Alessandro Gazoia, le sue tredici lune e le microdemie dell’inazione

Alessandro Gazoia, Tredici lune
nottetempo, 2021

Tredici lune ci racconta l’esperienza di Ale, che si ritrova all’inizio della pandemia a dover interrompere una relazione che sembrava in procinto d’essere: quella con Elsa, che ritorna a Napoli di gran fretta. Editor e scrittore, Ale inizia a scrivere dei piccoli racconti sui risvolti quotidiani della pandemia che chiama Microdemie. Questo è il contesto.

In tempi di crisi, come quella che stiamo vivendo da ormai un anno, la tendenza delle persone è quella di sdoppiarsi, in un modo o nell’altro: ci si sorprende a fare cose che non credevamo di voler\saper fare, oppure al contrario ci sorprendiamo di non riuscire a fare che sembravano così semplici un tempo: cucinare, studiare, fare sporto, comprare cibo sano, non bere troppo vino ecc. Insomma, la pandemia, come qualsiasi perturbamento dello stato di quiete, opera uno slittamento, e in questo caso lo chiamerei sdoppiamento.

Lo sdoppiamento e la scrittura

“Tredici lune” di Alessandro Gazoia, edito da nottetempo, fa i conti con questo sdoppiamento e anzi lo incarna su più livelli: Ale, il protagonista del romanzo, subisce per un po’ la presenza di un suo doppio – molto più coraggioso, baldanzoso, sportivo e sprezzante di lui – con il quale si rimbalzerà la percezione di questa pandemia appena iniziata. In secondo luogo, lo sdoppiamento si attua anche “fuor di metafora”: Ale è la troncatura di Alessandro, nome dell’autore stesso del romanzo, con il quale il protagonista ha più del solo nome in comune, essendo entrambi scrittori e editor.

Lungi dal voler giocare alla scommessa su quanto di Gazoia ci sia in Ale e viceversa – gioco poco esperto e destinato al fallimento, oltre che poco proficuo – lo sdoppiamento deve essere la porta di ingresso per cominciare a comprendere il vero cuore del romanzo: la pandemia, come tutti i grandi pretesti letterari, è solo un espediente. Sì, l’ambientazione gioca facilmente sulle nevrosi – piccole o grandi – del protagonista e di chiunque gli graviti attorno, ma il sottotesto è uno e uno solo: di cosa si deve scrivere?

L’inettitudine

Sembra che l’inettitudine del protagonista, congiuntamente alla immobilità forzata di un’intera nazione che non sa che pesci prendere e, a volte, nega addirittura l’evidenza dei fatti, sia motore propulsivo verso la domanda fondamentale di ogni scrittore: perché scrivo? Cosa vale davvero la pena scrivere?

Non a caso Elsa, oggetto romantico del protagonista, prima plausibile poi sempre più distante, sia l’unica a sapere – tra tutti gli scrittori, accademici o aspiranti tali che Ale frequenta nella narrazione – cosa dire, come dirlo, chi è lei come scrittrice. È l’intermittenza della loro relazione la fonte: ciò che non si conosce sembra migliore, idealizzato, più sicuro di sè, più in controllo. Elsa è in controllo di sè, agli occhi di Ale, perchè non s’è ancora mostrata.

Una stasi generazionale

Quello di Gazoia è un romanzo sulla stasi: i personaggi sono tutti quanti in una situazione di stallo esistenziale che la pandemia non crea, ma accentua soltanto. E la scrittura stessa, in qualche modo, diventa metafora meta-letteraria di una staticità insormontabile e che non si riesce a distruggere, nemmeno a suon di parole, o forse proprio a causa delle parole stesse. Le microdemie, piccoli racconti immaginati dal protagonista che puntellano la narrazione generale, sono lo specchio dell’impossibilità dell’azione: ci dicono che l’unica alternativa è mettere il disagio in parole, trasformarlo in arte quando non si può fare nulla per cambiare davvero le cose.

Non so dire quanto fosse nelle intenzioni dell’autore dipingere questo malessere generazionale – e nemmeno è importante saperlo, in fondo – ma sicuramente “Tredici lune” sottolinea un disagio al quale si partecipa tutti in coro da molto prima che il Covid-19 entrasse in scena a gamba tesa.

Concludendo, il romanzo di Alessandro Gazoia – che risuona a più di un livello di lettura e che opera più di uno slittamento narrativo – utilizza l’espediente della prima persona, del punto di vista soggettivo, per restituire quello che in realtà è una dimensione molto più ampia (e le microdemie che spuntano qua e là sono lo sfogo naturale di questo paesaggio sottostante).

“Tredici lune” è la storia di un uomo immobile, delle sue relazioni immobili, di un’Italia immobile e della scrittura, di cosa voglia dire scrivere e di quanto sia necessario riuscire a scrivere anche delle proprie inazioni.


In evidenza, immagine di copertina di “Tredici lune”, edito da nottetempo.

Clelia Attanasio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto