Bocca di cavalletta

Davanti al divano – con indosso soltanto le mutande – due bambini e un uomo spulciano tra i cuscini. I piccoli non fanno in tempo a infilare le dita negli spigoli più lontani dell’imbottitura che l’uomo, con le mani callose, li afferra per i polsi e li caccia per accaparrarsi indisturbato le briciole più grandi. I bimbi si lagnano e poco dopo sono di nuovo davanti al divano alla ricerca di cibo. Il minore dei due si tiene in piedi a malapena; il pannolino gli pesa di pipì e soltanto di quella. Sono giorni che non mangia.

L’uomo non si confonde con ciò che è commestibile e con ciò che non lo è: lascia che siano i bambini a mettersi in bocca le cancellature di gomma e le schegge di pastelli a cera che riaffiorano dalle imbottiture. I resti di popcorn o le briciole dei biscotti invece sono tutti per lui.

Quando tra le pieghe del bracciolo appare una crosta – più grande di una mollica, ma molto più piccola d’un tozzo di pane – i sei occhi la vedono in simultanea. Occhi di fuori. L’uomo si riempie le mani con le pance dure e gonfie dei piccoli, e con una spinta li scaraventa a terra; poi, con la stessa ferocia, si mette in bocca quel frammento che la fame chiama cibo ma che, pieno di peli e rinsecchito, non gli somiglia.

Finito di masticare, si calma e si volta a guardare da dove proviene il pianto. Dietro di sé riconosce i figli, quelli che un minuto prima ha trattato come nemici. Si sente morire. Vorrebbe squarciarsi il ventre per tirar fuori dallo stomaco ciò che gli ha rubato, ma non lo fa. S’inginocchia e li abbraccia. Accostate al proprio petto, le ossa dei piccoli sembrano scricchiolare come giunchi.

«Scusate». Piange perché si sente in colpa. Piange perché sul divano, oltre al cibo, sembrano essere spariti anche i bei ricordi.

C’era un tempo in cui, come carpentiere, lavorava alle fondamenta. Puntare lo sguardo in alto per immaginarsi il palazzo finito non gli interessava, e gli occhi li teneva sugli scavi – in basso – per otto ore al giorno.

Una volta a casa, la testa continuava a tenerla piegata in giù a osservare, però, il mondo che gli piaceva: quello che – insieme a lui – sedeva sul divano a guardare la tele e portava il nome dei suoi figli.

Quando Filippo e Nicola erano con lui non guardavano i cartoni. Presi dal valicarlo da una parte all’altra, dietro il collo e sulla pancia e a gattonargli sulle ginocchia, non degnavano la tv di uno sguardo.

«Ahi», diceva loro quando le rotule o i piedini schiacciavano quel punto morbido del suo corpo. Allora li prendeva e li sollevava come cuscini, gli faceva il solletico e i figli, ridendo, gli sputacchiavano in faccia molliche di ciambellone, poi li metteva ai rispettivi posti: uno alla sinistra e l’altro alla sua destra.

«Chi vi ha detto di mangiare in giro?» diceva la moglie dalla cucina.

Al rimprovero, i tre s’ammucchiavano di nuovo a giocare per attribuire alla confusione la colpa del loro far finta di non sentire.

«Guardate che avete combinato» continuava, accorrendo. «Non riesco a capire chi di voi sia più bambino». Abbozzava un sorriso, mentre con un canovaccio – come scacciasse le mosche – toglieva tra le imbottiture del divano i granelli della merenda.

«Siete di nuovo tutti sudati». Stavolta coi pugni sui fianchi. «Vi ho fatto la doccia un’ora fa».

«Mamma, ce lo porti un succo di frutta?» chiedeva il più grande.

«Va bene, ma poi di nuovo in bagno a lavarvi».

«Ma non farci asciugare i capelli. Fa caldo».

«Oh, no. Non ho nessuna intenzione d’accendere il phon» rispondeva, spostandosi con la mano la frangetta dalla fronte, mentre si avviava al frigorifero.

«Fate un po’ di silenzio che ora voglio sentire le notizie» diceva lui quando la sigla del tg arrivava improvvisa a mettere fine ai giochi e a ricordargli d’essere un uomo con tanto di responsabilità. «Vediamo se le temperature ritorneranno ad abbassarsi». Era preoccupato per il benessere della famiglia. Era strano che a Roma a febbraio facesse caldo come ad agosto. Ovunque da giorni non si parlava d’altro.

 «No. Vogliamo vedere i cartoni» lo imploravano i bimbi.

La moglie aveva fatto ritorno coi succhi all’ananas.

