Alchimia e psicoanalisi: i simboli inconsci nel teatro della nostra mente

Il presente articolo è la prima parte di una serie di tre articoli riguardo alchimia e psiche. Rispettivamente, i tre articoli sono: “Il teatro come metafora della psiche, tra il maschile e il femminile”, “Psiche e Coscienza” e “Conclusioni: la crescita”.

PARTE I: IL TEATRO COME METAFORA DELLA PSICHE, TRA IL MASCHILE E IL FEMMINILE

Silenzio. Si spengono le luci. Buio.
Il palco s’illumina delle luci sceniche e a mano a mano i personaggi riempiono la scena avvicendandosi uno dopo l’altro. Noi spettatori osserviamo le vicende dei protagonisti: ridiamo, piangiamo, ci commuoviamo. Proviamo antipatia e simpatia verso quei personaggi che incarnano eroismo, antagonismo, ilarità, superficialità, erotismo.

Quando siamo da soli, dinanzi a noi stessi, il nostro spazio interiore si affolla di immagini cariche di contenuto emotivo e affettivo, in un flusso di coscienza, come su di un palcoscenico. Il teatro ha da sempre significato per l’uomo una trasposizione del suo mondo: su di esso si incarnano aspetti ideali, emotivi e simbolici della sua esperienza.

Il teatro e il caos primordiale

Nell’antica Grecia il dio del teatro era Dioniso, il dio delle trasformazioni. Ci è noto come dio della vite e dell’ebbrezza, e per questo motivo rappresenta il lato selvaggio e istintuale nell’uomo. Non è quindi un caso che il teatro fosse il luogo deputato a Dioniso; questo rappresentava un luogo rituale più che un semplice svago; durante lo spettacolo erano possibili la follia e la perdita di controllo. Nei baccanali, ad esempio, le gerarchie si interrompevano; il servo come l’aristocratico si trovavano insieme a festeggiare questo dio selvatico, spoglio di qualsiasi etichetta, per il quale il tempio era la natura stessa.

Termini come orgia e promiscuità, spesso associati ai baccanali e alle feste dionisiache in generale, non vanno intese a senso unico: questi rappresentano soprattutto l’indifferenziato, il misto, il caos primordiale. Dioniso e Afrodite rappresentano divinità androgene, sebbene Dioniso avesse un aspetto maschile, poiché entrambi conservano in loro l’elemento trasformativo, di misto e primordiale.

In questi riti si partecipava alla perdita del controllo formale: era come un gioco, nella sua accezione più sacra, perché era questo che permetteva la catarsi: “La celebrazione, pur svolgendosi in forma drammatica [teatrale], era in sostanza magica; cioè in base al principio di magia empatica” (James Frazer, Il ramo d’oro).
Questo dramma scalava diversi livelli di lettura analogici: non solo era collegato in qualche misura alla vegetazione, ma aveva anche un senso morale, intellettivo e spirituale.

Le analogie e i simboli: le maschere

Tale rapporto analogico è un rapporto simbolico (συμβάλλω): accosta cioè due cose che appaiono distinte e le unisce sotto lo stesso significato.  Dove la logica distingue, separa, discrimina, cataloga, pesa, misura ecc. l’analogia unisce, raggruppa, mette insieme, trascende la logica separazione delle cose.

Lo scopo era la determinazione dell’invisibile per mezzo del visibile, del noùmeno attraverso il fenomeno, dell’idea oltre la forma. […] lo studio del visibile, del fenomeno, paragonato allo studio dell’invisibile, del noumeno.”- “Per mezzo dell’Analogia si determinano i rapporti che esistono fra i fenomeni. Dato lo studio dell’uomo, tre metodi principali ci possono portare allo scopo : si potrà studiare l’uomo nei suoi organi, nelle loro funzioni : è lo studio del visibile, lo studio per induzione ; si potrà studiare l’uomo nella sua vita, nella intelligenza, in ciò che si chiama la sua anima : è lo studio dall’invisibile, lo studio per deduzione ; si potrà finalmente, riunendo i due metodi precedenti, considerare il rapporto che esiste fra gli organi e la funzione, o fra due funzioni, o fra due organi: è lo studio per analogia.” (Gerard Encausse, Introduzione alle scienze occulte)

Facendo quindi un’analogia tra il teatro e la psiche, la nostra coscienza potrebbe essere paragonata al palcoscenico della nostra realtà psicologica, sul quale gli archetipi si confrontano attraverso maschere dal contenuto emotivo. Le nostre emozioni sarebbero gli spettatori che reagiscono allo scenario che gli si prospetta.

Le maschere dal contenuto emotivo sono le cosiddette proiezioni, ovvero una traslazione, un transfert. In altre parole, diamo un giudizio di valore caricandolo di energia psichica. Quando queste proiezioni vanno a ricalcare degli schemi precisi, si tratta appunto di una costellazione archetipica: un vero e proprio copione, un mito.

