L’Appuntamento

Dialogo fra l’autore (A.) e il lettore (L.)

A. Dedalo si sta preparando per uscire.
L. Chi è Dedalo?
A. È il protagonista della storia che sto per raccontare.
L. Un po’ insolito come nome, non le sembra?
A. Sì, ha ragione. Ma a me piace e poi…

L. Sì, va bene, ma perché quel nome?
A. Perché il dedalo…  lei sa cos’è, vero?
L. Certamente, sì, avendolo scritto con la lettera iniziale minuscola, lei intende groviglio, intrico di vie… 
A. Non intendevo riferirmi alle vie, bensì agli arzigogoli mentali del personaggio…
L. Vuole offendermi? Non so se lei sa che c’è ben altro precedente di personaggio con quel nome… tanto per non rimanere nel vago, lei sa… conosce… ha letto Ritratto dell’artista da giovane?
A. Ora siamo pari con l’affronto.  Ho scelto quel nome, un po’ traendo ispirazione da quel personaggio. Non c’è bisogno che mi dilunghi in ulteriori spiegazioni o giustificazioni; mi preme solo far presente che il mio personaggio si chiama Dedalo, non Dedalus. La scelta del nome, nelle mie intenzioni, è da collegare, come ho appena accennato, soprattutto al dedalo che il personaggio ha dentro di sé, nella sua mente e nei suoi comportamenti. Dedalo è un adolescente, vive le contraddizioni, le ansie, se vuole, e le incertezze dell’età: è in cerca di una sua identità, ha bisogno di capire chi è, cosa vuole e, pur non essendone pienamente consapevole, è alla ricerca di una affermazione di sé. In verità, mi corre l’obbligo di dire che, nel dedalo che ha in testa, c’è anche, com’è facile immaginare, la ricerca di un affetto femminile… che…
L. Sì, senta, credo di aver capito, e quindi?
A. Quindi… quella che segue è la storia, breve, meglio, forse, una paginetta di vita di questo ragazzo, che un po’ mugugna come il giovane Holden, ma non nelle forme esasperate di quel personaggio, un po’ crede, come spesso accade, di essere il primo essere umano a vivere le incertezze, i dubbi, le difficoltà tipiche della sua età, un po’… un Cesare Pavese in miniatura… Ora, però, se è d’accordo, vorrei passare a raccontare la storia…
L. Mhmm… va bene, d’accordo, prosegua. Dove è diretto Dedalo?
A. Ha un appuntamento.
L. Con chi?
A. È un appuntamento importante, per lui.
L. Non per essere pignolo, ma può dire subito chi è la persona con la quale ha appuntamento?  una donna, un amico, una ragazza?
A. Dall’accenno che ho fatto, si può intuire che ha appuntamento con una ragazza.  
L. Ed è la prima volta che ha appuntamento con una ragazza?
A. Se non si annoia, la prego di consentirmi di fare una premessa.
L. Sentiamo. Ma che sia breve, per favore!
A. Tempo addietro Dedalo ha avuto una esperienza… come dire? rapportabile a quella che sta per vivere, ma…
L. Ma…?
A.  Una esperienza… sgradevole…  Aveva fatto amicizia con una…  una ragazza… fu un’esperienza frustrante, sa… sarà capitato anche a lei, no?
L. Mah…  scusi, che c’entro io? Vedo che ha difficoltà a parlarne…  Intanto, però sarebbe utile sapere dell’altro su Dedalo.
A. Evidentemente lei non mi segue con molta attenzione. Ho già detto che Dedalo è uno studente, un adolescente. Mi faccia precisare che si trova in quella età in cui non si è più adolescenti e non si è ancora uomini, adulti, lui vorrebbe essere appunto adulto. Gli adulti, lui immagina, hanno le idee chiare, sanno quel che devono fare, come devono farlo…
L. Avendolo già detto non c’è bisogno di ripeterlo.
A. Mi scusi, forse non mi sono spiegato.
L. No, non c’è bisogno. Credo di aver capito. Vada avanti, dica della ragazza.
A. La ragazza è una sua coetanea, più o meno, cioè, insomma… Per la verità, Dedalo non sa quanti anni ha la ragazza, non gliel’ha chiesto, non ci ha pensato, non c’è stato tempo, né modo, aveva altro a cui pensare mentre ballavano…
L. Diciamo che Dedalo non sa molto della ragazza.
A. Sì, bravo, vedo che è perspicace…. insomma, volendo, sì, si può dire che conosce poco la ragazza. Posso aggiungere che la conosce da qualche tempo, hanno avuto alcune occasioni di incontro, che so, una gita fuori porta – ovviamente non da soli – qualche festa da ballo, di quelle che si fanno in casa, come usava negli anni Cinquanta. In definitiva, si conoscono, ma lui non si era accorto che lei era interessata a lui ….
L. Mhmm….
A. Dunque, Dedalo ha un appuntamento con questa ragazza, il primo appuntamento con lei. Chiarito questo, posso andare avanti?
L. Prego. Son qui apposta.
A. Ế il ventiquattro giugno. Dedalo ha curato più del solito l’igiene personale: ha versato un tubetto intero di badedas nella vasca da bagno che ha riempito di acqua. Il caldo dell’acqua e la schiuma del badedas lo hanno fatto sentire coccolato.  Mentre godeva di tanto piacere gli son tornati alla mente i momenti della sera precedente quando aveva ballato con la ragazza, si erano tenuti stretti e si erano dati l’appuntamento… lei glielo aveva dato con un soffio di voce…
L. E quindi? 
A. Ora comincia la storia.