 «E va bene» rispondeva, retrocedendo al ruolo di terzo figlio. Tirava su con la cannuccia mentre le narici si riempivano del profumo di bagnoschiuma dei figli.

Ma sì, sono cose che capitano. Le anomalie termiche ci sono sempre state.

 Alla sua mente semplice bastava poco per convincersi di non avere nulla da temere. La casa aveva le mura intorno, e, se guardava in alto, trovava il tetto a proteggere se stesso con tutta la famiglia. Si sentiva come racchiuso in una scatola, coi forellini per respirare, ma senza il rischio che le correnti d’aria vorticassero a smuovere le cose all’interno.

Alle prime notizie metereologiche c’era stato chi, come lui, non aveva dato importanza alla cosa e aveva continuato a comportarsi come sempre; altri invece s’erano allarmati, e da subito avevano iniziato a fare scorte di cibo e bevande.

Tempo tre mesi e le abitudini d’ognuno s’erano uguagliate: tutti erano alla ricerca di cibo, non c’era nessuno con lo stomaco pieno, s’usciva di notte perché il sole di giorno affumicava le carni.

Quando la temperatura aumentò ancora e costrinse le persone a rimanere in casa anche col buio all’esterno, furono altri i comportamenti che diversificarono le persone nei loro salotti: realtà raccapriccianti da far accapponare la pelle.

Nella casa, i piatti adoperati per l’ultimo pasto – sei giorni prima – sono nel lavandino. Il bambino grande ne prende uno e lo lecca, attirando l’avidità del piccolo. Il maggiore allora s’abbassa per dar modo anche alla lingua del fratellino di lustrare la stoviglia alla ricerca d’un sapore nascosto tra le trame della porcellana.

I bicchieri sul tavolo invece sono pieni. L’acqua continua a scorrere, ma dal rubinetto esce calda. «Disseta di più» dice la mamma quando ha la forza di parlare. Distesa sul letto non mangia da prima che le scorte in casa finissero. «Ho ancora fame» le dicevano i bambini una volta spazzolato l’unico pasto della giornata; allora si privava della propria razione per saziarsi nel vedere i figli deglutire.

Anche il burro cacao sul comodino è finito. Non ci s’idratava le labbra, ma lo mangiava per raccattare energie e alzarsi dal letto, andare alla credenza dei medicinali e prendere le pillole, scorporarle dal principio attivo, per poi darle da succhiare ai bambini. Filippo si sentiva grande quando si metteva in bocca quell’involucro gelatinoso che assomigliava nella forma a una caramella e da cui l’avevano sempre tenuto alla larga.

Il dolciastro, la famiglia l’aveva trovato nello sciroppo per la tosse. Una volta vuoto, la donna s’era messa a ridere quando buttando il flacone aveva letto il bugiardino: da prendere prima dei pasti. Avrebbe voluto scagliarla quella bottiglietta e frantumarla, ma il suo bicipite – ridotto ad assomigliare alla coscia d’una rana – non ne aveva avuto la forza.  

Da quel momento il piccolo aveva ripreso dalla pattumiera la boccetta rosa per leccarla e annusarla più volte: gli piaceva quel profumo a cui mai avrebbe potuto associare un sapore, visto che una fragola, Nicola, non l’aveva mai mangiata.

Il termometro esterno segna 54 gradi e sono le nove di sera. Le finestre in casa sono chiuse. Se c’è luce è grazie a due lampade d’emergenza.

La donna non ha nessuna intenzione d’alzarsi dal letto per sollevare le serrande. Se dentro le sembra d’essere sui gradoni della piscina mentre assiste alle lezioni di nuoto dei bambini, ma senza il profumo della varechina a punzecchiarle il naso, non osa pensare al fuori. Sa cosa c’è al di là della persiana, se lo ricorda. L’ha visto al TG fino a tre giorni prima, quando ancora c’era corrente e la tele funzionava, così come il condizionatore. Focolai ovunque, e sul terreno, come sterco secco dalla forma allungata, i cadaveri. Anche le notizie se le ricorda. Dalla corsa alle provviste dell’inizio, alle raccomandazioni di non uscire, per finire con l’ultimo comunicato: «La nostra sciatteria ha distrutto il mondo».

La nostra sciatteria? Ma io che ho fatto? S’era domandata la donna da allora, e se lo chiede anche adesso.

Guarda il display del telefonino con la batteria al sei per cento. Non c’è connessione né linea. S’incanta a vedere la foto sullo sfondo.

