Il pettirosso

Quando mio fratello Francesco tornò a vivere con noi, papà fece costruire delle nuove pareti per dividere la casa, perché tutti avessimo maggiore riservatezza. La moglie di Francesco era un’artista, si chiamava Maya, e chiese a papà se potesse usare le pareti per dipingere. Papà è sempre stato un grande lavoratore, aveva avuto fortuna con una catena di negozi di articoli sportivi e poi aveva aperto una piccola fabbrica, ma ha sempre amato gli artisti. Amò subito la moglie di mio fratello.

Anch’io ero un po’ innamorata di Maya. Aveva una pelle bellissima che la faceva sembrare sempre una ventitreenne, faceva le fossette quando rideva. I capelli erano color paglia e li portava corti.

«Cosa disegnerai sulle pareti?» le chiesi incuriosita, quando lei sollevò l’argomento a tavola. Papà insisteva sempre perché pranzassimo e cenassimo insieme, e non ammetteva discussioni durante i pasti. Per lui quei momenti domestici credo fossero il piacere supremo. Da quando la mamma non c’era più, avevamo una zia che cucinava con noi. Papà la invitava sempre a trasferirsi nella nostra casa, ma la zia teneva molto alla sua indipendenza, aveva lavorato per tutta la vita. Anche se non erano parenti di sangue, aveva molto in comune con papà. Lui però non si sarebbe mai risposato, tantomeno con la sorella di mamma.

«Uccelli» disse Maya, servendosi di una porzione di verdure. «Sono nella mia fase ornitologica.»

Tutti ridemmo, anche se non era una vera battuta.

Mio fratello per qualche anno aveva fatto il giornalista e lo spin doctor per un politico di grosso calibro, ma poi la sua parte aveva perso le elezioni e non era riuscito a trovare altro lavoro a Roma. Con la sua laurea in scienze politiche, l’unico altro mestiere che era riuscito a trovare era come consulente del lavoro solo che aveva dovuto ricominciare come tirocinante all’età di trentadue anni e nello studio non lo pagavano. Inoltre (a ulteriore smacco per il suo orgoglio) aveva trovato quell’impiego perché papà era uno dei maggiori clienti dello studio.

Ogni tanto sognavo di diventare artista, così divenni l’assistente di Maya. A scuola non avevo particolari problemi, la trovavo facile, e perciò avevo sempre tempo libero. Non avevo neppure migliori amiche, speravo che lo diventasse Maya.

«Dove vi siete conosciuti?» le chiesi, un tardo pomeriggio mentre la aiutavo a preparare i colori. Doveva ancora cominciare la prima parete.

«Sul lungo Tevere».

«Stavi dipingendo?».

Annuì.

«Scommetto che Francesco si è subito innamorato di te».

«Era molto goffo» disse Maya. «Continuava a venire a vedermi disegnare e a comprare ritratti. Alla fine ho mangiato la foglia. Tuo fratello è un timido, ho dovuto fare tutto io».

«L’hai invitato tu ad uscire?».

«Praticamente».

«Cosa ti piace di lui?».

«È buono. Non mi farebbe mai del male» disse Maya, sospirando.

«Solamente questo?»

«I capelli. Sono così folti. Mi piace affondare le mani.»

Ridemmo.

«Non è solo questo…» continuò «con lui è come se ogni giorno fosse il mio compleanno.»

Mi sembrava un modo bellissimo di definire un matrimonio (chi non sognerebbe qualcosa del genere?), ma, dall’espressione che aveva mentre lo diceva, intuivo che qualcosa non la convinceva a fondo. Qualcosa in Francesco. Mi chiesi se fosse poi innamorata di mio fratello, o amasse il fatto che era buono, che era generoso, che la trattava bene. L’amore è sempre un mistero. A scuola, poi, avevamo studiato Freud e Jung, perciò ero convinta di saper tutto di psicologia. Pensai che Maya dovesse aver sofferto, in passato, per un amore sbagliato. Avevo il timore che Francesco fosse troppo gentile con lei. Da quel che avevo capito di me stessa, mi sembrava che non sempre le donne amassero gli uomini troppo servizievoli. Avrei dovuto avvertire Francesco… non so, di fare qualche cosa, per non lasciare che Maya scappasse via col primo artistoide dal carattere un po’ rude. Trattarla meno coi guanti bianchi. Ma, in effetti, non era nella natura di mio fratello.

