Bulloni

Non voleva tornare. Ma la madre era messa male. Doveva recitare la parte del bravo figlio. Prendere un volo e non tradire il richiamo della famiglia. Al giorno d’oggi è da considerarsi un’ingiustizia morire prima dei settant’anni. A meno che non si vada incontro ad un evento traumatico, un incidente in strada, un terremoto, qualcuno che ti spari addosso, i settant’anni sono percepiti come un traguardo medio acquisito, semplice da raggiungere. La qualità della vita si è notevolmente dilatata nel corso degli ultimi decenni. Ci sono medicine che funzionano di più. Perché la vecchiaia è diventata un business del quale sempre più persone devono fare parte nel ruolo di clienti.

Con la sua presenza magari avrebbe cercato di rendere meno evidente il torto. Però quando fu proposto a Danush di provare a tenerla in vita opponendo al cancro un costoso ciclo di chemio lui disse di no. Si trattava soltanto di un accanimento piuttosto stupido oltre che poco pratico. Quel corpicino ossuto non poteva reggere più nulla. Bastava guardarlo per provare rabbia. Su ogni piaga si contavano anche i giorni di sofferenza, e non era difficile immaginare quanti pochi ne mancassero perché quegli occhi schiacciati dalla fatica si chiudessero una volta per tutte. Le cose della natura devono fare il loro corso. Non soltanto per una questione di risparmio. Dalle loro parti l’ospedale faceva spavento. Cosa ne sapevano i dottori di terapie. Pezzenti che non avevano mai visto niente del mondo: i primi che non ne capivano nulla erano loro. Volevano soltanto tenerla in vita qualche giorno in più per essere in diritto di chiedere la mancia e per lucrare sulla situazione. La sorella lo pregò di portarla in Italia, visto che lui lavorava per conto suo e da più di vent’anni aveva messo radici laggiù. È complicato, mamma non è residente. Il volo, le pratiche, una struttura privata … sarebbe un massacro. Non guadagno così bene, che ti sei messa in testa? Deve morire qui nella sua terra punto e basta, possiamo soltanto starle vicini e ricordarla per quanto ci ha dato.

Non ci furono margini di trattativa. La decisione era presa e non sarebbe cambiata. Provò anche a intromettersi Genti, il marito della sorella, per farlo ragionare davanti a un caffé perorando la causa della moglie, che non si rassegnava all’idea di fare così poco. Danush lo fece parlare per circa cinque minuti, pensando ad altro. Quando gli sembrò che quello avesse esaurito gli argomenti gli disse una sola cosa, mettendo già i lekë sul tavolo: ascolta, io non so chi sei tu. Ti rispetto perché sei il marito di mia sorella, ci hai fatto due figlie e mi ospiti in casa tua in questo momento. Però non ti azzardare mai più a mettere bocca nei fatti della mia famiglia. È la prima e ultima volta che succede. Non te lo voglio ripetere. Perché a me di te non importa proprio. Non sai chi sono, come ho vissuto dopo che mio padre ci ha abbandonati, cosa faccio di là. E le cose devono continuare ad andare così.

Con le poche medicine che le venivano somministrate la madre andava incontro ad un aggravamento progressivo. Allo stesso tempo il suo fisico aveva l’accortezza di non collassare. Niente spettacoli fuori luogo. Composta, asciutta così come aveva vissuto. Si stava spegnendo nella discrezione. Danush la ammirava per questo. Si ricordò che a lei piacevano da matti i gamberi fritti. Andò in una pescheria e se ne fece preparare due vaschette abbondanti, gamberi viola polposi e qualche anello di calamaro. Meno male che non si distrasse. Il ragazzo di bottega fu sul punto di mettere il limone. Gli gridò di non farlo. Fece appena in tempo. Il limone è nemico del fritto, annulla la croccantezza della pastella, ignoranti come somari che non siete altro. Questo significa aver vissuto sempre col muso al di qua della staccionata. Quando arrivò per l’ora del passo in corsia avevano già mangiato; la madre allungò comunque due dita, pescando a caso, per fargli piacere. Masticava senza forza nelle pieghe delle gote. Non si capiva se era più lo sforzo o la gratitudine.

