“Sangue di Giuda”, ovvero: dell’importanza di un nome

Sangue di Giuda, Graziano Gala
Minimum Fax, 2021

Sangue di Giuda, romanzo d’esordio di Graziano Gala, è una storia che parla degli ultimi, della disperazione di chi non ha le parole per mettere insieme dolori impronunciabili e si lascia vivere dalle ingiustizie. Non sorprende che una vicenda che parla degli ultimi si apra con un furto, calcio d’inizio simbolico di una guerra tra poveri: la storia inizia perché si sono “arrubbati” il televisore, un vecchio Mivar, di Giuda, protagonista e voce narrante della vicenda.

Il vero nome proprio di Giuda non lo pronuncia più nessuno a Merulana, paese in cui vive, nemmeno lui stesso – che anzi si firma nelle lettere alla moglie amata e perduta come “Tuo marito” – che si trascina in una città che si ostina a farlo sentire fuoriposto, reo di aver commesso un tradimento cinquant’anni prima ai danni del padre, violento orco che non poteva accettare la sensibilità e la delicatezza di un figlio gentile. Noi conosciamo Giuda cinquant’anni dopo il tradimento, ma ancora alla ricerca di un po’ di pace dai demoni che, da quel giorno, non hanno smesso di ricordargli le botte e il dolore.

Il paese stesso, Merulana, con quella memoria ancestrale e granitica tipica solo dei paesini di provoncia, non se lo scorda il passato di Giuda; anzi, glielo ricorda con talmente tanta veemenza da fargli scordare il nome suo. Giuda non è Giuda, ma nemmeno lui se lo ricorda più.

Il nome di Giuda è il simbolo dell’identità perduta: come la protagonista del meraviglioso film La città incantata di Hayao Miyazaki, anche Giuda si ritrova come vittima di un incantesimo. Il nome è il tassello mancante che gli impedisce di vedere sé stesso, di riscoprire l’identità che si cela dietro il presunto tradimento, dietro la magia nera che gli ha portato via la sua vera essenza. Filosoficamente parlando, Giuda è il simbolo del nominalismo più estremo, dove oggetto (il sè) e contenitore (il nome) devono coincidere: pena la dimenticanza, la pena, il dolore.

La storia di Giuda che Graziano Gala ci descrive è un viaggio alla ricerca del televisiore perduto – e del Santo laico Pippo Baudo, unico paluardo di normalità e serenità che sopravvie nella vita di Giuda – che si snoda in una ricerca più ampia: quella del proprio nome e della propria identità mancata, calpestata a botte da un padre e un paese troppo duri e troppo insensibili; ma anche della moglie, dell’amore perduto e desiderato, del senso dello stare al mondo quando non si ha più nessuno.

L’unico modo che ha Giuda di difendersi da tutto il male è la sua lingua: una lingua sgangherata, un ibrido di dialetti meridionali, che viene utilizzata lungo tutto l’arco narrativo. La scelta può sembrare un azzardo ma non lo è, perché uno come Giuda non potrebbe fare altro che parlare così, con una lingua che è sua e di tutti, in modo diretto e poetico, senza mediazioni. L’italiano corretto, preciso e prolisso non sarebbe mai stato il vestito giusto per questo protagonista che ha la dignità degli ultimi che si piegano senza ossequiare nessuno: Giuda è sé stesso anche nelle sue dimenticanze, anche e soprattutto nella sua lingua sporca e bellissima, che ricorda il meridione per la sua naturale e scostumata franchezza.

Sangue di Giuda è la storia di un uomo e della sua compagnia di ultimi – un gatto incontinente, un cane, un bambino, un inglese\americano che non parla nemmeno l’italiano, una coppia di coniugi in pena – nel viaggio circolare dentro Merulana, che somiglia a ogni paese ma non è nessun paese: il romanzo è l’epica degli ultimi, Giuda è l’Odisseo che desidera solo tornare alla sua amata, l’unica che lo ha capito e l’ha visto per davvero. Concludendo, aldilà di ogni giudizio o intepretazione, quello che resta di questo piccolo poema epico in dialetto è l’immensa empatia per Giuda che Graziano Gala riesce a far provare al lettore. Operazione riuscita grazie all’amore che trasuda da ogni parola messa su carta: si vede che l’autore ha voluto davvero bene a quest’uomo, che lo ha cullato e portato avanti nella storia con l’affetto che si riserva ai bambini più tristi. Ed è proprio l’innamoramento spassionato verso un uomo che non ha avuto niente dalla vita ma che conserva qualcosa di puro in sé, nonostante tutto, a fare la differenza in questo romanzo d’esordio che sa di promessa. In qualche misura, Giuda ha le sembianze di un bambino invecchiato, con l’anima di Patroclo, il personaggio cui Omero ha affidato la caratteristica più bella di tutte: la gentilezza.

Clelia Attanasio

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