“Campo di Battaglia” di Carolina Capria – Ripensare e dunque riscrivere la propria storia

Carolina Capria, Campo di Battaglia
Effequ, 2021

Quando leggo e parlo di donne mi sento sempre come se stessi attraversando un campo minato. Nonostante sia io stessa donna e mi senta tale, quindi mi identifichi perfettamente col sesso che mi è stato assegnato alla nascita, avverto un senso di disagio diffuso quando devo prendere parola e dire.

Quando ho saputo di dover recensire il libro che vi presento oggi non nascondo di aver dubitato di poter raccontare al meglio ciò che l’autrice volesse comunicare.

Carolina Capria scrive “Campo di battaglia – Le lotte dei corpi femminili”, edito da Effequ per la collana Saggi Pop. Avevo già avuto modo di recensire un altro libro della stessa casa editrice (“Nati nuovi” di Domitilla Pirro) e apprezzare la linea editoriale proposta.  In questo caso il titolo lascia intuire che l’argomento chiave del saggio sia il femminismo e il modo in cui le donne vivano e considerino il proprio corpo.

Cercherò di mettere in tavola una disamina personalissima e parlerò di come il libro di Carolina mi abbia spinta a riflettere, non solo sul macro sistema che è la donna e il corpo della donna, ma soprattutto sul micro sistema rappresentato da me stessa, dal mio di corpo.

Come premesso, sono nata donna e sono sempre stata felice di questo. Nonostante a volte pensi a quanto sarebbe bello essere uomo, senza i problemi del ciclo, della depilazione, delle aspettative della società, delle aspettative della famiglia, amo senza riserve quello che sono. Carolina sostiene più o meno la stessa cosa: siamo entrambe donne privilegiate, nate bianche, senza handicap, magre, occidentali, ricche no, ma nemmeno povere, conformi insomma a ciò che la società ritiene accettabile. Siamo dotate insomma di quel ticket che ci permette di superare lo sbarramento e di salire sulla giostra. Io sono ancora più fortunata perché non sono mai stata bullizzata, anzi durante gli anni della scuola è successo che fossi una di quelle da imitare, attirando così non solo le attenzioni dei ragazzi, ma anche l’odio e l’invidia delle mie coetanee.

Non posso dire di averne sofferto: mi piaceva essere guardata, essere invidiata, come se il mio corpo, il mio aspetto, fossero una mia conquista e non un regalo della genetica. Non nego di averci marciato sopra, spinta dall’immaturità e dal compiacimento, diventando una ragazzina piuttosto presuntuosa. Per questo non posso biasimare le mie compagne perché, oggi, crescendo e imparando, avrei odiato anche io quella ragazzina.

Durante le medie, e mi domando ancora oggi se fosse un’esclusiva della mia classe, avveniva qualcosa di abbastanza terrificante, che però all’epoca nessuno ritenne grave: non appena suonava l’intervallo, i ragazzi si alzavano in blocco e accerchiavano una mia compagna di classe, quella più “formosa”, e si mettevano a palparla dappertutto. Noi ragazze stavamo a guardare, in un angolo. Io in particolare, ringraziavo di non essere il bersaglio a cui venivano dedicate quelle orribili attenzioni. La mia compagna, dopo mesi, ebbe il coraggio di sfogarsi con l’insegnante d’italiano, la quale sgridò aspramente i colpevoli, e nient’altro. Stiamo parlando degli anni ’90 e si capisce bene come una cosa simile, oggi, sarebbe stata condannata con pene molto più severe (o almeno si spera).

Per noi però, cresciute diversamente, le cose erano del tutto normali. C’era sì, un piccolo tarlo che suggeriva che quella fosse una cosa profondamente sbagliata, ma che potevamo mai fare? Era già una grazia divina che non toccasse a noialtre. Un giorno capitò invece che un mio compagno di classe allungò la mano e mi diede una violenta pacca sul culo (scusate il termine, ma è così che si deve dire). Successe un’unica volta, ma io ebbi il terrore che quello fosse il preludio di un trattamento peggiore. Andai a casa e lo raccontai a mio padre, che il giorno dopo si presentò a scuola e, senza il filtro di insegnanti o altre autorità, prese da parte il mio compagno e lo minacciò di piantarla. La cosa finì lì, nessuno mi molestò mai più. Perché, scusate, di questo stiamo parlando: di molestie.

Ancora una volta, e lo capii solo anni dopo, fui fortunata.