Una sera in cui erano soltanto lei e lui, senza nipoti, senza la sorella, senza quel torsolo di cognato, se lo avvicinò alla bocca e gli parlò piano. Come in un confessionale. Disse tutto drizzandosi a fatica a sedere sul letto. Poi, quando fu sicura che Danush avesse capito, si ripiegò all’indietro sulla pila dei guanciali che le sostenevano la schiena. Riposo meglio così, sdraiata non ci posso più stare, mi prende subito una fitta sul fianco. E tu perché non hai protestato se eri innocente e non era successo niente? Pensi che fosse facile allora far valere le mie ragioni? La voce di una donna contava meno di zero, nessuno dava ascolto alla figlia di un capraro. Tu sai come era tuo padre, abbassava la testa e caricava come un montone. Per quella schifosa maldicenza io ho perso tutto quello che potevo perdere allora. Uomo, famiglia, sostegno. Mi siete rimasti voi, e vi ho tirato su con una fatica del diavolo. Dovevi sapere, non voglio andarmene così, come una disgraziata.

Alla sorella non disse di quella confessione. Danush aveva sempre un’espressione indecisa, a metà tra il sofferente e lo sfiduciato, ma nemmeno dopo il sesso si confidava. Nessuno poteva davvero dire cosa gli passasse per la testa. In quel momento non sembrava turbato ma i suoi pensieri erano presi da altro. Di sicuro, animati da qualcosa di più grande dell’urgenza di organizzare un funerale dignitoso. Anche le nipoti, alle quali non aveva portato nemmeno un piccolo pensiero dall’Italia, lo videro più scuro del solito. Gli chiesero se volesse ancora frutta, e non ricevendo risposta lo lasciarono perdere. Dopo cena si chiuse in camera e fece alcune telefonate. Con l’orecchio accostato alla parte più sottile del muro la sorella lo ascoltava parlare in un italiano fluido, con un accento del nord. Comprese che stava lasciando indicazioni a persone della ditta. Una frase la percepì più distintamente di altre. Vedrai che da ora in avanti tocca a te e queste saranno responsabilità tue; non ho tempo di spiegare ma ho deciso così e penso sinceramente che tu sia pronto per prendere il controllo anche senza la mia presenza. Quelle poche cose che non sai, le imparerai in fretta, tutto il resto lo conosci. Non sapeva a chi il fratello si stesse rivolgendo, ma era di certo una frase bella da ricevere, piena di fiducia.

Danush uscì di casa quando tutti dormivano. A poche centinaia di metri dalla strada stavano costruendo numerosi edifici. Uno accanto all’altro, cubi a forma di alverare. Il cantiere era aperto. Due cani si erano allungati su una montagnola di rena. Alla base c’erano ancora le pale con cui gli operai avevano riempito le carriole durante la giornata. Sapeva come si tirava su un palazzo di otto piani. A Padova agli inizi aveva lavorato come muratore con uno delle sue parti. Li avevano messi a impastare il cemento nella betoniera. Aveva capito come il capomastro tracciava i solchi per terra, e come si armavano le pareti. Cercò tra i tubi Innocenti che erano accatastati in attesa di essere montati. I cani non gli badavano, mentre ogni tanto si faceva luce con il cellulare. Mise in una sacca di tela che si era portato da casa una decina di mozzi e bulloni, di quelli che servono a sostenere le impalcature dei ponteggi e a serrare le viti. Quando rientrò c’era silenzio. Nella scarpiera trovò una borsetta di pelle morbida. Dai disegni infantili sembrava appartenere ad una delle due nipoti. Una gatta con gli occhi annegati in due cuori deformi. I manici erano saldi, alla presa risultavano maneggevoli. La cerniera teneva a meraviglia. Una volta in camera ci travasò dentro i bulloni e i mozzi e la fece sparire sul fondo dell’armadio, sotto alle coperte di riserva. Poi si allungò sul letto.