Dedalo va all’appuntamento

Le vacanze di Dedalo si erano aperte con due sentimenti contrastanti: di appagamento per la promozione conseguita dopo gli insuccessi dei precedenti anni scolastici, che gli erano piovuti addosso come onde che, avvicinandosi alla riva, si facevano più grosse; di uggia, una volta esauritasi quella contentezza.

Era il pomeriggio di un ventiquattro giugno quando, rinfrancato dal bagno, vestito di tutto punto – aveva anche indossato scarpe quasi nuove – Dedalo uscì di casa. Lanciò lo sguardo verso l’orologio di casa: si rese conto che aveva un bel po’ di tempo per l’incontro con Mirella.

Se non avesse avuto quell’appuntamento, non sarebbe uscito, sarebbe rimasto in casa ad annoiarsi, sdraiato sull’ottomano a farsi invadere dal tedio dei giorni senza scuola e senza altri impegni. 

Da diverse ore, ormai, il sole riscaldava la città. Le strade che Dedalo stava percorrendo erano a lui note, ma in quel momento gli sembrò di scoprirle: le vedeva luminose come mai in precedenza. Quando raggiunse l’area dove al mattino si teneva il mercato rionale si fermò: da un lato c’era il lungomare, che gli offriva un meraviglioso squarcio di azzurro e gli faceva arrivare una leggera brezza profumata di salsedine; dal lato opposto, gli arrivò l’effluvio sgradevole dei rifiuti del mercato rimasti sull’asfalto.                                                                                                                                

Camminava a passi lenti, soprattutto per non sudare. Quel pomeriggio aveva posto cura, più del solito, nel fare il bucato del corpo. In quegli anni si stava diffondendo nelle case la presenza e l’uso della vasca da bagno. Cominciavano ad avvertirsi i primi segni del boom economico, anche a casa di Dedalo, nonostante tracce ancora presenti dei disagi e delle ristrettezze del primo dopoguerra. Si cominciava anche a mangiare meglio, di più. E anche a vestire meglio: si andavano dismettendo gli abiti dell’UNRRA. Quanto all’igiene personale, non c’era più bisogno di recarsi all’albergo diurno che, come una sorta di lussuosa catacomba, si trovava nel sottosuolo di una delle vie centrali della città. Una scalinata di marmo dalla strada menava ad ampi ambienti sotterranei, dove era possibile fare una doccia, servirsi di una vasca da bagno, farsi sbarbare, pulire le scarpe, sottoporsi a manicure e pedicure, ed era anche possibile servirsi di telefono pubblico, acquistare biglietti per il treno e rifugiarsi in una sala di scrittura.

