Aurora

Espansa muffa policefala fa rete di noi fra le mura del mondo. Chiamata, chiamare a raccolta, al risuonare del flauto seguiamo vie di funghi e licheni e al crepuscolo giungiamo all’etereo tempio Aurora. Compariamo, sparsi e dispersi, secondo silenti simmetrie di radici, evocanti immagini della comunità che siamo. Il suono lontano e presente del tlapitzalli attraversa le strade: Tenochtitlàn Nueva si desta. L’artefatto ci unisce, rispondiamo all’appello, sentiamo il racconto dell’oggi:

Un fiume di fuoco righerà il cielo
la cicatrice fulminea dei tempi
il circuito dei nostri canti
rintocca, risuona
dove siete?
Vitaliano risuona ancora la storia
e allora recitiamo
Solleva e ripudia, ripudia e solleva il tuo popolo
che s’estingua ed estinguendo rinasca.

Giungiamo ormai al tempio florido di vita, di noi, in attesa, ora seduti a sentire il racconto, ad aspettare che il Circuito risponda. Eravamo nel tempo dei nomadi, dei rivoluzionari, delle fiamme ardenti nel petto del sacerdote. Creature boschive, dove siete?, qui giunsero, quest’oggi di secoli fa, erano le stesse, per rendere lotta agli invasori, a chi col sopruso e l’inganno e il metallo volle strapparci al giorno. Notte gli fu data, alle loro avide membra equine.Oggi il metallo è nostro, sradicato l’abbiamo dalle loro mani, per piantarlo di nuovo nella terra, reso mobile pianta cibernetica.

Metallo parte del tempio
metallo parte della dimora
metallo parte della carne:
forgiamo nuove armature
nostri alvei nell’inondazione
Solleva e ripudia, ripudia e solleva il tuo popolo
che s’ibridi e forgiando rinasca.

«Ma Montezuma quel metallo lo patì nelle carni!» «E Vitaliano come lui!» Vitaliano strappò il metallo dal corpo di Montezuma, da secoli ancora caldo, e rovente fiammante ad esso confluì per liberarci, per restituire la battaglia. «Ma di nuovo lo subì!» «Anche lui come Montezuma.» E così deve essere, così per sempre, oggi ancora, oggi nel mio corpo. «Il tuo, il nostro!» Ma, ricordiamo, il metallo, dacché ci penetrò, ora ci pervade; e il metallo che abbiamo sottratto ai nemici dovremo restituirlo, così da riaverlo ancora, ancora e per sempre: non posseduto, né brandito, ma convissuto, uno strato di pelle lucente, dura e flessuosa, una corteccia inossidabile, le nostre carni rimosse dal tempo e nel tempo riandanti.

Un Rio d’oro innerverà la foresta,
dorato sogno delle piogge
fuso ricoprirà i nostri corpi
accoglietelo
placcato smalto
rinata pelle
Solleva e ripudia, ripudia e solleva il tuo popolo
che esondi e inondando rinasca.

Montezuma possedeva tesori e gioielli, magie e misteri, ricchezze di questa e d’altre terre a loro ignote, e ne fece dono a quel primo Cortés, dono sconsiderato!, mai bastevole all’avidità dell’invasore e delle sue armate. Vitaliano aveva dalla sua tecnologie, saperi esoterici e antiche conoscenze ritrovate, condivise per tutti, e Cortés accolse il dono e gli fece un regalo a sua volta: la dorata chiave del suo palazzo, dove nella notte trepidante lo attese. «Una lama avvelenata ben infissa nel petto!» «Una pallottola in testa, diciamo noi, sparata a tradimento da neppure mezzo metro.» «No, gli fece fare un volo dalla scogliera più alta, dopo avergli fatto mozzare gli arti e prim’ancora rimuovere le unghie una ad una.» «Liquefatto nel suo stesso oro, usavano raccontare i miei» «Al nostro villaggio si narrava di un banchetto, durato tre giorni e tre notti, di cui fu prima ospite e poi pietanza.» «Bei regali, dico io. Perché perpetuare il cerchio di sangue?» «Miscredente! Sfiduciato! Materialista!» Calma, calma, sediamo, ascoltiamo:

Di unghie, di nocche, di crani incrinati,
di corpi gettati e di pelli slabbrate
il sangue colante una tonda palude
dove sprofondano i riti,
si compie la vita
giù nel profondo
ammasso di morte
e volontà cosmica
Solleva e ripudia, ripudia e solleva il tuo popolo
che s’uccida e morendo rinasca.

Ripete, si ripete, ripetiamo, Vitaliano nostro vascello, le volontà che attraverso noi a te ritornano e tutti i tempi raccontano. I segni li abbiamo visti, li sappiamo, li scandiamo nei giorni di festa, li accogliamo nei calici: siccità di foreste, frane di monti, piogge nei deserti. Segni della Rivelazione. Ogni ciclo è uguale, ogni ciclo è diverso, sarà fine o inedito inizio? Ogni volta la scelta cadrà su una testa fra noi del Circuito, noi che insceniamo ancora la pièce nella notte perfetta di tenebre e canti, al calore dei neon infuocati, riuniti in cerchio nella recita. Eccoci, noi, popolo del sesto ciclo, noi popolo mortuario, monca palingenesi ripetente il suo destino sfregiato, da quando due individui, secoli or sono, si trovarono infissi in una catena biforme di astio e di morte. Sì, giungeva il momento, sopraggiungeva come fatata la notte, le stelle diradate alfine da ogni dubbio si arroccarono a diadema per vestire il cranio dei sacrificanti, minimi dèi. Ascoltate, ora, e se vorrete danzate, mano nella mano cadete, mimate le stelle e con esse le anime che in noi sono relegate. «Aspetta, respingi la notte!» «Resta con noi un’alba ancora.» «No, dev’essere compiuto, sia fatto!» «E chi, chi lo farà? Sarai tu, che parli e lì siedi?» «No, le gambe non mi sostengono, le braccia mi tremano.» «Fuggi, mettiti in salvo! Nessuno farà la spia.» «Al tuo posto, un altro Vitaliano!» «Sono io Vitaliano!» «Siamo noi Vitaliano.» «Siamo qui, Montezuma, padre della rivolta e del savio reame tradito.» Siamo tutti, qui noi, ritornanti. Ecco, cala sudario la notte, mi preparo al trapasso: chi mi offrirà un viatico? Chi farà portale di me?

Il nodo è sciolto, si sfila la tenda,
il sipario si straccia assordante,
ridondanti maschere circondano
i nostri corpi ibridati
i nostri corpi
d’oro e acciaio
di sangue sonoro
rimediano la morte di colui
che in sé conchiuse la stirpe
Solleva e ripudia, ripudia e solleva il tuo popolo
che muti e degenerando rinasca.

Le porte dorate s’aprivano mute, sola vibrava l’aria attorno, creando un moto di specchi e riverberi tra le stanze ricolme di regalìe, le pareti cornucopie di spade e armi indicibili, copricapi lucenti, vesti profumate preziose, tramandate dagli avi o cucite dalle gilde dei sarti, e un’incisione nella sala di rappresentanza: il pugnale screziato di luce, pendente sul sacerdote in ginocchio, alle cui spalle una sanguinante coda di pavone faceva da trono, ma sul cui scranno sedeva un corpo senza volto. Tlapitzalli risuonano nelle stanze urlanti: nextlahualli, è l’effigie dell’icona. Conduciamo Vitaliano incontro al suo Cortés, anticipandolo, intuendone il desiderio ancora ignoto, che lui stesso si celava, seppellendo l’arma nel cassetto. Il sacerdote e l’assassino, la vittima e il carnefice, l’officiante deve morire, lo sa, essi sono testa e coda, coda e testa del serpente che tutto divora e rivomita. L’uovo e la bestia, sola creatura che partorendo il mondo già ne digerisce le membra. Cortés sa che il destino giunge sotto il suo tetto, rivelazione in guisa di Vitaliano, e le sue azioni non gli appartengono più, è il secondo ciclo che si compie. Le mani di Cortés lasciarono la stanza, grondanti di sangue innervavano il marmo, recando l’annuncio del nuovo corso.

Stalattiti pugnali
sanguinano il tempo
distillando le ore
gocce purpuree
ormai perdute
risalga
ritorni
ruoti
Solleva e ripudia, ripudia e solleva il tuo popolo
che divori e vomitando rinasca.