Perché ho raccontato questo episodio nella mia adolescenza? Perché il saggio di Carolina mi ha permesso di guardarlo con occhi diversi. Afferma infatti che, a un certo punto, “ho cominciato a sentirmi ospite all’interno del mio corpo, che non era mio davvero, altrimenti avrei potuto farne quello che volevo senza essere giudicata. Io ero semplicemente la persona che se ne doveva occupare. Come una guardiana, una custode, una governante”, per farla breve, quello che Naomi Wolf definisce “un giocattolo di obbedienza caricato a molla”.

Come ho premesso all’inizio, cercherò di concentrarmi sulle mie esperienze dirette, alle quali ho dovuto ripensare grazie a questo saggio. Proprio questa affermazione dell’autrice ha riportato alla memoria un altro episodio che conferma, ancora una volta, quanto ancora ci sia da fare in termini di empatia e accettazione. Ho sette tatuaggi sparsi in tutto il corpo e ho tutta l’intenzione di continuare su questa linea. L’ultimo destò le preoccupazioni accorate di mia madre. Si tratta di un disegno intrecciato intorno all’avambraccio sinistro. Quando tornai a casa e glielo mostrai, esclamò: “Quando indosserai l’abito da sposa non potrai coprirlo!”.

Ora, è doveroso che io faccia una piccola premessa: non incolpo mia madre per essere stata cresciuta come la società ha voluto che crescesse, sicuramente il contesto provinciale e ottuso in cui è nata non le ha permesso di espandere l’intelligenza vivida che possiede, però questa sua frase racchiude tutto ciò che c’è di sbagliato nella considerazione della donna e del proprio corpo:  in prima battuta si dà per scontato che il sogno di qualsiasi donna sia quello di sposarsi, e infine che il suo corpo non sia davvero suo. Proprio come dice Carolina, è in realtà un soprammobile da tenere intatto e pulito fino al momento x, ovvero quello del giorno tanto atteso e desiderato del matrimonio.

Quando dico a mia madre che non ho alcuna intenzione di sposarmi o di avere figli, mi guarda come se fossi il demonio. Chiaramente mi ama, come una madre dovrebbe amare un figlio o una figlia, ma questa mia supponenza, questo mio pormi sopra le righe, le scatena nel profondo un timore oscuro.

Quante volte, tutte noi, ci siamo sentite dire “Non sei ancora sposata?” e “Quando fai un figlio?”.

Io a 35 anni non le conto più, e credo sia una micro violenza anche questa: come dice Carolina, l’assunto che ci sentiamo ripetere fino alla nausea del “te ne pentirai” non è più accettabile. La gestione del proprio corpo e della sua capacità riproduttiva sembra essere affare di stato e non, come dovrebbe, prerogativa esclusiva della donna. Carolina afferma che “è interessante osservare […] la totale coincidenza tra una donna e il suo utero: malessere o benessere di una donna sono legati solo ed esclusivamente al funzionamento e all’uso che si fa della vagina.

Sono serviti anni e anni di introspezione profonda per convincermi di poter, e lo evidenzio di proposito, decidere per conto mio. Non nego di aver pensato che, se avessi accontentato mia madre (quanto è agghiacciante questa parola?) forse lei mi avrebbe accettata con più affetto, mi avrebbe guardata con meno timore. Tutt’ora il mio rapporto con lei è complicato e so per certo che la mia decisione di non piegarmi alle consuetudini sia la matrice dei problemi tra di noi.

Mi permetto di fare un grande salto e raccontare solo un ultimo episodio, che fa comunque capo ai confini entro i quali una donna possa o non possa muoversi: qualche anno fa mi trasferii a Rimini per lavoro. I primi tempi furono difficili, non conoscevo nessuno, non avevo contatti o amici, quindi mi capitava spesso di uscire da sola. Una cosa che ho sempre amato fare, una conquista della quale sono fiera (perché nel mio paesino di nascita era una cosa più che proibita) è andare al ristorante senza altre persone. Io sola, seduta al tavolo per conto mio.

Suona strano? Per qualcuno forse sì, vedere una donna seduta da sola mentre mangia tranquillamente potrebbe sembrare addirittura disturbante. Perché? Per quale motivo? Perché “i corpi che non occupano spazio sono corpi obbedienti che dimostrano di saper stare al proprio posto, corpi che non danno fastidio”.

Non succede forse questo ai corpi non conformi agli standard di bellezza della società? Vengono demonizzati proprio perché danno fastidio.