Dedalo stava camminando con una certa disinvoltura, ma, allo stesso tempo, con tensione, come quando ci si accinge ad affrontare un esame: si ha idea degli argomenti che potranno essere trattati, ma non si sa come saranno formulate le domande, si ignorano le aspettative e i criteri di valutazione dell’esaminatore, rendendo imprevedibili gli esiti.  Gli venne in mente una frase che aveva sentito dire non ricordava da chi: «camminare altro non è che leggere uno spazio e leggere non è altro che camminare attraverso un testo».

Dedalo non era studente che dedicasse molto tempo a “camminare” nei testi; gli unici tra i quali camminava, a volte a fatica, erano quelli indispensabili per ottenere un voto di sufficienza nelle materie di studio. Tempo addietro, però, aveva trovato in casa I ragazzi della via Pal, ma non era riuscito a leggerlo tutto: lo aveva stupito, da un lato, il nome, Società dello stucco di una delle due squadre, dall’altro, che ogni membro era impegnato a portare un po’ di stucco, appunto, grattandolo dalle finestre di casa o facendosi regalare qualche rimasuglio dai vetrai; infine, cosa per lui sconvolgente, il presidente della società aveva l’obbligo di masticarlo ogni giorno per mantenerlo morbido.

In quel momento, tuttavia, gli piacque l’idea di leggere lo spazio nel quale stava camminando, che pure gli era familiare poiché lo attraversava ogni giorno per andare a scuola, per sbrigare le faccende assegnatagli dalla madre, ma anche per il puro piacere di camminare senza meta. In quel momento ebbe la sensazione di scoprire quel che tante volte aveva avuto davanti agli occhi: i palazzi imponenti di architettura articolata che caratterizzavano quella parte della città. Rivide il portone attraverso il quale era salito sulla terrazza sulla quale aveva ballato la sera precedente e si accorse che era ben intagliato e ornato di foglie; sollevando lo sguardo, notò anche che in alto vi era una maschera, un volto circolare… no, forse ovale, dai grandi occhi, bocca aperta e capelli misti a serpenti; una figura della quale non seppe spiegarsi il significato. Infine, rilevò anche che le balaustre dei primi due piani erano in cemento con colonnine, mentre quelle degli altri due erano costituite da ringhiere di ferro.                         

Ad un rado passante chiese l’ora; si rese conto che aveva ancora tempo a disposizione per raggiungere il luogo dell’appuntamento, una piazzetta non lontana. Nello svoltare l’angolo lo sguardo fu attratto di nuovo dall’azzurro del mare, che era lì a pochi passi. Difficile, impossibile resistere a quel fascino. Dirigendosi in quella direzione, fu attratto dalla costruzione in cemento armato in stile liberty nella quale aveva avuto qualche occasione di entrare. Era un edificio nato come teatro, in seguito usato come sala cinematografica. Gli si affacciò alla mente l’ampio salone d’ingresso coperto da una cupola decorata con stucchi e dipinti murali. Dall’esterno la costruzione sembrava poggiata sul mare nel quale non affondava grazie alle palafitte in cemento armato che la sorreggevano.   

Si tenne in una zona d’ombra per contemplare quello spettacolo, che per un po’ gli fece dimenticare la ragione per la quale si trovava lì.

D’improvviso la mente fu attraversata dall’immagine di Claudia: il corpo, il volto e poi anche la voce della ragazza. Con lei qualche tempo prima si era creato un rapporto affettuoso che Dedalo aveva interpretato come possibile preludio a qualcosa di più intimo. Si erano più volte parlati; lui sentiva una forte attrazione per lei. Aveva avuto spesso la certezza, quasi la certezza, che anche lei fosse attratta da lui: gradiva, anzi, accettava le attenzioni, i sorrisi che lui le rivolgeva. Quando si incontravano nel gruppo di amici, lui la cercava e lei era sempre pronta a rispondere alle sue attenzioni. Un giorno erano stati lì lì per dichiararsi: sembrava quasi non fosse necessario che alcuno dei due parlasse. Dedalo, tuttavia, aveva preso l’iniziativa: le aveva detto…

Con qualche apparente rammarico lei rispose:

– Mi dispiace, Deda, credimi, sì, mi piaci, sto bene con te, ma…

– Ma… –

– Ho fatto pace con Ivo, il mio ragazzo… ricordi? te ne ho parlato –

Come la mano scaccia la mosca che ronza fastidiosa attorno all’orecchio, così l’immagine di Claudia nella mente di Dedalo fu scacciata dal ricordo delle note delle canzoni che la sera precedente avevano creato l’atmosfera nella quale, mentre ballavano, Mirella si era stretta a lui, aveva poggiato la testa sul suo petto e, prima di staccarsi, aveva sussurrato luogo e ora dell’incontro.