Il giorno dopo prese con sé soltanto la borsa e il telefono, nascondendo entrambi dentro il giaccone. Senza fare colazione chiese il permesso di utilizzare l’auto del cognato. Stette in giro e fece delle domande a gente che conosceva. Si interessava di un certo Armand, se era possibile incontrarlo in paese e a quale ora. Pranzò in una taverna all’aperto, nonostante tirasse vento e la temperatura non fosse mite. Si giustificò dicendo che gli piaceva fumare e che andava bene così. Quando passò sulla strada una Golf con la marmitta che perdeva fumo nero, gli venne davanti l’immagine di lui e suo padre che nel ‘93 spingevano in folle una Mercedes benz 450 lungo una stradina di campagna. Chissà come ci era finita laggiù. Era ancora una buona macchina, solida nonostante i 300mila e passa chilometri. Peccato solo che stentasse a mettersi in moto alla prima. Preso l’abbrivio suo padre si metteva a correre e si infilava al posto di guida, pestando sul pedale della frizione nella ricerca della seconda da inserire. Aveva imparato a smontare un carburatore e a pulirlo. Gli aveva promesso che lo avrebbe fatto diventare meccanico, perché di un buon meccanico in ogni posto in cui vai c’è sempre bisogno. Poi da un giorno all’altro aveva cominciato ad urlare alla mamma, più forte, fin quando non se ne era andato di casa. I primi tempi si faceva ancora vedere in paese e si informava di come stessero i figli. Consegnava ai nonni qualche lekë, precisando che erano destinati ai ragazzi. Se lei ne avesse spesi soltanto anche pochi per sé, se non avessero controllato loro stessi questa cosa, non gli avrebbe rivolto mai più la parola. Poi aveva lasciato l’Albania e di lui nessuno aveva voluto sapere più niente.

Restò nel giardino della taverna fino alle quattro del pomeriggio, bevve un ultimo raki e si mise in movimento. Parcheggiò l’auto e raggiunse a piedi una sala scommesse; di quelle che fanno anche da bar. Al primo tavolino, sotto il blocco dei monitor che trasmettevano tre partite di calcio estero in contemporanea, era seduto assieme ad altri anziani Armand, imprenditore a capo di una rivendita di liquori di importazione. Fumavano tutti, anche se il cartello con il divieto era esposto nella sala. Riconobbe Besnik, il figlio dell’allora calzolaio della cittadina. Avevano provato a varcare il confine insieme, subito dopo il crollo del sistema, poi si erano spaventati osservando dietro un cespuglio le guardie che si davano il cambio e che erano armate con i kalasnikof. Avevano lasciato perdere. Si ricordarono quei fatti con un’occhiata, senza salutarsi. Besnik, tu e i tuoi amici toglietevi di torno. Non voglio ferire nessuno. Alzati ti ho detto, vai per la tua strada. Armand aveva capito che in qualche modo quell’estraneo cercava uno scontro con lui. Allora lo affrontò, perché non aveva da temere. La sua coscienza era tranquilla sul fatto che non avesse niente di cui vergognarsi da molti molti anni a questa parte. A chi vuoi far male tu dannato malok, vattene a casa prima che la faccenda diventi più grossa di te. Ti sei informato su chi sono io qui? Danush non lo lasciò finire. Prima fissò la sommità del suo cranio, prendendo come riferimento il punto in cui i capelli si diradavano. Poi tirò fuori dal giaccone la borsetta con fare molto calmo, liberando con il braccio destro steso un gesto ampio e ripetitivo, molto misurato e allo stesso tempo incapace di interrompere la propria corsa.

