere esempio e modelli di ingegno da seguire, sono invece ingabbiati nelle convenzioni che ci si aspetta da loro, non sembrano esistere se non tra le mura scolastiche e grigie dell’edificio, sono infarciti di retorica, costretti nelle leggi che regolano la trista, ripetitiva, vecchia, istituzione scolastica. La famiglia Giovanotti poi, dove l’uomo tornato ragazzo è messo a pensione, è totalmente devota a rappresentare una forma, quella dei moderni appunto, e tra loro fanno a gara, in un’escalation di battute non-sense, al fine di imitare un modello in voga, l’atteggiamento giusto da tenere per eguagliare il secolo, assecondare un tipo. Ma questo assumere i comportamenti che la società richiede, e si aspetta, è anche un’immaturità connaturata, è irresponsabilità, non dipende solo dall’esterno. Il libro è un teatrino dell’infantilismo, un circo, in cui i personaggi si muovono nel caos, girano su sé stessi come la giostra di Jacques Tati, scoppiano pestaggi immotivati, nascono sfide senza scopo, non c’è più un centro, un fulcro dello stare, nessun ordine, la scena s’intasa di paradossale. Il libro sembra farsi nella trama, improvvisato, i personaggi si muovono confusi, senza saper che fare, intonando talvolta frasi a caso, giochi linguistici. È non-forma che sfugge con cognizione al canone letterario e si fa fiume esondante nel disordine di sfide, corpi, battaglie, bambinate. Siamo in piena commedia. I sentimenti dell’adolescenza non evolvono sé stessi in una forma adulta come il corpo, ma permangono nella loro conformazione bambinesca risolvendosi in un’ostentazione di pose, capricci, in scenette che ricordano Chaplin e i fratelli Lumière dell’Innaffiatore annaffiato, in passi che sanno di Rabelais, un carnevale, un’operetta demenziale, l’inno della cretineria umana nel guazzabuglio. La stupidità è la protagonista e gli uomini sono in realtà burattini.

Immaturità, dunque, è quel che contraddistingue la società, una puerilità diffusa, e Gombrowicz l’aveva già riconosciuta nella sua generazione, che infatti si preparava alla seconda guerra mondiale, in una Polonia sentimentale e nazionalista, negli uomini pronti a darsi in pasto ai totalitarismi, a ideologie ridondanti e tronfie che annullavano del tutto la ragione obnubilando il pensiero, incitando l’Europa all’orrore dietro slogan e bandiere. Non molto lontano da quello che accade in ogni secolo quando si sceglie la guerra invece che la pace. Immaturità è il segno che ritorna in ogni dove. Giocano i potenti alla guerra come quando erano bambini. Lo fanno attraverso gli schermi come una volta nei cortili, e si azzuffano educatamente mentre sganciano bombe sui civili gli uni, e nascondono il sasso dietro la mano gli altri, campioni del mimetismo e dell’innocenza, quei bambini con la faccia d’angelo che nessuno sgrida mai. Sono sensibili, si offendono e fanno il broncio sotto il botulino, portano rancore. Non vogliono perdere, che si direbbe di loro se rinunciassero alla “forma” assunta? Non possono tornare indietro, sembrerebbero deboli, indecisi, meglio annullare ogni umanità a scopo di vittoria, considerare gli esseri umani alla stregua di territori da conquistare e più sacrificabili della linea dei confini. Raggruppano sotto la calotta il cattivo carattere dell’adolescenza. Non si divertono più seduti a terra, le gambe incrociate, spostando truppe che riproducono eserciti; ora danno ordini da dietro le scrivanie rivaleggiando non più con l’amichetto ma con un nemico vero, speculare, uguale nelle fattezze e spesso nell’animo, ma che si insinua sia diverso, altrimenti la guerra come si fa a dardeggiarla se il βάρβαρος non c’è? E si sentono influenti, immortali, sono Dio. Gombrowicz ci ricorda che questa è la malattia che pervade i nostri anni, l’onnipotenza derivata dall’immaturità, l’immaturità come fonte di distruzione, di divisione, di irriflessione. Dai loro bunker, coloro che si credono i padroni della terra, ma non lo sono, decidono le sorti altrui per ideali di dominio e non lasciano le genti nella pace, nella vita. Immaturità. Sono al centro del mondo, al centro della telecamera, hanno truccatori e talvolta registi, vicendevolmente sono al centro dei mirini. Immaturità. Anelano la vittoria, il trofeo del primo della classe, il passaggio alla storia come Napoleone. Immaturità. Vogliono la terra e quello che c’è sotto, la puerilità li rende ciechi, si ergono al di sopra di sé stessi, al di sopra di tutti e di ogni cosa. Avere, possedere, vincere. Sono Dèi Immaturi. Anche nei sotterfugi, nel conflitto che non si vede sulla bidimensionalità delle tv, nella guerra fatta dalle sedie di pelle dei pentagoni e dalle sale ovali di altri conciliaboli. Immaturi, se non conoscono l’importanza del valore di una vita sola o non gli importa, perché quella non quota al FTSE MIB. Non è questo che ci dice Gombrowicz parlando così bene e in modo diretto alla nostra epoca dalla sua?