Dedalo chiese l’ora a un altro passante. La risposta gli fece decidere che era ormai tempo di raggiungere il luogo dell’incontro: una piccola piazza dove le sere d’estate le famiglie si sedevano all’aperto, sui balconi o sui marciapiedi per sfuggire all’afa e rinfrancarsi con cibo e bevande.

Arrivato nella piazzetta, si fermò davanti ad un palo metallico. Vi era una piccola aiuola, al centro della quale gorgogliava una fontanella. Non vi erano panchine. Dedalo sollevò lo sguardo e si accorse che in cima al palo vi era il segnale di divieto di sosta. Non essendo un veicolo, ritenne che il divieto non valesse per lui.

L. Allora?

A. Allora, cosa?

L. L’ora dell’appuntamento?

A. Le sei.

L. A che ora Dedalo si era mosso da casa? 

A. Intorno alle cinque.

L. Abitava lontano dalla piazza?

A. No, affatto. Ci poteva arrivare in cinque, al massimo, dieci minuti, se avesse camminato molto lentamente.

L. E allora? Perché s’era mosso così presto?

A. Per essere sicuro di arrivare con la massima puntualità. Perché l’ansia dell’incontro gli aveva messo fretta. Ma, soprattutto, perché, come qualcuno ha detto, l’istante felice presuppone l’attesa.

L. Quindi Dedalo fu puntuale?

A. Fu tanto puntuale che ci arrivò con largo anticipo.

L. Perché Dedalo si fermò vicino al palo?

A. Perché da quel punto aveva possibilità di veder apparire la ragazza da qualunque parte fosse arrivata. Ma anche perché, non essendovi possibilità di sedersi, il palo fungeva da appoggio.

L. E che fece?

A. Sorrise all’idea di essersi fermato ad un divieto di sosta! Si distaccò. Poi prese a contare quanti passi ci volevano per fare un giro intero del marciapiedi.

L. Poi?

A. Venuta a noia questa operazione, si fermò.

L. E che fece?

A. Contò il numero dei portoni dei palazzi che circondavano la piazza.

L. E poi?

A. Contò il numero di piani dei palazzi che circondavano la piazza. Nel fare quei calcoli notò che uno dei palazzi aveva in cima un grande orologio.

L. Importante?

A. Utile per sapere quanto mancava alle sei.

L. E quindi?

A. Quando le lancette segnarono l’ultimo minuto mancante alle sei, sentì la tensione raggiungere il culmine, cui fece seguito una sensazione di quiete, un senso di sollievo, come di un piacere soddisfatto. Ora mancava solo che Mirella comparisse. Facendo perno su di un tallone, prese a girare su se stesso per tenere sotto controllo le altre vie di accesso alla piazza. Ad un tratto si sentì salutare da una voce che gli chiedeva se aspettava qualcuno. Senza attendere la risposta lo sconosciuto aggiunse:

– È inutile che aspetti. Non verrà –

Dedalo vide una bicicletta schizzare a una velocità che gli impedì di riconoscere il ciclista. 

L. E poi che successe?

A. Dedalo tornò a pensare a Mirella. L’immagine che ne aveva era parcellizzata, come quella di un pittore cubista: i capelli, sì, li ricordava; lunghi, bruni; la fronte, vi aveva posato per un attimo le labbra, poi aveva abbassato le palpebre; le gambe? no, non le ricordava, ricordava solo le caviglie, notate quando si era slacciata dall’abbraccio per raggiungere il gruppo con cui si era presentata sulla terrazza. Indossava una gonna a ruota che si fermava un po’ sopra le caviglie.

