Neoprene

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Wooh!
C’era questa canzoncina che veniva fuori da una qualche minibose e si buttava alla centralina: on va chercher la femme, on va trouver l’amour, et toi dis-moi que tu m’aimes et dis-le moi toujours.

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Quando ho saputo che Antonella aveva preso casa al mare, subito ne ho presa una in affitto anch’io. Stessa località, afforza. Sarà che la separazione ti accende dentro qualcosa di primordiale, ti inchioda nel cranio un pensiero mulo, un centrone maledetto che il cervello n’altreppoco ne scoppia. Anzi ti scoppia centopercento se almeno non fai che ti metti deciso sulle tracce della tua ex. Il centrone ti sfrena come un animale. A pedinarla come un animale, voglio dire. Però quando ti parte la tettoia di ʽsta maniera viene anche qualcosa di buono, come se superi paure antiche. Per esempio la paura del mare. Ho sempre odiato con tutto me stesso il mare. Sempre spaventavo di quella massa liquida che ogni secondo minacciava di montare in tutte quante le direzioni, che fa wooh! per non lasciarti scampo. E mo’ eri qui, ami, che poi era un pezzo che non ci chiamavamo più ami, eri finalmente al mare, spiata e pedinata mentre ti credevi di esserci venuta per buttarmiti alle spalle, non ne potevi più della villeggiatura in campagna che dei nostri scazzi è stato il peggio dei peggio, lo dicevi sempre: quando diavolo mi farai fare una vacanza con tutti i cristincroce, è mai possibile che la sera ad agosto ti devo stare a guardare mentre dai sfogo a quella passione disgustosa che hai di buttare il sale grosso sulle lumache?

Una volta che aveva appena finito di ripetermi questa litania, abbassai lo sguardo sul sale che ancora mi restava in mano, richiusi le dita a pugno e scagliai. Contro Anto. Lei sbiancò, spaventò e fuggì dentro al casolare. Aveva preso il capabbass’a piangere.

Errore mio, d’accordo. Ma non capivo. Come disgustosa? Ancora non mi faccio capace che lei o che chicchesia non provi piacere di buttare sale grosso sopra a quelle bestie che la sera d’estate n’escono gli eserciti con questi corpi molli e permeabili nella umida campagna. Infatti senza più la sua santa inquisizione addosso andai avanti a salare il mondo tutta notte.

Dev’essere afforza così – la storia del centrone e dello scatenarti come una macchina che non capisce più niente di niente al momento che la femmina ti dà il benservito – se me ne stavo lì sulla sabbia a osservarla da lontano, implacabile dalla mia spiaggina, mentre due cristoni brasati si fermavano sotto la sua capannina, ci parlamentavano un poco dopodiché lei prendeva un flyer dalle mani di uno dei due.  Appena Antonella più o meno un’ora dopo si è alzata dal lettino, si è staccata dalla sua mattonella, infraditi appesi al medio della sinistra, telefono e flyer nella destra, e ha cominciato a mettere un passo dopo l’altro sopra al bagnasciuga, mi sono messo a seguirla, piedi in acqua, mettendo quell’eppoco di lucidità che mi restava in giro nel cervello soltanto per fare attenzione a non farmi beccare a fare quello che stavo facendo. È stato giusto il primo giorno di vacanza. L’ho tenuta d’occhio mentre aggirava il carretto di quello del Kashmir dei costumi da bagno. E c’era questa canzoncina che veniva fuori dalle minibose portate a mare da tanti di questi infedeli, o come si chiamano loro, che ti vogliono rifilare braccialetti collanine occhiali a specchio statuine. La canzoncina on va chercher la femme. Tanti la ascoltavano ricanticchiandola, la sentivi ovunque in spiaggia e si buttava alla centralina, che si buttava. Antonella aveva superato tutti quanti i lettini degli altri cristiani e gli ombrelloni di tutti quanti i lidi, i corpi stesi sui teli mare e quelli a fare acquagym proprio a ritmo inch’allah, tutti i gazebo, i gonfiabili di tutte quante le spiagge libere. Ha continuato a camminare in riva al mare per chilometri sotto il sole che s’era fatto alto e cadeva a piombo, a infiammare la mia tettoia. Sempre la seguivo non visto, e stavamo camminando da così tanto che il borgo – di  venti pesciaioli d’inverno invaso da migliaia di turisti ora in disfacimento nella calura – non c’era più dietro la spiaggia, che non c’era più da un pezzo. Ora solo dune. E dietro a quelle spuntavano le cime dei pini marittimi in selva. Antonella proseguiva. Dove stai andando, ami?