«Perché non ci avete invitati al matrimonio?».

«È stata una cosa piccola. C’erano solo i testimoni».

La verità era che non si potevano permettere di fare una festa e non volevano chiedere a papà di pagare per tutto. I genitori di Maya poi erano degli hippy con una specie di agriturismo, anche loro piuttosto squattrinati. Francesco non voleva fare una festa a spese di papà. È sempre stato molto orgoglioso, e ha sofferto per non essere riuscito a crearsi una vita veramente indipendente fuori dalla famiglia.

«Dovremmo fare una festa. Qui in casa, c’è tanto spazio. Ad agosto, magari».

«Carino da parte tua» disse Maya, carezzandomi il volto. Quindi, cominciò a tracciare un disegno a matita sulla parete.

«Cosa disegni?».

«Un pettirosso».

«Non hai bisogno… non so, di una foto, per fare da modello?».

«Li conosco bene. Quando ero piccola li vedevo in continuazione».

«Abitavi in campagna, vero?».

«La campagna non è male» disse Maya, facendosi più mesta «non è male, per un’artista».

Da come sospirò, capii che in realtà Roma le mancava. Dipingere sul lungo Tevere.

«Dopo che hai abitato a Roma» spiegò «ti rendi conto che come artista non vali una candela».

Risi. Non avevo mai sentito quell’espressione. Credo Maya le inventasse spontaneamente. Mi sembrò appropriata.

Intanto sulla parete bianca stava apparendo un pettirosso. Mi pareva qualcosa di meraviglioso.

Papà mi diceva sempre di rendermi utile in casa. Sosteneva che la cosa più importante nella vita è rendersi utile, che la mamma mi guardava dal Cielo e ci rimaneva male se facevo la pigra. Io non capivo come una persona in Cielo (dove puoi essere soltanto felice) potesse soffrire per i comportamenti di un’adolescente La zia, a differenza di mio padre, era più convenzionale, e disapprovava la vita di Francesco e il suo matrimonio. Non so, forse se avessero fatto una vera festa e la avessero invitata tutto sarebbe stato diverso. In fatto di orgoglio era più o meno sui livelli di mio fratello. Era gentile con Maya, ma non riusciva a concepire come una persona non potesse avere altra ambizione che imbrattare delle pareti. Però l’argomento rimaneva sempre in sospeso, e credo che Maya, assorbita com’era da sé stessa e dalla sua vita artistica, neppure si rendesse conto di questi sottintesi.

«Maya sta dipingendo un bellissimo pettirosso» dissi la sera a tavola, servendomi dell’insalata di mare.

«Un pettirosso» disse la zia. «Non si vede spesso dalle nostre parti. Perché non una gazza?»

«La gazza la vediamo ogni giorno» disse Maya, sorridendo. «Un pettirosso è inusuale. E poi, mi piace usare il rosso.»

Francesco, come al solito, mangiava in modo molto serio, assorto. Sapevo che amava molto quello che faceva a Roma, mentre il suo nuovo lavoro non gli piaceva. Aveva sempre avuto qualcosa di calvinista, si sentiva obbligato a continuare a soffrire strenuamente contro un destino avverso a cui siamo assegnati. Gli avevo detto che anche dalle nostre parti c’erano dei giornali, che avrebbe potuto scrivere qualche articolo ma lui mi aveva liquidato dicendomi che non aveva tempo per degli hobby. Credo che il pensiero lo facesse soffrire. Di certo, sarebbe stato meglio se avesse lavorato direttamente per papà, ma non lo avrebbe mai accettato. Ogni tanto trascinava la moglie a vedere qualche appartamento in centro, ma era soltanto una velleità. Credo volessero anche un bambino, ma prendevano precauzioni. Naturalmente niente avrebbe reso più felice me, papà, e anche la zia, di avere un bebè per casa. Anche se ero giovane, molto più giovane di mio fratello, non mi sarebbe spiaciuto fare la zia. Sentivo di averne la vocazione. Comunque, erano troppo orgogliosi per aumentare la famiglia senza avere dei lavori stabili. Intanto pensava a quando avrebbe finito il suo praticantato, a quando lo avrebbero assunto, a quanto avrebbe guadagnato, e ogni volta i conti non tornavano, perciò era sempre depresso.