Ci sono tutti e quattro, sorridono; a Tropea, in vacanza, due anni prima. A Filippo mancano due incisivi, mentre Nicola ha solo due incisivi. «Che buffi» si ricorda di quello che diceva loro. «Se foste due pezzi di un puzzle vi incastrereste», aggiungeva, e poi li baciava. Nello scatto lei indossa il costume intero, comprato non in saldo, perché una volta tanto un lusso è concesso, e la mano del marito sbuca sul fianco a pizzicarle i rotolini sulla pancia che era sempre pronta a nascondere. «Ah», sospira ora al pensiero, e si guarda. È nuda. Le ossa del bacino che le spuntano dalle anche sono due zanne mozzate.

Ritorna sulla foto. Il marito abbraccia lei e i bambini con la stessa foga con cui a cena, ai tempi belli, agguantava nel vassoio al centro del tavolo, la coscia di pollo.

Posa il cellulare sul letto quando vede entrare il piccolo nella stanza.

«Vieni amore». Vede Nicola boccheggiare e gli toglie il pannolino. Si sforza di non fissargli il corpo magro, ma di concentrarsi sulla piccola appendice che, da sotto la pancia, si vede appena. «Com’è bello questo pisellino all’aria». Pensa al bimbo libero da costrizioni, senza l’umidità sulle pallette della pipì ristagnata. Se lo immagina fresco mentre cerca di scacciare nella mente l’immagine di un secondo prima: il figlio le ha sorriso, le labbra rientranti nella bocca come un vecchio senza dentiera.

Sfinita, s’addormenta. Nicola s’arrampica sul lettone. Non trova le lenzuola fresche di un tempo, ma pieghe e sudore. Chiude gli occhi anche lui, sognando chissà che cosa.

In cucina l’uomo dà spallate al frigorifero, spera di restituirgli la corrente. Le bottiglie d’acqua che hanno congelato per rinfrescarsi sono diventate calde come il resto d’ogni superficie. Impreca a ogni botta, fin quando da sotto l’elettrodomestico rotola fuori un piccolo pomodoro. Si guarda intorno, non l’ha visto nessuno. S’inginocchia e allunga la mano.

«Lascialo a me» implora Filippo sopraggiunto di corsa. Il bambino s’accovaccia, e velocissimo raccoglie il pachino impolverato. Gli occhi dell’uomo si fanno rabbiosi. Il piccolo per la paura si copre il volto con il braccio. Abbassa la testa attendendo di ricevere dall’alto lo schiaffo del genitore, ma è l’uomo a sentirsi colpito. Il gesto del piccolo gli ricorda un suo gesto: quando gioca a nascondino coi bimbi si copre gli occhi allo stesso modo. In quelle occasioni non ha bisogno di sbirciare: i gridolini dei due lo aiutano a individuarli. Li sente ridacchiare da dietro il divano ancor prima di veder spuntare le loro magliette a righe.

Con la mano aperta a ventaglio sul viso, attraverso le fessure delle dita, a sbirciare ora è Filippo. Il piccolo trema, e non per la trepidazione d’essere scoperto, non c’è nessun gioco, non c’è nessun: “Tana”. L’uomo vedendone il terrore negli occhi si sente mancare. «Mangialo tu» gli dice alzando la mano, ma soltanto per accarezzargli i capelli.

Nella stanza accanto, distanti l’uno dall’altro perché abbracciarsi è un privilegio che il caldo non concede, c’è l’altra metà della famiglia. Dal costato s’intravedono movimenti leggeri. Il ventilatore bianco non è di quelli a batteria, svetta in verticale ai piedi del letto. Le pale ferme sono i petali della margherita che è inutile sfogliare: nel gioco del vita non vita, il verdetto è chiaro.

Quando nel naso l’odore di bruciato prende il posto di quello del sudore, e dalle finestre il rumore del fuoco che avanza sembra il mangereccio di tante bocche di cavalletta, all’uomo non tornano in mente i tempi delle grigliate in famiglia, quando s’arrostivano le bistecche e si spennellavano col rosmarino; pensa invece che sarà casa sua quella che presto assomiglierà a un barbecue.

«Vieni» dice al figlio prendendolo per mano. «Sdraiamoci anche noi sul lettone» aggiunge, portandolo dove dormono gli altri.

«Sì papà».

Che bello sentirsi chiamare così, è da tanto tempo che non accadeva.


Laura Marinelli è del ‘78 e vive a Roma. Dopo la laurea e un master lavora come impiegata nella grande distribuzione. Si commuove con facilità e non si arrabbia quasi mai. Il suo romanzo d’esordio Vanity fear uscirà con Echos edizioni entro la fine dell’estate. Un secondo, in fase di editing, verrà pubblicato da Moscabianca nel 2022.

Redazione

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