L’alchimia e la psiche: la materia indifferenziata

La scuola junghiana ha riscoperto nell’alchimia una proiezione dei processi, in testi come Psicologia e Alchimia, L’uomo e i suoi Simboli, Mysterium Coniunctionis. Nella seconda metà del novecento Elémire Zolla, con  Le meraviglie della Natura: introduzione all’alchimia, ne dà una visione quanto più completa possibile cavalcandone la storia, i protagonisti e la sua esperienza personale. Il lato iniziatico dell’ermetismo è principalmente operativo e non solo speculativo, il cui laboratorio è l’uomo stesso, che opera secondo gli strumenti dell’Arte Tradizionale ermeticamente dentro di sé.

Per spiegare in che modo l’operazione Ermetica[1] riorganizza l’esistenza psichica, bisogna innanzitutto capire come la coscienza si disperda dal suo stato originario: come il bambino esca dal grembo materno, con la quale viveva uno stato di simbiosi, emerga da esso entrando in contatto con un mondo esterno. Prima era nel grembo, poi viene poggiato sul grembo; quella voce che avvertiva dall’interno, ora la sente all’esterno.

La cosiddetta “materia prima” o “materia prima dei Saggi” è lo stato indifferenziato in cui vive il nascituro, la purezza originaria. È in uno stato “potenziale”: è nato ma non è realizzato. Nonostante ciò, il bambino non nasce come una tabula rasa: in lui ci sono già tutte le potenzialità per la sua realizzazione, seppur in modo disorganizzato e indifferenziato.

“Uno è il Tutto, e per suo mezzo il tutto e verso di lui il tutto: se il tutto non contenesse il tutto, non sarebbe il tutto” (Chrysopoeia di Cleopatra).

Questa Materia Prima è, quindi, la Grande Madre indifferenziata. Un concetto simile possiamo vederlo anche in semiotica, nello specifico nella distinzione tra significante e significato:

Questo Tutto è stato detto anche caos (il “nostro” caos), ed uovo perché comprende in modo indistinto le potenzialità di ogni sviluppo o generazione: dorme nel profondo di ogni essere e come <mito sensibile> (Olimpiodoro) si dispiega nella molteplicità, caotica delle cose e delle forme sparse quaggiù, in spazio e tempo” (J. Evola)

Lo stato di indifferenziazione è analogo al momento della fecondazione, fenomeno in cui il padre e la madre sono un solo essere e nel ventre della madre – come nel ventre della Grande Madre – si manifesta una nuova vita.

“L’esperienza archetipica di tale stato indifferenziato come Oroboros matriarcale si incarna e si proietta nello stato di dipendenza del bambino verso la madre, per quanto l’oroboros come stato indifferenziato aldilà degli opposti, non è il solo grembo, bensì i progenitori, ove padre e madre sono uniti” (Erich Neumann).

L’aspetto materno e l’aspetto paterno

L’aspetto del femminile materno è legato al principio di piacere: “Qui l’oroboros del mondo materno è vita e psiche in uno, nutre e procura piacere, protegge e riscalda, consola, perdona” (Neumann).
Questi lati materni[2], ritornando all’analogia col teatro, presentano gli stessi copioni.
L’aspetto materno, a lungo andare, è degenerativo: si tende a non crescere e a rimanere infantili, ovvero dipendenti allo stato di necessità, un lasciarsi vivere, legato particolarmente agli aspetti materiali dell’esistenza (la madre che dà nutrimento materiale).

L’aspetto paterno viene a rompere, con il suo principio di realtà, questo legame vizioso come una luce che brilla nelle tenebre. Il principio di realtà incarnato dalla presenza dell’aspetto paterno, rompe questa simbiosi con il principio di piacere. Crescendo, entriamo sempre più in contatto con questo principio di realtà, l’aspetto paterno ci mette sempre più di fronte alle responsabilità, i limiti, le regole, i doveri: è lo spirituale nella sua massima espressione.

Banalmente, ci rendiamo conto che non possiamo fare tutto quello che vogliamo (principio di piacere), ma dobbiamo confrontarci con delle regole e leggi (principio di realtà); questi sono i no che aiutano a crescere, a confrontarsi con noi stessi.

Questi due primi archetipi ci dovrebbero educare a prenderci cura di noi stessi, delle nostre fragilità, a riconoscere i sentimenti, a comprendere le emozioni, ma anche a credere nei nostri obiettivi, e a lottare per raggiungerli: se l’aspetto paterno ci insegna l’importanza del limite, e al suo conseguente travalico, l’aspetto materno è la grazia e la pazienza con cui possiamo superarli. 