Maya, nel frattempo, continuava a dipingere il pettirosso. Era molto lenta. Avevo idea, anche perché avevo visto altri suoi lavori (aveva una stanza tutta per sé, un vero e proprio atelier, e un sito internet dove esponeva i migliori) che sarebbe stato qualcosa di veramente realistico. Non riuscivo a credere che riuscisse a riprodurre qualcosa di tanto somigliante al reale senza avere un modello sotto gli occhi.

Un ragazzo a scuola disse che aveva problemi in greco e mi chiese se potessi dargli delle ripetizioni. A me il greco veniva facile, non era un problema. Dentro di me, avevo già una mezza idea di diventare un’insegnante di lettere classiche.  Tutti quanti volevano diventare ricchi e famosi. Ma io non avevo grandi necessità materiali o di status. Una mia amica, comunque, mi mise sull’attenti su questo compagno di scuola: le ripetizioni erano una scusa per passare del tempo con me. Io in realtà ne ero un po’ lusingata, non avevo mai avuto un fidanzato prima, e credevo di essere una di quelle che non erano molto notate. Dentro di me pensavo che non avrei avuto grandi esperienze prima della maggiore libertà concessa dagli studi universitari. Lorenzo, comunque (il ragazzo in questione) aveva qualcosa che mi attraeva. Non mi piaceva molto il fatto che seguisse la moda dei capelli lunghi, però non erano male, neri, leggermente ondulati. Inoltre, l’intensità del suo sguardo trasmetteva un certo mistero. I suoi voti in greco erano bassi, perché era uno di quelli a cui piace leggere e studiare per conto proprio, anziché seguire le indicazioni degli insegnanti. Però a volte si perdeva nelle sue letture e non svolgeva i compiti a casa, o li faceva in modo sbadato e sbrigativo. È un atteggiamento che non ho mai capito. Uno ha davanti tutta la vita per farsi una propria cultura, è bello fare quello che fanno tutti quando si ha l’età per farlo.

A ogni modo, non avrei mai ceduto a una sua (eventuale) avance se prima non avessi avuto il parere di Maya, che mi sembrava molto spigliata in fatto di uomini, perciò lo invitai a casa per la ripetizione di greco e una tazza di tè. Lo portai subito a conoscere mia cognata. Eravamo tutti molto orgogliosi di lei, non era da tutti avere una vera artista in casa. Bussai alla porta ed entrai senza aspettare risposta, come facevo di solito.

«Sorellina» disse Maya, sorridendo. Mi aveva chiamato così fin da subito. Stava guardando la tela e, come al solito, non dava neppure una pennellata.

«Ammiro molto i maestri del Rinascimento» disse Lorenzo.

«Oh, loro erano bravi» disse Maya, pensierosa. «Avete già studiato?»

«Stiamo andando.»

«Bene, fate i bravi ragazzi. La scuola è importante. Io do ancora qualche pennellata e poi vi faccio il tè. La zia è fuori a fare compere. Lei è molto più efficiente di me, vi avrebbe preparato i biscotti casalinghi. Vi toccherà qualche brioche confezionata, mi spiace.»

«Andrà bene» dissi io, e presi Lorenzo per il palmo della mano (avevo capito subito che Maya approvava, da come aveva sorriso quando l’aveva visto) e lo portai in stanza.

