Essere, o non essere

Sembrava un giorno come tanti altri a Bologna. Stavo andando al Bar Maurizio: un pranzo lì era proprio quello che ci voleva dopo sei mesi di ritiro accademico a Londra. Con le sue librerie immense e funzionali, con i suoi seminari e le conferenze universitarie in cui ascoltare i migliori esperti del mondo in ogni disciplina, con la violenza materiale del suo capitalismo spietato che costringe a focalizzarsi sul lavoro perché le distrazioni costano troppo, la capitale del Regno Unito mi aveva garantito lo spazio e il tempo ideali per concentrami sulla mia ricerca.

Eppure, appena atterrato nella mia Bologna, giusto il tempo di arrivare a casa in taxi, riaprire le finestre dell’appartamento e lasciare le valigie in camera da letto ed ero fuggito fuori in strada mosso dal desiderio di un posto familiare che potessi raggiungere a piedi, un luogo in cui trovare buon cibo e ottimo vino, musica piacevole, le solite facce ma anche una certa dose di imprevisto. Mi ritrovai così ad attraversare via Rizzoli, lanciando un rapido ma solenne saluto alle Due Torri la cui cima scompariva tra i banchi di nebbia, e facendomi spazio nella calca fremente di persone intente a seguire gli spettacoli dei giocolieri, dei musicisti e degli attori che animano le domeniche pedonali nel centro storico. Mi fermai nel mezzo di Piazza Santo Stefano, sotto i portici, attratto da una voce oracolare che proveniva dalla strada acciottolata davanti alla Basilica; sgomitai nella cerchia del pubblico fino a raggiungere la prima fila: quella voce d’uomo proveniva da un corpo di donna che danzava con grazia eterea, abbracciando la foschia che avanzava nell’aria e alternando bisbigli a lunghi momenti di silenzio. Aveva addosso degli stracci color porpora e teneva in mano il modellino di un teschio: recitava il più famoso dei monologhi shakesperiani, quello dell’amletico dubbio, ma dai movimenti e dall’espressione del volto trasparivano un senso di leggerezza e di folle rassegnazione che non avevo mai associato a quella scena così celebre. «Così la coscienza ci rende tutti codardi», pronunciò lentamente l’attrice, come in preda all’afasia, nel modo in cui lo avrebbe detto un bambino che sta ancora imparando a parlare, e si portò poi il palmo della mano a coprirsi il volto, e così terminò il soliloquio, e io realizzai in quell’istante che quell’Amleto di strada aveva insinuato in me un’incertezza: secoli e secoli di critica letteraria e di vertigini del pensiero su Amleto, e vuoi vedere che alla fine non c’avevamo capito un cazzo?

«Questa piazza è una delle mie preferite, vengo spesso a dormire qui. C’è l’edicola, il forno, una libreria, il bar, la banca. Tutto quello che serve per vivere».

Mi guardai intorno: Piazza Aldrovandi era proprio come diceva lei; non avrei saputo descriverla meglio. Dopo la sua performance mi ero avvicinato per ringraziarla e conoscerla e, a differenza degli altri spettatori, invece di lasciarle soldi, l’avevo invitata a pranzo da Maurizio. Lei aveva accettato con un sorriso radioso, come se quell’invito provenisse da un suo amico di vecchia data. Attraversavamo uno a fianco all’altro il tratto di Strada Maggiore che separa Piazza Aldrovandi da via Guerrazzi, la via del Bar a cui eravamo diretti. Lei si chiamava Colomba, e a un certo punto della sua vita aveva realizzato di essere una donna con il corpo di un uomo. Aveva le spalle larghe, gli occhi a palla verdi e nervosi, i lineamenti ovali del viso e una voce da uomo, ma il resto del corpo, la gestualità, i vestiti, il trucco e soprattutto la sua mente erano da donna. Aveva capelli neri lunghi e lisci, ma li desiderava ricci, e infatti aveva dei bigodini in testa. Mi ricordò il soggetto di una foto di Diane Arbus che avevo visto una decina d’anni fa in una mostra al Jeu De Pommes di Parigi. Colomba aveva studiato teatro fin dalla giovane età, poi improvvisamente i suoi genitori erano morti, e la sua vita era precipitata in un baratro: non aveva potuto completare gli studi, aveva perso la casa e, non avendo altri parenti o amici che potessero aiutarla, era diventata una senzatetto. Recitava in strada chiedendo l’elemosina e ogni tanto trovava qualche lavoretto, ma niente che potesse garantirle un tetto sopra la testa. Le chiesi se non ci fossero delle strutture o dei servizi di accoglienza per i senzatetto a cui potesse rivolgersi. «Ci sono solo quegli stronzi di preti, ma per farti la doccia c’è una lista d’attesa di un mese e mezzo; e poi devi pure pregare insieme a loro!». Com’è che non mi ero mai accorto della piaga dei senzatetto a Bologna?, pensai mentre entravamo da Maurizio. Quella gente era davvero così invisibile ai miei occhi? E come poteva la mia adorata Bologna, che si presenta al mondo come la città dei diritti, dell’eguaglianza e della cultura, lasciare che un’artista come Colomba marcisse in mezzo a una strada senza speranze?