Possiamo notare questo dispiegamento della coscienza se ordiniamo i principi archetipi in una dimensione trans-personale – che è traslazione di caratteri interni a una dimensione esterna – nel “viaggio dell’eroe”:

“Proprio come l’organismo si sviluppa secondo un modello transpersonale determinato, dall’inizio, insieme al sistema nervoso centrale incorporato dello sviluppo, così anche noi abbiamo una struttura archetipica della psiche, che si dispiega da sola. In essa la predominanza di un archetipo è soppiantato da quella di un altro,  costruendo così una struttura gerarchica.” (Aldo Carotenuto).

Gli stadi del viaggio “dell’eroe”.

Tornando alla Prima Materia, la si può accostare all’archetipo dell’Innocente, che a sua volta è identificabile con una fase indifferenziata. Allo stesso modo, è anche una fase di ignoranza, che non conosce ed è spinta dalla curiosità. Il mondo ha una forte seduzione sull’innocente.

Il secondo stadio del “viaggio” che si compie, quello del principio di realtà, è la cosiddetta fase dell’Orfano: in questa fase, bisogna confrontarsi con la responsabilità delle proprie azioni; conoscere significa anche disilludersi, e questa perdita di illusione è emblematica della perdita dell’innocenza. Questa fase dell’Orfano è caratteristica degli adolescenti che vivono in una dicotomia: allontanandosi da un mondo (famiglia, scuola, società…) se ne sente antagonista, ma anche affascinato da esso.

Da un lato, la trasformazione psico-biologica porta ad una trasformazione dei loro corpi, lasciandosi alle spalle l’età dell’infanzia e aprendosi d’innanzi l’età adolescenziale; dall’altro lato questa trasformazione permette che gli adolescenti si riuniscano in gruppi, generando sottoculture, generando un linguaggio proprio, regole proprie.

L’identità di gruppo è un nuovo io indifferenziato, un nuovo ventre in cui il motto è “tutti per uno, uno per tutti”. Da un lato c’è la necessità di emergere, confrontarsi; dall’altro quello di riconoscersi, sentirsi parte di un gruppo in cui ci si sente compresi, accettati. È una fase in cui ci si sente alieni, esuli in un mondo di adulti che non li comprende. Il gruppo diviene una seconda Madre, in cui ci si nutre e ci si protegge a vicenda.

Adolescere vuol dire nutrirsi; questo archetipo non si chiude con l’età di mezzo, ma rimane latente in noi, ritorna ogni qual volta che si costella l’archetipo. Nei casi migliori esso si integra, lasciando alla mente l’elasticità per mantenersi giovane.

Quando l’io del ragazzo cresce in modo verticale, esso tende a separarsi dal gruppo, a seguire una propria identità. Alcuni, talvolta, rinnegano totalmente il tesoro dell’esperienza adolescenziale. Lo scontro tra il volere (il bambino) e il dovere (i genitori, la società…) trovano equilibrio nel potere (adulto), in un gioco di ruoli che verranno poi proiettati anche in società (Eric Berne).

La “croce” come conclusione del processo di crescita

In questo modo si formeranno due pilastri: uno femminile che conserva, accoglie, coagula, nutre e fa crescere; l’altro maschile che esplora, separa, discerne, solve e spinge verso l’esterno. L’Io è nel mezzo, e dovrà imparare a mantenere un equilibrio tra questi due pilastri:
Da che era una sola Materia Prima, indifferenziata, si è creata una dualità di opposti che possiamo intendere come una croce: ➕ la linea orizzontale aspetto femminile, lunare, umido,  passivo, principio di piacere, crescita orizzontale; la linea verticale aspetto maschile, solare, secco, attivo, principio di realtà, crescita verticale”.


Autore: Salvatore Parola

In copertina: “Materia indifferenziata”, illustrazione originale di Salvatore Parola.


[1] “Tradizione Ermetica, non si tratta dell’antico culto egizio ed ellenico di Ermete, e non si tratta solamente delle dottrine comprese nei testi alessandrini del cosidetto Corpus Hermeticum. Nell’accennata accezione l’ermetismo è intimamente connesso con la tradizione alchemica. La tradizione ermetico-alchemica è propriamente l’oggetto del nostro studio: il quale tende a precisare il significato effettivo e lo spirito di un insegnamento segreto, di natura sapienzale e simultaneamente pratica, operativa, il quale con grandi caratteri di uniformità si è trasmesso dai greci attraverso gli arabi fino ai testi ed autori che si spingono fin sulle soglie dei tempi moderni”. Si veda, Julius Evola- tradizione Ermetica; C.G.Jung- Mysterium Coniuctionis.

[2] “ Si ricordi che nell’accezione di Neumann matriarcale e patriarcale indicano situazioni psicologiche e non sociologiche. L’una indica l’inconscio, l’altra evidenzia la presenza della coscienza e del logos” (Aldo Carotenuto- lo sviluppo del bambino nel pensiero di Erich Neumann).

Redazione

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