Eutanasia – Le Ragioni della Filosofia – Parte II

Questo pezzo è la seconda parte di due articoli correlati. Puoi leggere la prima parte qui.

Il piano giustificazionale: pro o contro l’eutanasia?

In genere, coloro che sostengono la liceità dell’eutanasia sottoscrivono la tesi secondo cui se una persona (a) soffre di una malattia terminale; (b) la sua aspettativa di vita non può verosimilmente beneficiare di una cura efficace; (c) a causa della malattia soffre o soffrirà un dolore insopportabile; (d) ha una persistente e razionale volontà di morire, o ha espresso tale volontà prima di perdere coscienza; (e) non è capace di porre fine alla sua vita se non tramite assistenza medica, allora per suddetta persona dovrebbe essere moralmente accettabile e legalmente permesso che venga assistita con l’impiego dell’eutanasia.[1] Chiaramente, non tutti, nonostante le condizioni (a)-(e), sono favorevoli a praticare l’eutanasia per una persona siffatta. Per cui, ciò che occuperà la nostra attenzione d’ora in avanti è fornire degli argomenti che giustifichino la tesi secondo la quale l’eutanasia è moralmente accettabile, quindi praticabile; dopo di ciò ci occuperemo dei contro-argomenti che, invece, vogliono supportare la tesi per cui l’eutanasia non è praticabile, perché moralmente inaccettabile.

Per giustificare l’eutanasia è richiesto che si dimostri che l’uccisione di qualcuno non arrechi alcun danno a costui, e che, anzi, sia un beneficio. Ma dimostrare ciò significa, soprattutto, fare appello a una scala assiologica di concetti e idee pre-teoretici che in quanto umani – non in quanto filosofi – adottiamo nel reciproco rapportarsi gli uni con gli altri.[2]

Argomenti a favore dell’eutanasia.

Sono molti gli argomenti a favore dell’eutanasia, in questa sede ci occuperemo di tre tipi di argomento. Il primo è, forse, il più celebre e prende le mosse dall’assunzione della qualità non intrinseca della vita. Perciò, è anche detto argomento che muove dalla qualità.[3] La sua formulazione è la seguente:

  • Se vale la pena vivere, allora la qualità della vita deve essere dignitosa.
  • Se la qualità della vita non è dignitosa, allora non vale la pena vivere.
  • Se non vale la pena vivere, allora l’eutanasia è moralmente ammissibile.

Innanzitutto, è d’uopo una precisazione: la premessa (2), per funzionare, richiede l’assunzione – tacita in questo argomento – dell’irreversibilità della condizione di vita non dignitosa. Secondariamente, bisogna anche chiedersi: in che cosa consiste la qualità della vita di una persona? Le risposte, oltre a quella già esaminata di Foot, sono molteplici. Non è chiaro quale sia quella corretta: un edonista direbbe che la qualità della vita dipende dal piacere o dalla felicità che si esperisce, mentre un utilitarista potrebbe sostenere che essa dipende da quanto si è utili agli altri o quanto altri fattori sono d’utilità alla nostra vita e così via. Infine, bisognerebbe anche chiedersi in cosa consista la dignità dell’essere umano, per non aprire il fianco a possibili critiche che tentino di refutare la premessa (1). In ogni caso, se si fosse privati di felicità e di certe capacità, come accade per i pazienti che soffrono di stato vegetativo persistente, molti di noi non converrebbero con la tesi secondo cui sarebbe comunque preferibile vivere piuttosto che morire.