Restiamo in silenzio, le labbra cucite e ieratiche, non osiamo muoverci, stretti attorno a Vitaliano attendiamo, attendiamo che penetri il sole, sbiadito in quest’alba morente. Sempre più stretti, forza, è giunto il momento, alzatevi e prendete coraggio, prendete il pugnale, siamo mani al volere del Circuito. Ci alziamo, senza neppure volerlo, senza neppure capirlo, facciamo caldo cerchio attorno a lui, che intanto sgrana gli occhi e invoca solenne e silente l’avvento, la morte, ed ebbri ruotiamo, al ritmo languido dei nostri passi. Si ricompie, inesorabile, la radiosa congiura dei tempi. «Io! Io! Lo farò io!» «Sei sicuro? Hai ciò che serve? Quel che ci vuole?» «Non possiamo sbagliare, occorre scegliere con attenzione.» «Tu tradisti i tuoi doveri più di una volta!» «Lasciasti il raccolto marcire.» Le colpe, i rancori. Non combattetevi, nel mio petto c’è posto per tutti. «Non attendesti ai generatori solari, li lasciasti spenti per ore.» Sciupata collettività ho lasciato in dono ai posteri, che ne sarà di noi? Stringendosi, mentre ancora dibattiamo sul prescelto, il cerchio spinge il morituro verso la parete di fondo, ventaglio attorno al suo corpo tremante, che palesa una leggera incertezza, teme che nessuno stavolta si decida, che il rituale si interrompa, come successe una volta, generazioni addietro, e quanto dovemmo penare, gli era stato raccontato, per rimediare al fallimento di allora. Non stavolta, Vitaliano doveva morire, dovevamo tutti partecipare al massacro. Fatevi avanti. «Fallo tu, sì!» «Riscattati! Dimostra che il tutto e l’uno sono un solo cerchio anche nell’errore.» E Cortés impugnò la lama screziata di selce, cerimonioso, scandendo le costole del sacro petto che avrebbe presto squarciato, dove solo un sommesso sospiro tradiva la vita. Un istante fu e si voltò. E guardò il sole, e i suoi occhi bruciarono nell’ardore dei tempi, ma la sua mano sapeva, sapeva dove disegnare una nuova via. «Tieni, afferra il coltello.» «Affondalo intero.» «Salvaci tutti.» La ridda ormai lo divora. Uno di noi muove il colpo, tutti lo accompagniamo, tutti siamo lame solari, mentre la notte gli crolla sul capo, si accascia, lo sosteniamo, lo issiamo sulle spalle mentre ancora strabuzza uno sguardo incerto sul destino rivelato. Lo offriamo alle prime luci: trofeo muto questuante. Ecco, compiuti usciamo con lui e lo lasciamo cadere, rotolare, tornare. La ferita divampa e una fiamma bianca lucente folgorante lo consuma, non lasciando altro che cenere feconda, che danzante si sparge sulla terra, oscura neve fervente.

A presto, Aurora, al ciclo seguente e al prossimo ancora. Seguiamo a ritroso il corso delle micorrize, ci riporta nelle case. I flauti morenti sfumano in lontananza, intonano ancora lievi suoni nelle notti silenti, e facendosi lievi approssimeranno il riposo. Ai nostri letti ci accompagnerà la vivida morte.


Montag è un collettivo di scrittura che opera tra Roma, Bologna e Torino, composto da: Niccolò Monti, dottorando in semiotica all’Università di Torino; Lorenzo Rossi Mandatori, laureato in Italianistica all’Università di Bologna; e Luca Tognocchi, dottorando in Italianistica a Bologna. Il collettivo nasce poco prima della pandemia con l’idea di scrivere un romanzo a sei mani, adottando dunque una modalità di scrittura a distanza. La tecnica usata per le opere di Montag è infatti la composizione simultanea, ispirata all’improvvisazione jazz. Tra gli obiettivi del collettivo c’è quello di perseguire un ideale di scrittura intermediale. Ad oggi, Montag ha pubblicato tre racconti: il primo sul quarto numero della rivista «Marvin», sotto l’eteronimo di Lucio Ambroselli; il secondo sul numero IX di «Neutopia»; infine, il terzo sul numero di novembre 2021 della rassegna mensile «retabloid» di «Oblique». Oltre a lavorare secondo la poetica del collettivo, i tre membri si dedicano alla creazione di opere individuali di narrativa e poesia.

Redazione

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