Il morbo di Bolaño e il nemico della letteratura

1. La malattia inizia con piccoli segni inosservati.

Non ancora sintomi, nessuna anomalia, niente che giustifichi un controllo. No, la malattia entra nell’organismo clandestinamente. La coscienza non si accorge dell’intrusa. Il decorso è comunque rapido. Presto la cellula infetta si duplicherà, determinando una moltiplicazione inarrestabile. Crescendo di numero e grandezza, le unità si organizzano in silenzio, come in una congiura, un colpo di Stato.

Il morbo di Bolaño ha colpito anche me. Il nome l’avevo già sentito, ma non andavo oltre. Un giorno che setacciavo la piccola collezione Sellerio di mia madre fui incuriosito da un titolo accattivante: I detective selvaggi. Lessi le prime cento pagine il giorno stesso, altre cento il giorno dopo, e così il terzo. Poi, circa a metà libro, lo riposi. La parte delle interviste, nonostante il suo dinamismo così nuovo, felicemente sperimentale, mi aveva stancato. Non ricordo cosa lessi dopo. Ma col senno di poi so che, nelle settimane seguenti, il morbo stava lavorando con la pazienza del veleno. Spinto dall’astinenza, dopo neanche un mese ripresi il libro. Lo lessi d’un fiato. Paragonando la scrittura a un termometro, nel mio sistema di misurazione lo scrittore cileno raggiunse subito la massima temperatura possibile. Di più, arrivai a identificarlo con il termometro stesso, o con il mercurio che vi è contenuto. Ecco il nuovo degente.

Il più delle volte l’individuo colpito dal morbo di Bolaño reagisce con scariche di euforia incontrollata. Di rado opterà per l’isolamento. Come un sieropositivo ignaro del pericolo che rappresenta, contagerà altri. Una delle mie vittime, terminata la lettura dei Detective, mi scrisse che il significato del romanzo era «l’uccisione della giovinezza». Un’altra riuscì a leggere 2666 (mille pagine) in una settimana, riferendomi poi le sue impressioni con la voce rotta dal pianto. Ecco i nuovi degenti.

2. L’idea di questo articolo mi è venuta per rabbia e non per caso.

Su pochi scrittori contemporanei la furia della canonizzazione si è abbattuta così violentemente come su Roberto Bolaño. Complici alcuni episodi della sua vita (l’esperienza avanguardistica in Messico, la breve detenzione in carcere durante il golpe in Cile, l’esodo spagnolo, i mille lavori umili prima dei grandi romanzi) che lo hanno reso una simpatica rockstar della letteratura, dal culto per l’autore cileno sono nate vere e proprie tribù, con tanto di funzioni e linguaggi misterici. Nelle sette bolañiste non è possibile fare un discorso critico, che accanto all’amore per l’opera riesca a interrogarsi anche sugli eventuali limiti. Ma è questo precisamente il punto in cui ci troviamo, nella fruizione e produzione di cultura: accettazione incondizionata, sacrale, o rifiuto e messa all’indice. Questo tic religioso ovviamente è massimo in campo artistico, dove il digiuno dall’Assoluto è raro, e frequente invece la dieta ipercalorica.