Il caso della cittadina britannica Diane Pretty è paradigmatico rispetto a questo argomento. Diane soffriva della sindrome del motoneurone, una malattia, o meglio, un gruppo di patologie neurologiche in cui i motoneuroni, ossia i neuroni che controllano il movimento muscolare volontario, a poco a poco si atrofizzano. L’abilità di parlare, di deglutire, di camminare, di respirare e tutti i movimenti attivi del corpo risultano per il paziente impossibili da eseguire. La morte, generalmente, giunge per complicazioni respiratorie o per denutrizione o per infezioni opportunistiche. Nonostante Diane fosse cognitivamente cosciente e la sua attività psichica intatta, il peggiorare delle sue condizioni muscolari la indusse a stimare che la qualità della sua vita sarebbe, di lì a breve, risultata insufficiente, dato che non avrebbe potuto più divertirsi come usualmente faceva, non avrebbe più potuto soddisfare i suoi desideri, non avrebbe potuto acquisire beni di valore oggettivo ecc. Decise, quindi, di optare per l’eutanasia passiva, lasciandosi morire con l’assistenza del marito Brian. Tuttavia, la Corte Europea dei Diritti Umani non avallò la sua richiesta di suicidio assistito e, poi, la Camera dei Lord rigettò nuovamente la sua richiesta. Diane morì nel 2002 a 43 anni, a causa di problemi toracico-polmonari che le causarono dolore e sofferenza.

Un altro argomento a favore dell’eutanasia è quello dell’uso razionato di risorse:[4]

  • Le risorse mediche sono limitate.
  • Se si mantengono in vita pazienti terminali, allora si fa uso intensivo di risorse mediche per pazienti che comunque moriranno.
  • Se l’eutanasia è moralmente ammissibile, allora si possono reimpiegare le risorse mediche per scopi più utili.[5]

Questo argomento è diverso rispetto al precedente per almeno due serie di motivi: principalmente perché non vuole dimostrare che l’eutanasia è moralmente ammissibile, ma vuole dimostrare che se lo fosse allora essa sarebbe un mezzo di chiara utilità pratica alla comunità; secondariamente, per funzionare è richiesta l’assunzione di un principio utilitarista, secondo cui l’utile è causa finale delle azioni etiche. Coloro che sono contrari a tale argomento, dovrebbero ricordare che nelle decisioni in merito alle questioni come il trapianto di organi, se ci sono due contendenti, A e B, per un unico e medesimo organo, si decide di dare tale organo ad A o a B sulla base di considerazioni utilitaristiche: sarebbe più proficuo darlo a un giovane, A, oppure a un anziano, B, la cui vita residua è stimata intorno ai dieci anni dal trapianto? Ceteris paribus, si deciderà di effettuare il trapianto per A.

Un terzo, e ultimo, argomento a favore dell’eutanasia è quello che procede dall’autonomia personale.[6] Possiamo schematizzarlo così:

  • Le persone razionali hanno il diritto di prendere decisioni liberamente.
  • La libertà decisionale è un diritto finché non causa danni fisici agli altri.
  • La decisione sul come morire è una libertà decisionale, quindi l’eutanasia è moralmente ammissibile.

Se il diritto di decidere, ossia la libertà decisionale, si esercita e si applica durante tutta la vita, finché si è in facoltà di farlo, allora perché dovremmo privare di un diritto del genere una persona razionale solo perché tale scelta contempla la morte? D’altronde, il come morire fa parte della vita e, quindi, non si tratta di scegliere qualcosa che esula dal diritto di decidere. Si tratta solo di scegliere un’opzione che concerne il modo di vivere gli ultimi istanti.

Argomenti contro l’eutanasia.

La prima obiezione contro l’ammissibilità dell’eutanasia è quella che fa appello all’assunzione della santità della vita.[7] Questo argomento ha radici nella morale cristiana. In Lettere ai corinzi, 3:16-18, Paolo dice che il corpo è il tempio di Dio e lo spirito santo dimora in esso. Se qualcuno dovesse distruggere il corpo, perciò, compirebbe peccato contro Dio. Il santo, in tale prospettiva, è ciò che è depositario del massimo e irrevocabile rispetto. Per cui, possiamo schematizzare l’argomento come segue:

  • La vita è sacra, perché ha un valore intrinseco.
  • L’eutanasia è la negazione della vita, quindi è la negazione di ciò che è sacro.
  • L’eutanasia non è moralmente ammissibile.