In greco era un vero disastro, faceva confusione fra le regole e non aveva nessun interesse di applicarsi per imparare la grammatica. Alla fine tradussi la versione per entrambi (era uno degli scopi reconditi della visita) e gli spiattellai chiaramente la situazione, come mi aveva insegnato a rivolgermi agli uomini mia madre prima che mancasse:

«Se ci mettiamo insieme, dovrò fare sempre i compiti per te?».

«Solo greco».

«Questo va bene. È giusto che mi sfrutti un po’» dissi, per prenderlo in giro «hai mai baciato una ragazza?».

«Due volte».

«Due ragazze diverse, o due volte la stessa ragazza?».

Arrossì. Capii che mentiva. Era del tutto inesperto, come me. Questo mi piaceva.

«Due ragazze diverse».

«Va bene. Ci devo pensare su. Adesso andiamo a prendere il tè con Maya, scommetto che si è impegnata molto per prepararlo».

Dalla cucina proveniva odore di bruciato. La trovammo con una teglia di biscotti anneriti.

«Ho provato a imitare tua zia, ma non ci sono riuscita. Mi sono distratta col mio pettirosso e ho fatto bruciare tutto. Fa’ la brava, apri la finestra».

La ascoltai.

«Il pettirosso è molto bello» disse Lorenzo.

«È ancora incompleto. Mi manca tanto per finirlo».

«A me sembra quasi completo».

«No, manca ancora tanto. Almeno il tè sono riuscito a farlo» disse Maya, versandolo nelle tazze.

«Tu non sei di queste parti, vero?» chiese Lorenzo.

«Ho vissuto un po’ ovunque».

«Per esempio?».

«Beh» disse Maya, cominciando a enumerare: «Venezia, Milano, Torino, Parigi, Valencia, poi di nuovo Parigi. Qualche settimana a Genova» disse, sospirando (un amore andato male?) «ma quello non conta davvero.  A Roma ho conosciuto mio marito e ora sono qui. Ogni tanto riesco a vendere qualcosa, ma nel complesso come artista sono un po’ fallita. Però è l’unica cosa che riesca a fare, è più forte di me. Per fortuna mio marito si prende cura di tutto».

«Io penso che i grandi artisti vadano sovvenzionati» disse Lorenzo.

«Io non sono granché» disse lei, sorridendo modestamente. Era davvero modesta. Da quel che so, spesso gli artisti non lo sono.

«Scommetto che ti sottovaluti».

Lì capii che Lorenzo si stava un po’ innamorando di Maya, ma con lei era inevitabile.

«Quindi, che facciamo?» mi chiese, quando lo accompagnai alla porta. Stavo per rispondere che volevo ancora pensarci, ma temevo si spazientisse. Perciò sfiorai le sue labbra (un po’ mi sentii emozionata, era grossomodo il mio primo bacio), gli diedi una spinta e lo mandai fuori da casa.

Poi mi confessò che fu uno dei momenti più felici della sua vita. Ci teneva davvero molto a me. Era innamorato da tanto. Ero lusingata dal fatto che gli piaceva che io ero “una seria.” Era esattamente il motivo per il quale volevo piacere.

Alla fine, Maya e Francesco decisero di dare una grigliata nel giardino di casa, per amici e parenti, per festeggiare le loro nozze. Qualcosa di molto informale.  Maya volle presentarmi gli amici venuti giù apposta da Roma.

«Lei è la mia sorellina. Si chiama Stella. È la persona più intelligente che conosca».

«Piacere» dissi, dando la mano un po’ imbarazzata. Sapevo di stare simpatica a Maya, ma non credevo avesse quell’alta considerazione di me.

Erano una coppia, un ragazzo stempiato con gli occhialini e il panciotto, dall’aria vintage, e una donna bassa e decisamente incinta.

«Vai a scuola?».

«Sono al quarto anno. Come conoscete Maya e Francesco?».

«Io frequentavo la scuola d’arte con tua cognata» spiegò la donna «ma ho lasciato quasi subito, richiamata alla realtà».

«Avete studiato insieme a Roma?».

«A Parigi. Poi a Roma ci siamo incontrate per caso».

«Scommetto che avete un sacco di aneddoti divertenti su di lei.»