Allora successe questo: una sera andai in un locale di cui ero cliente, andai da sola, con l’intenzione di mangiare una pizza, distrarmi dal lavoro e semplicemente uscire per fatti miei. Mi sedetti, ordinai, e cominciai a mangiare. Ogni tanto qualcuno mi lanciava un’occhiata. D’improvviso di fronte a me, proprio al mio tavolo, si sedette un ragazzo giovane. Con una banalissima scusa per giustificare il proprio gesto, mi chiese come mai mangiassi da sola, come mai “una ragazza bella come te non ha compagnia”, insomma che diavolo stessi facendo lì. La faccio breve: rimase tutto il tempo che io impiegai per finire la mia pizza, quindi una bella mezz’ora. 

Io non mi scomposi e probabilmente avrei dovuto: avrei dovuto dirgli di andarsene, di lasciarmi in pace, ma non lo feci. Lo ascoltai parlare perché curiosa di capire perché avesse fatto quello che aveva fatto. Si sarebbe comportato alla stessa maniera se io fossi stata un uomo? Probabilmente no. Dalle sue parole capii che si era sentito in dovere di “salvare la principessa in difficoltà” offrendo compagnia e protezione. Tuttavia non mi sentii minacciata: era il classico facilone che non aveva contezza della stupidità che stava facendo, un bambinone conosciuto dai proprietari del locale che spesso faceva il cascamorto con le clienti.

Suona come una giustificazione per il suo comportamento? Sì, lo è. Me ne sono resa conto leggendo questo saggio. Avrei dovuto protestare, cacciarlo dal mio tavolo, rivendicare quello spazio come mio, dire al mondo “in questo momento non sono una donna, non ho un corpo, sono semplicemente un essere vivente e basta, rispettatemi”.

Qualche giorno fa ho avuto modo di parlare con quello che io ritengo un amico, un uomo intelligente che condivide i miei stessi dubbi, perché c’è da dire anche questo: l’uomo non è il male assoluto. Come ogni argomento degno di nota, esiste la parte marcia ma anche quella buona. Gli dissi esattamente così: “Non capisco come mai io mi senta più discriminata oggi che nel passato. Proprio ora che la battaglia e il dialogo si sono fatti più insistenti, proprio ora che tutti ne parlano, sento che le cose non stanno andando affatto avanti, ma indietro”.

Devo dire che, nel mio caso, ho l’impressione che più se ne parli, più la gente si rifiuti di ascoltare.

Perché? Perché l’argomento è diventato mainstream? Perché è stato detto tutto, troppo? Non credo sia questa la risposta, il dialogo è assolutamente necessario, ma questo dialogo non può fermarsi a un approccio estremizzante che, come mi rispose il mio amico, “porta solo verso il torto tutte le argomentazioni”. Il cambiamento non può essere solo culturale, ma anche e soprattutto sociale, altrimenti “questi bei discorsi restano elitari e appannaggio solo degli intellettuali”.

Educazione, politica, dibattito. Questo è ciò che serve. Relegare la battaglia, la battaglia sui corpi delle donne, solo tra le pagine di un libro non serve a molto, tutto ciò deve essere accompagnato da un vero interesse sociologico diffuso. Il testo è solo un punto di partenza, ma senza educazione, senza vere politiche d’integrazione, le parole restano parole.

Possiamo indignarci perché un compagno di classe ci palpa, possiamo litigare con nostra madre perché ci impone di aderire ai diktat della società, possiamo litigare con qualcuno che non rispetta i nostri spazi, ma la società chi è? Non è un’entità superiore lontana, un deus super partes, un deus ex machina. La società è nostra madre, nostro fratello, nostro padre, il nostro compagno, la nostra compagna. È il nostro superiore, la nonna, le amiche, lo sconosciuto che ti segue a tarda notte o che ti lancia un fischio per strada. Se noi siamo i primi o le prime a non capirlo, a guardare alla battaglia dall’alto, come falchi, non potremo mai cambiare un bel niente. La letteratura dunque, e i testi come questo di Carolina Capria, sono importantissimi come punto di partenza per farsi le giuste domande, per interpretare ciò che succede e ci succede come persone operanti nel mondo e nella società. Ben vengano dunque, purché accompagnate da un serio attivismo, un serio impegno per aiutare noi stesse e tutte le altre, le donne presenti e quelle che verranno.

In un mondo che tutto sommato mi detesta […]

vorrei che avessimo la possibilità di non avere un corpo,

se lo desideriamo, e di essere, e basta” -Carolina Capria

Deborah D'Addetta

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