Si noti che per concordare con questo argomento non è necessario essere cristiani né religiosi: si può avallare la tesi secondo cui la vita è sacra pur non facendo alcun riferimento alla divinità. Infatti, si può fare appello al diritto inviolabile alla vita.[8] Questo, tuttavia, sposterebbe la questione sull’inviolabilità e la consistenza di tale diritto, il cui onere dimostrativo spetta in chi sostiene tale obiezione. In genere, l’argomento (a)-(c) funge da principale deterrente anche contro ogni forma di aborto.[9]

Il secondo argomento, anch’esso fondato sull’etica cristiana, è quello che ritiene l’aspetto valoriale del dolore un principio regolativo della vita etica, basato sull’esempio biografico di Cristo.[10] Non tutti i cristiani, tuttavia, sostengono tale obiezione.[11] Esaminiamola nel dettaglio:

  • Il dolore ha un ruolo speciale nei piani escatologici di Dio.
  • Il dolore umano è condivisione del dolore di Cristo durante la passione.
  • Il dolore ha, perciò, un ruolo redentivo-espiativo per l’uomo.

È difficile esimere quest’argomento dalla sua carica teologica. Si potrebbe, forse, ritenere il dolore come un male necessario, in quanto espiatorio, anche se non si facesse appello all’escatologia cristiana?

Il terzo argomento contro l’eutanasia è quello della brutta china (slippery slope argument). I sostenitori di questo argomento non sono costretti a far riferimento all’etica religiosa e, infatti, questo sembra essere l’argomento maggiormente dibattuto tra gli specialisti obiettori dell’atto eutanasico. L’idea di fondo è che se si permettesse di praticare l’eutanasia volontaria, si finirebbe per rendere ammissibile anche l’eutanasia involontaria o quella non-volontaria, rendendo moralmente corretti anche quei casi in cui l’atto eutanasico è percepito come immorale.[12] L’argomento più rigoroso, che prende la forma di un dilemma, sembra essere quello di Keown:

  • L’eutanasia volontaria è ammissibile solo se anche quella non volontaria è ammissibile.
  • L’eutanasia volontaria per i pazienti che soffrono a causa di malattie terminali è ammissibile solo se l’eutanasia volontaria è ammissibile per qualunque paziente.[13]

Come si diceva, se si permette l’eutanasia volontaria allora si permetterà l’eutanasia per tutti i pazienti in qualunque condizione patologica. Secondo Lillehammer, però, tale argomento è fallace perché le premesse implicano delle tacite assunzioni che implicano, quantomeno, una confusione logica, oppure un’incomprensione valoriale dell’autonomia decisionale.[14]

Il primo corno del dilemma è ritenuto vero da Keown sulla base dell’inutilità dell’autonomia. Quando, infatti, un paziente che voglia sottoporsi a eutanasia volontariamente viene esaminato da un medico, quest’ultimo giudica se la morte possa essere di beneficio per il paziente. Detto altrimenti, sia che il paziente abbia scelto autonomamente sia che non lo abbia fatto, resta, comunque, solo il parere medico a fungere da condizione sufficiente per la prassi eutanasica. Keown, dunque, ritiene che l’autonomia decisionale del paziente sia ininfluente. Se l’unico fattore rilevante è quello del beneficio arrecato dalla morte – beneficio stabilito dalla consulenza medica – allora si potrà applicare lo stesso principio per determinare la morte tanto rispetto ai casi di eutanasia volontaria quanto a quelli di eutanasia non volontaria: in questi ultimi casi, infatti, sarà ancora e solo il parere medico a individuare le condizioni affinché si proceda all’eutanasia.[15] Ma l’analogia così paventata tra eutanasia volontaria e non volontaria è, in realtà, spuria. Ciò che il medico deve valutare non è il beneficio che la morte arrecherebbe al paziente, bensì deve accertarsi che il paziente sia nel pieno delle sue facoltà mentali, che abbia preso la decisione in autonomia e che tale scelta sia razionale e non motivata da altri fattori. La valutazione etica del beneficio della morte, in quanto tale, non pertiene al medico professionista ma al soggetto che si appresta a morire e ha calcolato deliberatamente in merito a tale eventualità. Keown ha, nel suo dilemma, costruito ad hoc la prima premessa.[16] Tale premessa, quindi, è un’assunzione falsa, poiché se l’eutanasia sia di beneficio o meno è una decisione che spetta al paziente e solo a lui, in quanto egli è il solo in grado di stimare (s’intende, razionalmente) se la qualità della sua vita non sia corrotta da una sproporzionata assenza di beni minimi.