Il Bar Maurizio era esattamente come l’avevo lasciato. Mi sentì improvvisamente dentro un dipinto di Hopper o in un romanzo giallo di Chandler: il banco degli alimenti, le scorte di alcolici polverosi dietro il banco, il pentolone in cui bolliva il piatto unico del giorno, i tavolini rettangolari e le sedie di legno, la semioscurità da club jazz, il flipper e le copertine di film in bianco e nero appesi alle pareti; e poi ancora “My Favourite Things” di Coltrane in sottofondo e la solita accolita di gente strana, ma così strana che perfino Colomba passava inosservata. Salutai Maurizio, che come al solito mi scambiò per qualcun altro chiedendomi dei figli che non avevo (“Maurizio si ricorda solo di chi ha le tette”, sussurrai all’orecchio di Colomba, e lei argutamente rispose che allora di lei si sarebbe ricordato senza dubbio), e ordinai una caraffa di Sangiovese e tre porzioni di orecchiette con le cime di rapa. Mentre prendevamo posto nel tavolino centrale salutai un paio di persone, fra cui Biagio, come al solito attorniato dalle sue avvenenti fan scatenate. Ma è proprio quel Biagio, il cantante?, mi chiese Colomba, e io dissi sì, è Biagio in persona, e nessuno rimorchia più di lui da queste parti. Poi Colomba mi chiese cosa facessi nella vita mentre divorava la pasta e si scolava il vino senza fare troppi complimenti.

«Faccio il ricercatore all’Università», risposi, e poi, vedendola interessata, continuai, «lavoro da diversi anni su un progetto: un atlante per tracciare tutte le guerre del mondo. Dico proprio tutte. È un lavoro complesso e per certi versi estenuante, però mi appassiona molto».

«È una ricerca impossibile», sentenziò Colomba con la bocca piena di pasta e rape, «ci sarà sempre una guerra di cui non possiamo sapere. Metti che domani mattina una tribù su un’isola sconosciuta si sveglia e inizia a fare la guerra con un’altra tribù rivale, per un motivo del tutto futile ai nostri occhi, per la figlia del capo di una delle due tribù che non vuole sposarsi con il figlio del capo dell’altra, per fare un esempio. Come la metti allora? Il tuo progetto sarebbe fallito e, cosa peggiore, non ne saresti neanche cosciente».

Stavo per rispondere ma notai che continuava a guardare alle mie spalle ammiccando lo sguardo con aria sospettosa. Le chiesi che diavolo stesse guardando e mi disse che c’era un uomo nero alto e atletico che stava bevendo il caffè insieme a un altro tizio bianco con i baffoni e gli occhiali da Topgun e che il tizio nero aveva un’aria estremamente familiare, era convinta di conoscerlo. Allora mi girai lentamente e, senza dare troppo nell’occhio, li guardai: non li conoscevo proprio.

«E comunque non credo che esistano ancora isole sconosciute a questo mondo!», aggiunsi con tono irritato sorseggiando l’ultima goccia di vino della caraffa.

«Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne possa sognare la tua filosofia!”. Camminando su e giù nel crepuscolo sotto i portici di via Guerrazzi per prendere un po’ d’aria, l’avevo sfidata a inscenare la mia parte preferita dell’Amleto, per vedere se riusciva a ricordarsi le parole e a recitare nonostante i fumi dell’alcol. Aveva vinto un altro giro di Camel rosse e di Sangiovese. Prima di rientrare da Maurizio le dissi che la placidità del suo Amleto mi aveva colpito, non lo avevo mai visto sotto quella luce e le chiesi perché mai lo interpretasse in quel modo.

