L’analista della grafia

Barack visse con noi solo due mesi, era un brillante giovane originario di Israele che come lavoro faceva l’analista della grafia. Ci raccontò che nel suo paese aveva lavorato come esperto forense e che emigrò ad Amsterdam per cercare fortuna come freelance ma anche per lavorare nelle risorse umane di qualche grande impresa multinazionale. All’epoca vivevamo insieme e benché fossimo tutti impegnati in qualcosa di insolito, la sua eccentricità ci conquistò e ad ogni cena assistemmo a un suo monologo sulle possibilità che offriva quella professione: ammesso che tale professione esistesse davvero.

Nessuno, dico nessuno e quindi neanche io, obbiettò al fatto che un profilo professionale del genere potesse funzionare nel bel mezzo di una rivoluzione digitale e le idee bizzarre di Barack si trasformarono in un diversivo serale per le cene che facevamo in quel corridoio lungo e stretto. Dopo tre settimane, Barack ci comunicò che non aveva i soldi per pagare l’affitto. La cosa ci sembrò strana, era sempre generoso nelle collette e non badava a spese quando si trattava di mangiare e bere. Gli dicemmo che per quel mese andava bene così ma che per quello successivo avrebbe dovuto pagare due quote. Restò molto contento della nostra magnanimità e la sera stessa organizzò una cena in cui ci raccontò i vantaggi in termini di crescita personale – ma anche di salute – che può avere chi si affida a un buon handwriting analyst.

Ricordo ancora che mangiammo un piatto che ci presentò come frittata persiana e che bevemmo un vino rosso biologico che ci sembrò una spesa eccessiva per uno che non era stato in grado di racimolare i soldi per l’affitto di una stanza. Da quella cena le domande che ponemmo a Barack seguirono un ordine diverso: diciamo che ci interessammo alla sostenibilità finanziaria delle sue idee. Senza troppi giri di parole, le coinquiline gli chiesero che tipo di lavoro poteva fare lui per una grande impresa visto che di gente in giro alla ricerca di un’analista della grafia non ce n’era mica tanta. Barack ci spiegò che lui, in una grande impresa, avrebbe potuto collaborare nel processo di selezione del personale. “E come?”, disse un po’ stufata la coinquilina che aveva messo la sua quota per l’affitto. “Valutando la scrittura dei candidati: dalla grafia ti posso dire se quel tipo di persona è adatta oppure no a quel tipo di lavoro!”.

Eravamo così fuori di testa che quella spiegazione ci soddisfò, ancora una volta nessuno gli fece notare che la maggior parte delle candidature avvenivano ormai attraverso posta elettronica o moduli da compilare online, e terminammo la cena con una cheesecake da lui stesso preparata.

In quei giorni andò a letto con la coinquilina che gli aveva prestato il denaro e poi fece il mellifluo con l’altro coinquilino che era chiaramente attratto da lui. Neanche per il mese successivo però Barack mise insieme la quota per pagare l’affitto e allora gli chiedemmo di andarsene via, visto che avevamo bisogno di una persona effettivamente in grado di sostenere le spese. Dopo aver lasciato casa nostra trovò posto in un ostello cristiano dove lavorava in cambio dell’ospitalità. In quella struttura non si poteva né bere né fumare, ogni mattina erano costretto a partecipare alle preghiere e nonostante i debiti continuò a frequentare casa nostra, a offrirsi come cuoco e toyboy per la mia coinquilina ma anche per il mio coinquilino, anche se di questa cosa Barack non andava molto fiero.

Milano, ottobre dell’anno scorso.

