O d’amarti o morire, il romanzo “psicoanalitico” di Francesca Guercio

O d’amarti o morire, Francesca Guercio
Alessandro Polidoro Editore, 2021

L’amore è l’imperturbabilità di Dio.
Francesca Guercio, O d’amarti o morire

La prima cosa che appare chiara dalla lettura di questo romanzo è che una fine non è mai una fine, e un inizio non è solo un inizio. La seconda cosa evidente è che l’amore ti salva anche quando sembra che ti condanni, e non importa se l’oggetto del tuo amore se ne rende conto – anche se, certo, sarebbe meglio e più rilassante se quell’oggetto d’amore non fosse un incorreggibile stronzo.

Un romanzo psicoanalitico

O d’amarti o morire, di Francesca Guercio, edito da Alessandro Polidoro Editore, il libreria dallo scorso gennaio, è un romanzo “psicoanalitico”. La trama a sfondo romantico potrebbe trarre in inganno: qui si assiste a una vera e propria commedia della psiche, e forse il fatto che la protagonista sia un “fantasma” – o una specie – ne è la dimostrazione più grande.

Lei, la protagonista che decide di fare un tuffo dal Grand Canyon per colpa delle sue pene d’amore nei confronti di Lui, non ha più un corpo: dopo la morte, si ritrova a sperimentare una vita con il solo spirito, spettatrice della vita di Lui in modo totale, come non le era mai capitato in vita.

È la mancanza del corpo, però, a concederle il più grande vantaggio: Lei matura, cresce, conosce sé stessa attraverso la possibilità che le viene concessa di seguire la vita di Lui e scandagliarla in ogni sua sfaccettatura, venatura e stortura. Quando finalmente ha la possibilità di guardare Lui da vicino – narcisista quasi da manuale, o altrimenti definito in gergo tecnico: un gran figlio di buona donna – Lei cresce, capisce. Compre Lei e comprende Lui, e l’amore ossessivo che la univa a quest’uomo egoriferito svanisce, per trasformarsi in vero amore: un amore assoluto, che vede le storture dell’oggetto d’amore e comunque persiste, si alimenta dei difetti e delle incoerenze per sublimarli. Quello che succede dopo, è spoiler.

Da un certo momento della narrazione, infatti, è Lei stessa a dirci di andare incontro alle persone attraverso l’empatia, e questo credo sia un altro punto chiave della narrazione: serve morire, abbandonarsi, concedersi il privilegio di guardarsi dentro per poter davvero guardare all’esterno, amare gli altri per quelli che sono e non per le proiezioni interiori che ci siamo costruiti. Anche amare chi non ci ama è un atto di egoismo, dopotutto.

Una storia di auto-guarigione

Come ho accennato, la trama romantica non deve confondere: l’amore qui è il cuore pulsante della storia, è vero, ma non nel modo in cui ci si aspetterebbe: qui il romanticismo, l’amore martire, l’amore da favola Dinsey – un po’ patriarcale e tanto infantile – non c’entra assolutamente nulla: quella della Guercio è la storia dell’amore di sé, del viaggio infinito e stancante che si fa per imparare ad amare sé stessi e, conseguentemente, gli altri.

La trama del romanzo non lascia spazio a molte interpretazioni: Lui è evidentemente l’antagonista con seri problemi personali irrisolti. È un narcisista, e quindi un insicuro cronico, traditore seriale con tanto di moglie a fargli da cuscinetto protettivo contro l’invadenza delle varie amanti. Insomma, un quadro poco roseo che però la Guercio riesce a tratteggiare bene, soprattutto perché lascia più di uno spiraglio per il sarcasmo, che umanizza questo Lui che altrimenti risulterebbe semplicemente l’anticristo. Quello che ne emerge, invece, è che Lui è solo nu strunz (nel mio dialetto suona più incisivo): e gli stronzi non sono l’anticristo, sono dei poveracci vittime di loro stessi.