Il secondo corno del dilemma gioca sulla sostituzione delle condizioni sufficienti. Keown sostiene che se compito del medico è solo quello di accertare l’autonomia deliberativa del paziente, allora i medici dovrebbero accondiscendere a ogni richiesta di pratica eutanasica a prescindere dal fatto che questa possa beneficiare o meno al paziente, purché la volontà di quest’ultimo sia autonoma e razionale. Ma questo significa che se l’eutanasia volontaria è ammessa per i pazienti terminali, dovrà essere ammessa anche per i pazienti non terminali, infatti, ciò che caratterizza l’ammissibilità dell’eutanasia sarà soltanto la loro capacità decisionale e non il beneficio che la morte potrà loro apportare.[17] Anche in questo caso, però, l’argomento della brutta china si rivela per quello che è: una fallacia. Ciò che Keown sembra sostenere è che sia l’autonomia di giudizio stabilita del medico sia il calcolo dei benefici condotto dal paziente sono individualmente sufficienti per rendere l’eutanasia ammissibile. Tali condizioni considerate disgiuntamente l’una dall’altra sono, però, soltanto condizioni necessarie e non sufficienti per l’eutanasia. È solo congiuntamente, invece, che esse rendono ammissibile l’eutanasia: nessuna delle due condizioni rende ridondante l’altra. Non per tutti i pazienti, dunque, si può praticare l’eutanasia, perché non è soltanto il loro calcolo costi/benefici a determinare l’esito della richiesta eutanasica.[18]

Infine, vi è un quarto argomento contro l’eutanasia. Esso prende il nome di argomento del trattamento moderno[19] ed è così articolato:

  • Praticare l’eutanasia per un paziente, significa azzerare le probabilità che costui usufruisca di trattamenti moderni curativi nuovi che potrebbero migliorarne la condizione.
  • Le cure palliative moderne sono così sviluppate da non rendere necessaria l’eutanasia per evitare che il paziente terminale soffra più del dovuto.
  • Quindi, l’eutanasia non è necessaria nell’ultimo caso ed è inammissibile nel primo.

Anche la forza di questo argomento sembra dubbia. Intanto, la prima premessa si fonda su uno scenario del tutto ipotetico che non tiene conto delle esigenze attuali dei pazienti terminali: si dovrebbe soffrire perché c’è una vaga speranza di essere soggetti a un trattamento antidolorifico soltanto possibile? Poi, la seconda premessa è falsa: l’uso della morfina, per esempio, è regolato e regolamentato da un certo grado limite di dosaggi, altrimenti condurrebbe il paziente alla morte, per depressioni respiratorie o circolatorie; un atto siffatto sarebbe considerato omicidio, perché il dosaggio sarebbe stato predisposto attivamente da un infermiere o da un medico. Come Peter Singer ha fatto notare, inoltre, quest’argomento non prova che l’eutanasia tout court e il mantenimento in vita di alcuni pazienti terminali siano in contraddizione tra loro. Sarebbe possibile, infatti, praticare l’eutanasia per coloro che la richiedessero, così come, al contempo, sarebbe possibile lasciar vivere coloro che non richiedessero o richiedessero esplicitamente di non subire l’eutanasia. La morte gentilmente indotta, comunque, produrrebbe più benefici per i pazienti terminali che volessero usufruirne, piuttosto che dolore in coloro i quali non usufruiranno delle cure d’avanguardia.[20]

Conclusioni.

Sembra che il dibattito filosofico sia orientato verso una giustificazione a favore piuttosto che contraria all’eutanasia. Bisognerebbe chiedersi: non è la vita un bene strumentale dato che è solo vivendo che si dispone della possibilità di gioire di altri beni? E tra questi altri beni, non vi è anche quello fine a sé stesso, che molti autori, da Aristotele agli utilitaristi, dagli utilitaristi agli edonisti e così via, hanno identificato con la felicità? Se è così, bisogna sicuramente ripensare anche alla reciproca e indiretta relazione che congiunge la vita in quanto bene strumentale con quello della felicità in quanto bene finale. Che cos’è più importante? Vivere o vivere felicemente?


Opere citate

Borry, P., Schotsmans, P., Dierickx, K., 2006, “Empirical research in bioethics journals. A quantitative analysis”, The Journal of Medical Ethics, 32 (4), pp. 240-245.