L. E poi?

A. E ora, come sarà vestita? si chiese Dedalo.

L. Lo vuol sapere da me?

A. Dedalo prese a riflettere sul tempo, sull’estate. A giugno, si sa, le giornate sono lunghe, più lunghe che negli altri mesi dell’anno. Sollevò lo sguardo verso l’orologio; la lancetta lunga si era mossa con lentezza, gli sembrò, ma ora era collocata sul dodici. I negozi erano tutti aperti, c’era traffico. Cercò, senza riuscirvi, una qualunque altra, per quanto banale, attività per ammazzare il tempo dell’attesa. Anche la sfera piccola si mosse; i suoi spostamenti, meno facilmente percettibili, le avevano fatto raggiungere il sei; l’altra sfera era più vicina all’uno che al dodici: l’ora era arrivata ed era stata superata.

L. Allora, che fece Dedalo?

A.  “Avrà cambiato idea” cominciò a pensare, “anche questa volta… un fiasco…” Non riusciva a decidere se a questa frase, che gli stava ballando in testa da quando era stato salutato dal ciclista anonimo, era da aggiungere un punto interrogativo. Lo scorrere del tempo, pur lento, faceva propendere per la risposta affermativa, ma in fondo, in qualche latebra, il punto interrogativo c’era.

L. E nella piazza che accadeva?

A. I raggi del sole cominciavano a perdere calore e luminosità. Tornò a cercare un luogo dove sedersi, invano. In quel mentre una bicicletta – la stessa di prima? – attraversò velocemente la piazza in senso inverso. Dedalo sentì dire:                                                         

– Ancora aspetti? Non hai capito? È inutile che aspetti, non viene. Tornatene a casa. –

L. E Dedalo?

A. Anche questa volta non riuscì a individuare il ciclista. Indugiò ancora nell’attesa…

L. Fino a quando?

A. Fino a quando la sfera lunga dell’orologio raggiunse la sfera piccola sul sei. Incomprensibilmente gli venne in mente la frase: aspettare scartavetra l’anima, fa sentire nudi, senza protezione. Ed era esattamente quel che lui stava provando in quel momento. Poi, quando la sfera lunga ebbe raggiunto il nove, stanco, sfiduciato, deluso, seguì il consiglio imperativo del ciclista. 

L- Quanto impiegò a tornare a casa?

A. Cinque o sei minuti.

L. E che fece?

A. Stava per fiondarsi sul divano quando squillò il telefono. In casa c’era solo la madre, impegnata in una delle sue molte attività, che ordinò:

– Deda, rispondi –

Irato, rattristato, snervato dalla inutile attesa, stanco per essere stato in piedi tanto a lungo, fu tentato di disobbedire.

Sollevò la cornetta.

– Pronto? – sibilò

Una voce femminile, come in un soffio, chiese:

– Deda, sei tu? –

– Sì, chi parla? –

– Ciao, sono Mirella, scusa, volevo dirti che… non son potuta uscire… c’è stato un inghippo che mi ha impedito di uscire di casa. Possiamo vederci domani? –

– Mi fai aspettare come oggi, a vuoto? –

– No, no, scusami, t’ho detto, non mi è stato possibile, giuro. Ti spiego tutto domani, alle quattro e mezza, sul lungomare, alla rotonda, va bene? –

Chiusa la telefonata, Dedalo ebbe finalmente tempo e agio per sdraiarsi sul divano, in parte sollevato dall’ira e dalla tristezza.

Dopo qualche minuto, il telefono squillò di nuovo. La madre:

– Deda, rispondi –

Irritato dal doversi rialzare e sicuro che sarebbe stata una telefonata che non lo poteva interessare, andò a rispondere. Con tono burbero chiese:

– Pronto?  –

– Pronto? Ciao Deda, sono Carla, disturbo? come stai? –

e senza attendere la risposta la voce proseguì:

– Ti volevo dire …. sai, ho ripensato a quello che mi dicesti quel giorno… sono stata una stupida…quello… Ivo… è uno stupido… se ti va… potremmo vederci, se ti va, quando vuoi… quando puoi…  –


Virgilio Marrone

Redazione

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