«Qualcuno…» rispose la donna, sorridendo. «Maya che combina in questi giorni?»

«Vi faccio vedere il pettirosso».

Sicuramente Maya avrebbe protestato per il fatto che non era ancora finito (anche se al mio occhio inesperto sembrava completo), però nel frattempo lei era andata a socializzare inutilmente con mia zia, seduta da sola a una sedia.

«Avete un uccellino?».

«È una creazione di Maya, per abbellire la casa, vi porto a vederlo».

Entrammo in casa. Papà salutò con un cenno. Sembrava assorto. Parlava con dei suoi pari grado, probabilmente d’affari.

«Secondo Maya non è finito, ma io non vedo come possa essere migliorato».

«Ha sempre avuto un grande talento» disse il lui della coppia.

«Già. Peccato che emergere artisticamente sia tanto difficile».

«Se avesse seguito i tuoi consigli…».

In realtà, non sembravano interessati più di tanto al dipinto. Però lei fece una foto.

«Maya si arrabbia, se sa che l’hai fotografato».

Lei rise.

Intanto, la festa andava avanti. Le feste mi hanno sempre messo tristezza, perché quel breve scoppio di gioia andava a spegnersi, ognuno sarebbe tornato alle proprie case, assalito, prima del sonno, dai soliti problemi. Io, che in linea di massima non avevo un problema al mondo (anzi, adesso avevo anche un bel moroso — ma forse quello mi avrebbe dato dei grattacapi) mi sentivo molto triste per loro e, in fondo, per me stessa. Perché tutte le cose belle dovevano finire, e che senso avevano, se eravamo sempre circondati da lutti e doveri? Mio padre e la zia andavano ogni domenica in chiesa, ed erano più grandi di me, e sembravano certi che tutto quello avesse un senso.

Decisi di chiudermi in camera a leggere Aristofane, chiedendomi perché mi desse fastidio sentire volgarità e parole sconce dalle persone, mentre le sue mi piacevano. Chissà, quando qualcosa è stampata nero su bianco assume tutto un altro valore; ma ogni valzer, grande o piccolo, deve finire, e così le risate e i giochi del piccolo mondo che si andava spegnendo dietro di me, così le risate per le commedie di Aristofane, così i pensieri che affollano la mente prima del sonno e sembrano, per la loro durata, tanto importanti.

Prima di andare in stanza a leggere, passai dall’atelier di Maya, perché volevo guardare a che punto fosse. Convinta che lei fosse in giardino, entrai senza bussare.

Mio padre teneva Maya per i polsi, ed era rosso in viso.

Chiusi la porta istantaneamente e andai in stanza. Non avevo mai visto papà in atteggiamento aggressivo nei confronti di nessuno. Mi chiesi per quale motivo discutessero.

Poi la sera i camerieri e gli altri inservienti pulirono il giardino e al mattino tutto era come era sempre e come era sempre stato, con senso di ordine e pulizia che si respira nelle grandi case. Papà e la zia sembravano di buon umore a pranzo, la festa era stata un successo e il piccolo dissapore nei confronti di Francesco e Maya, perché non avevano propriamente festeggiato il matrimonio in famiglia, sembrava risolto. Mi dissi, forse ingenuamente, che sarebbe stato un nuovo inizio e che tutto sarebbe andato sempre per il meglio, ma l’immagine di papà, rosso in viso, che teneva Maya per i polsi, continuava a tormentarmi. Dopo pranzo ho sempre visto una soap opera statunitense, e mi dissi che probabilmente quella ragnatela di conflitti e tradimenti familiari che suscitava l’interesse degli spettatori mi aveva influenzata. In fondo, anche la letteratura, che amavo tanto, non era qualcosa di realmente attinente con la realtà.

Lorenzo, intanto, continuava a frequentare la nostra casa, e insieme imparavamo a baciarci.

«Poi prendiamo il tè con Maya?»

«Sta’ ancora un po’ con me, poi te la faccio vedere.»