Fenomeni di questo tipo non vanno confusi con i miti della cultura popolare. Non si crea una setta intorno a un’opera pop, della quale tutti si sentono legittimati a godere, scambiare opinioni, chiacchierare. Ecco, non si chiacchiera in una tribù: si recita il mantra per il proprio deva. Gli altri sono gli impuri, i paria. Per entrare nella setta bisogna conoscere le formule del rito, ossia leggere buona parte della produzione di Bolaño; condizione necessaria ma non sufficiente, come mi spiegò uno scrittore commentando un mio post su Facebook: «per capire veramente Bolaño non basta leggerlo: bisognerebbe fare le sue stesse esperienze». Sciocco io che mi limitavo alla lettura! L’arte bisogna incarnarla. Per capire veramente sarebbe stato meglio passare un po’ di giorni al gabbio (uso l’espressione dialettale dato che il suddetto scrittore è romano), ovviamente a causa di una qualche azione politica, e una volta usciti magari emigrare in una località poco conosciuta. L’autore di Puttane assassine ha avuto la sua Blanes, attraversando l’oceano; se non vogliamo rischiare troppo, noi possiamo riparare in un paesino nei pressi di Latina. La geografia è la vera spina nel fianco delle sette bolañiste italiane. Quando si trovano ad ambientare i loro romanzi e racconti mostrano un certo imbarazzo. Bolaño ci parla di Città del Messico, di Juárez, della frontiera americana: proviamo a situare il protagonista (magari uno scrittore in fuga) a Bari o Barletta; stiliamo il nostro archivio sui femminicidi in Brianza. È ovvio che pochi sono tanto imprudenti, per cui la scelta obbligata sembra quella di non pronunciare il nome del posto («la prima morta fu ritrovata fuori dalla città…»), o al limite di condurre i personaggi in luoghi esotici e affascinanti, che tuttavia non si saprebbero indicare sulla mappa. Ma se osiamo notare che entrambe le alternative sono ridicole, il membro della setta ci guarderà in cagnesco (anzi, poiché devono mostrarsi eccentrici pure sui modi di dire, in bolañesco).

3. Nell’inverno del 2018 andai ad assistere, in un piccolo locale di Roma al Pigneto, alla serata organizzata da due blog letterari che rientrano pienamente nella categoria sette bolañiste.

Presentavano un libro di racconti scritti dai componenti di entrambe le squadre. L’happening prevedeva anche un reading: bastava segnarsi sulla lista per poter leggere un testo, proprio o di altri, con un limite orientativo di cinque minuti a persona. Io scelsi delle poesie inedite, non mie, ma come se lo fossero perché ci tenevo molto. Alla presentazione del libro c’erano poche persone, non più di una ventina. Un’ora dopo il locale era strapieno, un viavai continuo: aspiranti scrittori pronti al battesimo del fuoco; studenti di lettere o filologia, filosofia, comunicazione; redattori, traduttori, editor, agenti; comitive che entravano solo per salutare qualcuno; altri gruppi non identificati, che erano lì solo per bere qualcosa, forse attratti dalla folla.

L’inizio del reading fu emozionante. Attorno al primo lettore, il microfono in mano e un plico di fogli nell’altra, si creò un silenzio di rispettosa curiosità. Per un attimo il Pigneto si trasformò nella San Francisco di Kerouac e Ginsberg: pur con tutte le riserve nei confronti della molle beat generation, era difficile non sentire un brivido di piacere. Mi sembrava che il semplice fatto di essere lì riuniti per un reading fosse qualcosa di eroico. Di quel primo testo purtroppo non ricordo niente, se non l’eccezionalità del silenzio. Ma già dalla seconda lettura le cose cambiarono. La maggior parte del pubblico ora non fingeva il minimo interesse. Il brusio copriva le casse collegate al microfono, così non si sentiva quasi nulla dei lettori, sempre più simili a martiri che scoprissero l’inutilità del loro sacrificio. Aspettavo il mio turno con lunghe fitte di terrore. Dato che sono freddoloso (era pur sempre dicembre e la porta d’ingresso si apriva in continuazione per l’ingresso di nuove persone), avevo ancora indosso il Woolrich quando mi alzai per leggere. Levai lo sguardo e affrontai la folla, o meglio la sua indifferenza. C’erano non più di cinque persone ad ascoltarmi; di queste, forse solo due riuscirono a capire qualcosa. Presentai brevemente i testi che stavo per leggere dando qualche notizia sull’autore. Ho questa immagine di me con indosso il Woolrich mentre recito poesie che non interessano a nessuno. Sul podio dei ricordi tristi, forse al primo posto. Ma con una specie di menzione d’onore per l’eroismo. Un eroismo opposto a quello romantico o dannunziano, molto simile invece a quello descritto da Bolaño: un eroismo inappariscente, pieno di «gesti inutili» e di un coraggio talmente disperato da credere al «destino».