Nel 1939 la vita di Witold cambia di netto quando gli viene proposto un viaggio inaugurale, andata e ritorno, su un transatlantico, destinazione Buenos Aires. Stufo delle meschinità che ha intorno, della piccola micragnosa società della cultura del sublime, dell’elitarismo polacco, decide di partire. Non pensa certo di restarci ventiquattro anni e ha con sé solo due valige e le tasche vuote. In Europa, infatti, è scoppiata la guerra. L’immaturità ha vinto. E il regime polacco lo avversa, lui così libertario, per questo le sue opere in patria vengono sottoposte a censura, su di lui cala il sipario. Sono anni di grandi difficoltà economiche ma anche di grande libertà. Lo immagino seduto al Caffè Rex, a Buenos Aires, parlando con gli amici di letteratura, bevendo, scrivendo il diario pubblicato per Kultura, rivista degli emigrati polacchi stampata a Parigi, edito ora in più volumi da Feltrinelli, insegnando filosofia a certe nobildonne da cui poi scaturirà Corso di filosofia in sei ore un quarto, il quarto d’ora è dedicato al marxismo, a inseguire gonne che nel frattempo si vanno accorciando, respirando certe licenziosità argentine, assistendo all’ascesa e caduta di Peròn, snobbando il salotto buono di Victoria Ocampo, la letteratura di Jorges Luis Borges e le pagine di Sur, ingiuriando gli emigrati polacchi (messi alla berlina, per la loro “immaturità” in Transatlantico del 1953) ancora una volta ponendosi libero, solo, in antitesi ai circuiti ufficiali. Balla il tango, immaginiamo, e vive. L’Europa sconta ancora la sua storia, dietro mura e guerre. Lui annota le sue malattie. Nelle pagine di kronos, il suo diario vero, intimo, frammenti di sé stesso, scopriamo la sua fragilità, il dolore. O meglio, la coscienza del dolore. Si meraviglia, Witold, perché del dolore si parla sempre troppo poco, anche se è parte integrante della vita, soprattutto il dolore fisico che è la nostra pena capitale e ci ricorda che siamo deboli, irrisori, provvisori.

Nel 1955 inizia a scrivere Pornografia (In Italia diventerà, ahimè, La seduzione, in quanto la scrupolosa censura si preoccupa delle morigerate madri, mogli, casalinghe italiane e della loro verecondia). Scrive in Testamento che il 1955 è un anno d’oro per lui, ha lasciato la banca dove lavorava e anche se ha da parte solo pochi risparmi si sente bene, il peronismo è finito, e in Argentina si respira un’aria nuova, frizzante, di creatività.

I protagonisti di Pornografia, Federico e Witold, due amici in là con gli anni, si rifugiano in una villetta isolata per sfuggire alla guerra. Qui conoscono due giovani ragazzi e più che altro per noia si pongono l’obiettivo di farli innamorare. Nel romanzo, oltre alla forma che gli uomini impongono gli uni agli altri, prevalente è il tema dello sguardo e la contrapposizione tra giovinezza ed età adulta, non solo per la dicotomia maturità/immaturità ma anche per un altro binomio su cui s’incentra l’intero racconto: quello del dominante di contro al dominato. Infatti, il fine dei due vegliardi non è un gioco innocente e spassionato, i due giovani vengono torbidamente manovrati, penetrati nelle intenzioni, violentati nell’affermazione di sé, privati della volontà fino a convincerli a compiere un omicidio. Al centro c’è la perversione del vedere, tutta l’opera procede per scene, spesso teatrali, un campo/controcampo continuo onorato da un cine occhio turpe e goliarda, un astuto sbilanciamento hitchcockiano tra chi guarda e chi è guardato, comandato, ucciso.

Con l’ultimo libro, Cosmo, si palesa tutta la cosmogonia alla Gombrowicz, è il giallo filosofico del Caos, in cui lo studente Witold e il suo amico Fuks, interpretando un indizio dopo l’altro, non senza quella follia tanto cara all’autore, ricercano l’origine della realtà, ciò da cui tutto si è formato. Ed è l’autore a dire che Cosmo è nero “come una buia corrente turbinosa piena di gorghi, arresti, ristagni; un’acqua nera che trasporta migliaia di rifiuti e l’uomo la fissa rapito cercando di decifrare, capire collegare in un tutto unico… Il nero, la minaccia e la notte. Una notte intessuta di una passione violenta, di un amore contaminato. Non so, ma mi pare che ci vorrà del tempo perché ci si accorga della minacciosità di Cosmo”. Mi sembra non ci sia altro da dire.

Il successo quindi lo raggiunge, la censura fa una pausa da sé stessa e dall’immaturità, i suoi libri sono pubblicati dappertutto, lui annota i conti, finalmente in positivo, e torna in Europa. È malato. Ma la vita lo sorprende e si innamora. Quando conosce Rita lei ha ventinove anni, è bellissima, affascinante, enigmatica come una sfinge. Lui ha trent’anni di più. Lei sta scrivendo una tesi su Colette. Lui gli dice lascia perdere, scrivi la tesi su di me, fai la valigia, andiamo. O qualcosa del genere. Lei dice sì, e non smetterà mai di scriveredi lui e amarlo, curando la sua opera, le pubblicazioni in tutti i paesi, il diario intimo kronos, conservando il manoscritto ancora inedito come un oracolo, perché lui le aveva chiesto di portalo con sé sempre, e se anche la casa fosse bruciata prendere solo quello e nient’altro, ma non lasciarlo mai. Lì c’è tutto Witold, la sua vita, la metafisica, i suoi rioni, i suoi amanti, la bisessualità.

Non si lasceranno mai. Solo la morte ci si è messa di mezzo.

Lui, a noi, dal Diario, per costruirci un mondo:

“Il problema principale dei nostri tempi, che domina tutta l’epistéme occidentale, è che un pensiero quanto più è intelligente, tanto più è stupido”.


Silvia Penso

Redazione

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