Lui arrossiva e diceva che era lì solo per me, e che ero la ragazza più bella del mondo e cose così. A ma piaceva prenderlo in giro. Farlo soffrire un po’. Una non viene mai a patto col mondo se non comprende che tutti abbiamo le nostre debolezze, e che a volte vanno assecondate e anche perdonate. Che male c’era se era un po’ innamorato di Maya? Tutto quanti lo eravamo.

Pochi giorni dopo, emersero i motivi di quello che poteva aver scatenato il litigio (sicuramente era solo un litigio, mi diceva, nulla di più) fra Maya e mio padre: Francesco aveva ricevuto un’offerta di lavoro da Roma e voleva tornare. Maya era d’accordo con lui. Come detto, la grande città le mancava.

Non sentii mai una delle tante discussioni che sicuramente ci furono fra mio fratello e mio padre, ma che si tennero a porte chiuse, in fabbrica. Dentro di me, anche se soffrivo all’idea che Maya e Francesco partissero, tifavo per loro perché non si facessero soggiogare dall’autorità di mio padre. Un uomo capace di tenere una donna per i polsi; anche se, sicuramente, soltanto per un litigio.

Comunque, parlai della cosa con mia zia. La stavo aiutando a pulire i fagiolini. Ho sempre amato curare le faccende domestiche con lei.

«Forse Francesco e Maya ci lasceranno».

«Tuo fratello è sempre stato uno sciocco».

«Io penso che una persona debba seguire le proprie inclinazioni».

«Quando fallirà, sarà troppo tardi per ricominciare di nuovo».

«Penso che abbia ragione. Non bisogna essere troppo cauti. Insomma, la vita va vissuta».

«Mi chiedo se dovremmo fare imbiancare di nuovo casa» disse la zia. A volte ho l’impressione che le zie cattoliche sappiano tutto della vita; comunque, anche se spalleggiavo mio fratello, sentivo che lei era più saggia, ho sempre seguito i suoi consigli e non me ne sono mai pentita. Nel suo cuore, comunque, tutto già era stato condannato e, forse, già dimenticato.

Credevo di avere ragione, però, quando sostenevo che Francesco e Maya dovessero andare via di casa. Avevo motivi più profondi (quello che avevo visto, o che temevo di avere visto, e che in fondo al cuore temevo fosse vero) per ritenere che fossero nel giusto a voler andare via.

Prima che partissero di nuovo, scrissi una lettera in cui scongiurai Francesco di non tornare mai a casa nostra. So che la lesse, ma non mi rispose mai.

Anni dopo, ormai avevo quasi terminato l’università, mi sentii abbastanza grande per fare quel discorso con mio padre. Francesco e Maya erano tornati per una breve vacanza. Credo non se la passassero benissimo, ma papà li finanziava per stare a Roma. Non avevano mai avuto figli. I nostri discorsi e il nostro stare insieme in famiglia erano sempre più velati da tristezza, per quanto cercassimo di far finta di nulla.

Papà non aveva più capelli, ormai era anziano, rugoso e stanco. Era seduto in veranda con la sua camicia bianca e la limonata. Gli chiesi a bruciapelo se fosse stato, mai in vita sua, meno che corretto con Maya. Lui mi rispose di no. Gli chiesi di giurarlo sulla memoria di mamma. Non disse niente. Continuò a bere.

Qualche notte prima, un pettirosso era entrato in casa e aveva continuato a sbattere contro quello di Maya, tanto realistico, che non aveva mai finito di dipingere. Non aveva trovato più la via d’uscita. Era morto sul pavimento della sala da pranzo.


Domenico Santoro: nato nel 1986 a Ostuni (Br), dove risiede, laureato in scienze politiche e filosofia, scrive narrativa e poesia. Ha pubblicato poesie e racconti su la Repubblica (ed. Bari), A4, Grado Zero, Risme, Il paradiso degli orchi, L’ircocervo, Quaerere, Bomarscé, Voce del Verbo. Nel 2021 ha pubblicato un romanzo (“Il posto delle cose”) con Placebook Publishing.

Redazione

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