Camminavo con il cane nei pressi dell’Arco della Pace quando a un certo punto vidi un tizio seduto su di una sediolina con un cartellone su cui c’era scritto FREE CONVERSATIONS. Appena lo vidi pensai fosse Barack, poi mi dissi che doveva essere l’eccentricità dell’iniziativa a farmi ricordare di lui e proseguii dritto per la mia strada. Al ritorno però, aiutato dal cane che lo andò ad annusare, potetti nitidamente distinguere la sua sagoma: il rostro da uccellaccio dentro cui si perdevano due fascinosi occhi celesti, la fronte alta, i capelli castani, le orecchie leggermente appuntite perfette per quella figura dinamica e levantina, se non addirittura sinistra. Mi andai a sedere alla sedia e gli dissi che avrei avuto piacere a conversare gratuitamente. Lui mi domandò se avessi avuto problemi a farlo in inglese e fu quando cambiai lingua che mi riconobbe davvero, dal timbro della voce e l’accento marcatamente italiano: “Posso associare questa parlata solo al tuo volto!”, disse, fissandomi negli occhi come uno spiritato, perso come un bambino, come se gli anni passati gli avessero regalato ancora più incertezza e confusione anziché maturità e giudizio.

Gli parlai allora del mio lavoro da copywriter, del mio trasferimento a Milano avvenuto due anni prima. Ci chiedemmo reciprocamente se avessimo ancora notizie dei vecchi amici in comune ma entrambi facemmo spallucce: niente di più di un messaggio d’auguri su Facebook in occasione dei compleanni. Per toglierlo dall’imbarazzo gli chiesi se gli andava di pranzare con me, sarebbe stato mio ospite, e fu così che ci incamminammo verso Chinatown con la sediolina, il cane e il cartellone.

A tavola mi raccontò che faceva parte di un movimento internazionale che offriva conversazioni gratuite in tutte le metropoli del mondo e che si trovava a Milano perché gli sarebbe piaciuto lavorare come terapeuta per le modelle e i modelli visto che la sua formazione principale – disse proprio così, nella nostra lingua – era in psicologia. Disse pure che non aveva abbandonato la strada dell’analisi della grafia e che questa si poteva integrare perfettamente in una terapia aggiornata, all’avanguardia. Dalla celerità con cui mangiò e dal modo in cui muoveva gli occhi capii che le cose per lui non si erano raddrizzate affatto, che non aveva cambiato stile di vita e che forse non l’avrebbe cambiato mai. All’esterno del ristorante non sapevamo come accomiatarci, ci sentivamo profondamente legati da qualcosa, ma anche irrimediabilmente separati. La presenza rumorosa del cane ci aiutò, poi lui mi allungò una penna e un quaderno sul quale mi chiese di scrivere il mio numero. Scrissi numero ed indirizzo di casa, non si sa mai che il ramingo finisce per strada, e quando gli restituii il quaderno disse: “Dalla scrittura ti posso dire che questo non è il tuo numero di telefono e che questo non è l’indirizzo dove vivi!”. Ridemmo all’unisono, fu una risata goffa e fragorosa. Era la prima volta che mentivo così spudoratamente a una persona, anche se non ritenevo Barack un vero e proprio amico, e con la coda di paglia tra le gambe me ne andai verso casa, consolato dal fatto che in una città così grande non sarebbe stato semplice rincontrarlo.


In copertina, fotogramma dal film Hero (英雄), di Zhang Yimou, 2002.

Antonio Panico nasce in provincia di Napoli nel 1986. Si è laureato in Scienze politiche all’Università Orientale di Napoli e ha avuto diversi riconoscimenti presso alcuni premi letterari a cui ha partecipato con romanzi inediti. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste letterarie Bomarscé, Carie, Il Rifugio dell’Ircocervo, L’irrequieto, Risme e Madre.
Cura Settepazzi, blog di approfondimento sulla letteratura latino-americana. Ha fondato e dirige Grande Kalma, laboratorio di micronarrazioni e rivista letteraria.

Redazione

Un pensiero su “L’analista della grafia

  1. Un racconto molto bello, mi ha donato un senso di delicatezza e di tenerezza, oltre che un po’ di tristezza.

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