Dimmock, M., e Fisher, A., 2017, Ethics for A-level, Cambridge: Open Book Publishers.

Foot, P., 1977, “Euthanasia”, Philosophy & Public Affairs, 6 (2), pp. 85-112.

Hacker-Wright, J., 2021, “Philippa Foot”, in E. N. Zalta (ed.), Stanford Encyclopedia of Philosophy, edizione invernale.

Jackson, J., 2006, Ethics in medicine, Cambridge: Polity.

Keown, J., 2002, Euthanasia, Ethics and Public Policy, Cambridge: CUP.

LaFollette, H., 2002, Ethics in practice: an anthology, Oxford: Blackwell.

Lillehammer, H., 2002, “Voluntary Euthanasia and the Slippery Slope Argument”, The Cambridge Law Journal, 61 (3), pp. 545-550.

Nietzsche, F., 1878, Umano, troppo umano. Vol. II, a cura di Sossio Giametta, 201311a, Milano: Adelphi.

Platone, Apologia di Socrate, a cura di Giovanni Reale, 2000, Milano: Bompiani.

Rachels, J., 1975, “Active and Passive Euthanasia”, The New England Journal of Medicine, 292 (2), pp. 78-80.

Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, 1980, Dichiarazione sull’eutanasia, Roma.

Singer, P., 2011, Practical Ethics, Cambridge: CUP.

Michael Wreen (1988, “The Definition of Euthanasia”, Philosophy and Phenomenological Research, 48 (4), pp. 637-653.

Young, R., 2021, “Voluntary Euthanasia”, in E. N. Zalta (ed.), Stanford Encyclopedia of Philosophy, (edizione invernale).


[1] Young, R., 2021, “Voluntary Euthanasia”, in E. N. Zalta (ed.), Stanford Encyclopedia of Philosophy, (edizione invernale), cap. 2. Si noti che il condizionale “se… allora…” non dovrebbe essere materiale in questo contesto, ma semantico. Cioè, l’antecedente dovrebbe essere sempre soddisfatto – sempre vero – affinché sia possibile derivare il conseguente. Non è possibile, per ovvi motivi, occuparsi dell’analisi di questo requisito in tale contesto.

[2] Wreen 1988, p. 652.

[3] Dimmock & Fisher 2017, p. 126.

[4] Singer, P., 2011, Practical Ethics, Cambridge: CUP, p. 183: “Quando la morte di un bambino disabile può portare alla nascita di un altro bambino con una miglior prospettiva di una vita felice, l’ammontare totale della felicità sarebbe maggiore se il bambino disabile venisse ucciso” (traduzione mia).

[5] Si è scelta la formulazione che fa riferimento ai pazienti terminali, ma l’estensione dell’argomento può essere allargata anche a casi più generali, fermo restando il presupposto dell’irreversibilità e della precarietà della patologia. Si veda anche Dimmock & Fisher 2017, pp. 128-129.

[6] Singer 2011, p. 195: “…il principio di rispetto per l’autonomia ci dice di permettere ad agenti razionali di vivere la loro vita, coerentemente con le loro decisioni autonome, libere da coercizione o interferenza; ma se agenti razionali dovessero autonomamente scegliere di morire, allora il rispetto per l’autonomia ci obbligherebbe ad assisterli nel fare ciò che hanno scelto” (traduzione mia).

[7] Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, cap. II.

[8] Dimmock & Fisher 2017, p. 131.

[9] Dimmock & Fisher 2017, p. 132.

[10] Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, cap. III.

[11] Dimmock & Fisher 2017, pp. 132-133.

[12] Lillehammer 2002, p. 545.

[13] Keown, J., 2002, Euthanasia, Ethics and Public Policy, Cambridge: CUP: p. 77.

[14] Lillehammer 2002, p. 546.

[15] Keown 2002, pp. 77-78.

[16] Lillehammer 2002, p. 547.

[17] Keown 2002, p. 79.

[18] Lillehammer 2002, pp. 547-548.

[19] Dimmock & Fisher 2017, p. 135.

[20] Singer 2011, p. 197.

Matteo Orilia

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