«È qui il grande malinteso.», rispose lei, «Amleto non ha nulla a che fare con il dubbio: come potrebbe essere sopraffatto dall’incertezza un essere umano che ha compreso che la vita si riduce essenzialmente all’essere o al non essere? Amleto ha già scelto di non essere, ogni suo gesto è compiuto in tal senso. Proprio lui che è un poeta sognatore, un filosofo, ha abbracciato il suo destino di vendicatore dalle mani sporche di sangue, e lo ha fatto nel momento stesso in cui lo spettro del padre gli ha rivelato le circostanze della sua morte e gli ha chiesto vendetta. Mi ci rivedo molto in questo personaggio».

Annuii con un sorriso da idiota sbronzo estasiato, poi aspirai il fumo della sigaretta per un’ultima volta prima di gettarla via. Rientrai nel bar per andare in bagno e per saldare il mio debito di Sangiovese. Mentre pagavo l’ennesima caraffa al bancone, sentii una spirale di sirene della polizia provenire da fuori il locale. Vidi poi il tizio nero alto e il baffone alzarsi dalla loro postazione, fare un cenno di saluto a tutti noi e uscire. Chiesi a Maurizio chi fosse quel tipo cazzuto; lui ci mise un po’ a rispondere, come per cercare di capire se stessi chiedendo sul serio oppure no: «Quello è Michael Jordan, coglione!». A quel punto uscii dal locale e vidi Michael Jordan e il suo amico baffone che se la svignavano su un macchinone dai vetri scuri e una flotta di volanti della polizia che li seguiva. Poi cercai su via Guerrazzi e nei dintorni, ma di Colomba non c’era più traccia.

«Da quel momento non ho mai più visto Colomba».

Conclusi così la mia deposizione davanti al comandante della squadra mobile Fausto Quaranta e al suo segretario verbalizzante. I due sbirri si scambiarono uno sguardo perplesso, poi il segretario avviò la stampa del verbale appena redatto, si alzò dalla sua postazione e si diresse in un’altra stanza. Al Commissariato quel giorno c’era un grande caos, guardie e ladri che andavano e venivano, Quaranta aveva detto che era per via di un blitz della sera prima ad un festino con puttane e droghe in una villa sui colli. Sul tavolo davanti a me giacevano un portadocumenti con la scritta “Colombo Damiano” in copertina e varie foto ritraenti due corpi dissanguati a coltellate: erano i genitori di Colomba, e secondo la pista di Quaranta erano stati assassinati dalla figlia prima che scappasse di casa per darsi alla vita raminga della senzatetto fuggitiva. Sempre il comandante mi fece notare che, nel giorno in cui l’avevo incontrata, Colomba era sparita proprio nel momento in cui era arrivata la polizia che faceva da scorta a Michael Jordan.

«Può bastare così, la ringrazio per la collaborazione. Ci faremo vivi noi se necessario».

Concluse allora Quaranta, ma io titubai. Dissi che si stavano sbagliando: avevo conosciuto Colomba, era un’artista, una persona sensibile che mai avrebbe potuto fare del male ai propri genitori né a nessun altro. Allora Quaranta mi guardò inarcando le sopracciglia e, dopo averci pensato per qualche secondo, mi esortò a riflettere su tutta quella faccenda da un’altra prospettiva:

«Capisco il suo pensiero. Si ricordi solo di una cosa. Quelli che vengono discriminati ogni giorno là fuori, non sono molto diversi dal resto degli esseri umani: mentono, commettono atti impuri, a volte anche crimini efferati».

Non ricordo molto altro di quella serata. Andai al Bar Maurizio e mi ubriacai pesantemente. Poi tornai a casa. A un certo punto cercai nella mia libreria l’Amleto di Shakespeare. Trovai un’edizione molto vecchia con le pagine ingiallite e la traduzione a fronte, e iniziai a leggerla, proprio lì, in quel momento, in piedi nel salotto di casa: chi vive là? Di’ chi sei tu piuttosto. Viva il re!


Emmanuel Di Tommaso (1987) è laureato e lavora nell’ambito della cooperazione internazionale allo sviluppo per l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi 2011. Ha pubblicato tre libri di poesia: Il luogo dei teschi (La Parola Abitata, 2014); Sulla soglia boschiva (Edizioni Oèdipus, 2016); Mentre si è rapiti dall’uragano (Bertoni Editore, 2020). Scrive di musica, e di jazz in particolare, per All About Jazz e per Kalporz. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Grande Kalma, Salmace, Morel, Voci dall’Isola, Bomarscé.

Redazione

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