A una più attenta analisi, però, va detto che anche Lei non sta messa benissimo: è una donna che soffre di solitudine cronica e che, per ovviare a questa condizione, accetterebbe qualsiasi trattamento impietoso; ha una stima di sé pari allo zero assoluto ed è governata da una pulsione ossessiva, un amore dipendente verso una persona che le ha dato tutti i mezzi per farle capire che di Lei non gliene può fregar di meno. Ciononostante, Lei insiste con la sua ossessione e anzi, rigetta qualsiasi tipo di indizio o consiglio che potrebbe farle capire che sarebbe meglio arrendersi, andare verso porti migliori, guardare altrove. Anche Lei è malata, della malattia speculare a quella di Lui, e ambedue le condizioni patologiche sono generate dalla stessa sorgente: il non amore di sé.

Mentre Lui non riesce ad amarsi e genera un grandioso sé, rinchiudendosi in una interiorità claustrofobica, Lei non riesce ad amarsi e si getta a capofitto sugli altri, nella speranza di riempire il vuoto generato da quella mancanza di amore. Ed ecco che adesso quel salto, quel lanciarsi verso il vuoto è metafora proprio di ciò che sta alla base del personaggio di Lei: il vuoto interiore incolmabile. O meglio: un vuoto che resta incolmabile fino a che non ci si rivolge verso sé stessi.

Struttura

Aldilà della trama, a meritare una menzione è la struttura del romanzo: i brevi capitoli sono alternati sempre da poemetti, nella tipica tradizione della cantafavola. Essendo questo un romanzo a limite tra realtà e immaginazione, dove la fantasia fa da leva per comunicare in modo visivo la psiche dei suoi personaggi, questa scelta strutturale è non solo azzeccata, ma credo esalti il messaggio di fondo che la Guercio aveva intenzione di trasmettere: l’interiorità è profonda, contraddittoria, costruita dagli eventi e dai sogni, senza soluzione di continuità.

Se si dà uno sguardo al background della Guercio – consulente filosofica, attrice, regista, speaker – ci si rende conto del perché abbia scelto di narrare una storia simile e soprattutto da dove prende la sua padronanza delle materie psicologiche e di ciò che riguarda l’animo umano in generale. Ma ciò che davvero, per me, ha fatto la differenza nella narrazione è qualcosa che va oltre la conoscenza e la tecnica: mi riferisco al sarcasmo pungente dell’autrice. Ridere delle proprie sventure è un valore aggiunto che personalmente apprezzo molto negli altri, forse perché lo faccio anche io con me stessa, e mi piace vedere che le persone riescono a essere leggere anche nella tristezza.

In questo romanzo si ride molto, si ride di gusto, e in modo intelligente: la Guercio sa far ridere, e ispira una spontanea simpatia, forse perché è molto facile associarla alla protagonista del romanzo, dato l’utilizzo del punto di vista in prima persona (senza per questo il bisogno di augurarle una fine\inizio come quello di Lei).

Una nota personale

Vorrei però concluedere questa piccola recensione con una nota personale; questa storia mi ha portato indietro a momenti della mia vita molto particolari e molto oscuri, luoghi nei quali sono stata anche io quella Lei. Certo, non ho saltato oltre il Grand Canyon né mi sono ritrovata a seguire il mio amato Lui come un fantasma, ma mi sono sentita come se lo fossi stata.

Sono stata un fantasma all’ombra di chi non mi ha voluto bene per molto tempo, e questo romanzo ha interpretato perfettamente cosa accade a chi è malato di un amore vuoto e non corrisposto, a chi cancella sé stesso per gli altri, a chi cerca salvezza fuori di sé. O d’amarti o morire non è però solo la fotografia di quello che succede quando si ama disperatamente, ma è anche il racconto di quello che succede dopo, quando si impara ad amare davvero sé stessi. Non è, in definitiva, il racconto della disperazione, ma della speranza dopo il vuoto.

Clelia Attanasio

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