Mentre tutti si allontanavano definitivamente dalla scena il corpo con la testa sfracellata di Armand rimase piegato da una parte sulla sedia, senza rovesciarsi a terra. Danush si sedette davanti a lui e cercò di recuperare le carte che non si erano macchiate di sangue. Cominciò ad ordinarle sulla parte pulita del tavolo; tra le altre, mancavano il fante e la regina di picche. Le dispose per seme e una volta ricostruito un mazzo incompleto si mise a mescolarle aspettando la polizia. Fu preso e portato in carcere per l’interrogatorio di garanzia. Non appena si trovò davanti la legge Danush, senza troppa convinzione, cercò di darsi un tono da delinquente. Chi vi dice che sia stato proprio io a combinare tutto quel macello? Qualche testimone ha parlato? Ha detto: sì, adesso vi racconto come sono andate le cose? Si sentì rispondere senza partecipazione che non c’era alcun bisogno di testimoni. Le telecamere di sorveglianza della sala scommesse avevano registrato tutto. Si vedeva Danush che entrava. In bianco e nero sembrava più grasso di quanto fosse in realtà, con la giacca pesante addosso che lo segnava sui fianchi. Scambiava due parole con le persone che erano radunate attorno al tavolo per giocare a carte, estraeva quella sua arma assurda e cominciava a colpire Armand sulla testa, sei volte di fila, senza che quello potesse reagire o scappare. Aveva alzato le mani per proteggersi al primo colpo, ma il peso dei bulloni e dei mozzi gli aveva subito piegato gli avambracci. Il secondo colpo lo aveva centrato in pieno volto e da lì era stato facile infierire. Il Procuratore fece vedere quelle immagini all’imputato prima di cominciare con le domande. A rallentatore. Guarda cosa hai fatto. Insisteva sul perché del gesto, non essendo riuscito a ricostruire un movente plausibile. Quale era la molla che lo aveva fatto scattare, rovinandogli l’esistenza e compromettendo tutto quanto aveva costruito in anni di onesto lavoro in un altro paese? Dovevano essere questioni enormi, per le quali valesse davvero la pena rinunciare alla propria libertà personale. C’erano dei soldi di mezzo? Perché si era accanito contro quel vecchio? Cosa c’entrava con la sua famiglia? Nessuno dei suoi risultava ucciso da parenti di quel ceppo. Allora, perché aveva preteso il sangue di quell’uomo? Quale era il senso di quella esecuzione così plateale? Esigeva la spiegazione dei fatti. Danush si ostinava a rimanere in silenzio. Solo ad un certo punto, quando gli fu negato un caffé e le domande si facevano estenuanti, disse: ma tu sei uomo o cosa? Ci sono storie su cui si può passare sopra. Altre invece restano aperte, come quelle ferite che non sanno guarire fin quando la carne non muore.

Da quel momento Danush non volle spiegare più nulla a nessuno. Lo condannarono con il rito abbreviato a trent’anni di carcere. Non acconsentì a ricevere visite, tranne quelle della sorella. Si fece portare molti libri. Stava praticamente tutto il giorno in cella e preferiva consumare i pasti seduto sulla branda, senza unirsi agli altri. Due volte alla settimana si aggrappava alle sbarre e si tirava su, lasciando rigido tutto il resto del corpo. Gli faceva bene fortificare le braccia; sentire gonfi i bicipiti.


Fabio M. Rocchi è nato a Firenze ma vive e lavora a Tirana. Dopo un dottorato in Tecniche di analisi del testo letterario a Siena ha fatto impresa per tredici anni in un campo del tutto diverso da quello della sua formazione: il web marketing. Ha pubblicato articoli in riviste specialistiche, occupandosi di critica tematica e delle figure genitoriali nel romanzo italiano tra Otto e Novecento. Altre sue analisi sono state dedicate alle opere di Robert Walser, Paolo Volponi, Federigo Tozzi, Ezio Sinigaglia, Anilda Ibrahimi e Ornella Vorpsi. Nel maggio del 2019 ha deciso di tornare a studiare e a scrivere. Oggi è docente a contratto di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere di Tirana.

Bulloni è un racconto estratto dalla raccolta “La disputa sul Raki e altre storie di vendetta“, edita da Besa muci.

Redazione

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