4. Le tribù bolañiste riflettono, esacerbandolo, un atteggiamento dello stesso Bolaño.

Gran parte della sua opera è fondata infatti su un’etica del coraggio e dell’eroismo, virtù di cui sono sprovvisti i nemici dello scrittore. Il nemico principale, almeno nei Detective, sembra essere Octavio Paz. Nella lista di proscrizione finiscono anche Neruda, Márquez, Vargas Llosa. Ovviamente queste dichiarazioni di guerra sono inseparabili dall’ironia di Bolaño, che non nega il valore di molti libri di parte nemica, sottolineandone semmai la distanza con il destino pubblico e politico dei loro autori. Queste cose sono risapute tra i membri del clan. Ma ci sono momenti in cui il nostro poeta-lottatore abbandona il tono ironico.

Il 14 dicembre 2002, presso il Centre de Cultura Contemporànea de Barcelona, lo scrittore cileno lesse un discorso intitolato Derive della mala. Dall’introduzione del discorso apprendiamo che «l’idea di partenza era parlare della letteratura argentina da Borges fino a Rodrigo Fresán», mentre il testo cui è arrivato effettivamente «si limita quindi alla deriva subita dalla letteratura argentina dopo la morte di Borges, alla deriva gangsteristica che questa letteratura ha subito dopo la sua morte». Quello che mi colpisce è un’osservazione fatta di passaggio, che ha però i contorni di una faglia o voragine, capace di risucchiare tutto il resto. A un punto della descrizione dell’opera di Osvaldo Lamborghini troviamo quella che sembra una considerazione globale della letteratura, come se Bolaño la stesse sorvolando. Il passo è questo:

«Il problema di Lamborghini è che aveva sbagliato mestiere. Gli sarebbe convenuto fare il sicario, o il marchettaro, o il becchino, tutti mestieri meno complicati che tentare di distruggere la letteratura. La letteratura è una macchina blindata. Non gliene importa nulla degli scrittori. A volte non si accorge nemmeno se sono vivi. Il suo nemico è un altro, molto più grande, molto più potente, un nemico che finirà per farla a pezzi. Ma questa è un’altra storia».

Sul più bello Bolaño ci abbandona, passa oltre senza più tornare sull’argomento. Chiedersi chi sia questo nemico della letteratura esula dalle pratiche tribali. Per citare il titolo di uno dei tanti romanzi pubblicati postumi, la domanda rientra nei dispiaceri del vero poliziotto, di chi rifiuta l’appartenenza a una setta e opera da solo. Credo che Bolaño, pur non volendo sbilanciarsi sull’identità di questo nemico «molto più grande, molto più potente», abbia lasciato più di un indizio, e che l’ultimo libro di 2666 (La parte di Arcimboldi) sia un malcelato pretesto per elaborare un identikit. Il suo capolavoro inizia come una barzelletta (La parte dei critici: un francese, uno spagnolo, un’inglese, un italiano…) e si conclude con la biografia dello scrittore scomparso e un’incursione su tutto il Secolo breve. Dopo gli omicidi di donne in Messico, riavvolgiamo il nastro per ascoltare il finale di questa barzelletta nera. Il registro grottesco dell’infanzia e della prima giovinezza di Hans Reiter. Il castello di Dracula dove generali, baronesse e scrittori di regime celebrano un festino. L’alta cultura che asservendosi ai totalitarismi si allea con il kitsch. Forse il nemico della letteratura corrisponde proprio alle tribù, grandi o piccole che siano, alla malattia di voler ridurre il linguaggio e le sue possibilità a parole d’ordine, all’illusione che il linguaggio (così come il potere e il desiderio) non abbia limiti.

Francesco Lodato

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