Dove, che qua non c’è più nessuno e questa luce totale dilata la spiaggia in un’ampiezza che non l’ho mai vista e le cose diventano piccole piccole fermate nel solleone, piccole come questo enorme tronco sbiancato che abbiamo scavalcato leggeri, e il tuo muovere verso chissà dove è assorbito dentro a questo impero di luce. Anto, immagine di femmina remota ardente di uno splendore desertico con il paio di infraditi a dondolare dal medio della sinistra, telefono e flyer nella destra.

Il tempo si era rotto.Avolte, quando mi credevo che stesse per voltarsi, mi dovevo buttare in acqua per non farmi sgamare. Non spaventavo più di quella massa liquida, no che non spaventavo. Era placida come una mula, l’acqua. Il pensiero mulo mi faceva superare paure antiche.

Poi fim, è scartata dentro nella sabbia traversando la spiaggia. Ed è sparita oltre una duna. Il tempo ha ripreso a scorrere con un minimo di regolarità. Ma

L’atmosphère n’est plus la même

Sono arrivato anch’io a scavallare la duna, ho seguito il sentiero che riscendeva per pochi metri tra le formazioni di ginepro coccolone fino a una recinzione alta in canniccio da dentro dove esplodeva in tutte quante le direzioni di nuovo quella musica: on va chercher la femme, on va trouver l’amour. Ho fatto in tempo a vedere il giallo del pareo di Antonella che si infilava in quello che era l’ingresso. In quell’istante, proprio quando Antonella è entrata al ZonaFranka si è alzato un boato di voci maschie e femmine che stavano chiuse là dentro tutte insieme amalgamate, si è alzato a sovrastare la musica: et toi dis-moi que tu m’aimes et dis-le moi toujours.  Il sentiero in discesa mi ha fatto franare giù di corsa fino all’ingresso sorvegliato da un cristone mulatto di pelle e biondo di capelli e barba lunghi ossigenati, con la muta da surfista risvoltata in vita a esporre il fisico asciutto, i pettorali definiti. A me mi ha fatto, gridando per farsi sentire nel frastuono, Auei gringo io sono Warren, 15 euro l’ingresso all’aperisburro. Che a me mi ha fatto.

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Qu’est-ce que vous voulez que ça me foute!

Che colposotto!

Chi se ne sbatteva più della mia ex se ora se ne stava seduta alla puntapunta di una poltroncina in rattan a stringere le cosce nude di uno di questi manzi-Warren fermo in piedi di fronte a lei, a premersi bene bene quei quadricipiti femorali contro la faccia, a succhiare e reidratarsi dopo quel massacro di sale grosso sul corpo molle e permeabile che ne risultava dopo vita di coppia di lei insieme a me. Qu’est-ce que vous voulez que ça me foute! Ho sentito altro, che ho sentito. Ho sentito il sole e l’estate eterna che mi artigliavano le viscere e se le trascinavano in basso. Uno svuotamento. Era nato il dilemma grosso: Entrare/No. Un dilemma che mi ha tenuto sospeso nell’estate eterna.

Sono passati giorni che non si trattava più di aperi ma di pranzare e di cenare e rientrare nel patto sociale. Invece mi sono consumato sul dilemma Entrare/No. Mi aggiravo nei pressi del ZonaFranka dove si faceva aperisburro h.24 senza fidarmela a varcare l’ingresso. Mi sono inselvatichito di brutto. Fotteva più niente della mia ex. Il tempo rotto un’altra volta ancora. Mi lavavo in mare, dormivo in spiaggia o in pineta dove ho mangiato un cane, che ho mangiato. L’ho divorato come si divora a prima fame una cosa anche se fa schifo. Poi avevo di nuovo fame. Entrare/No? Che cazz’era successo al mio pensiero mulo? Era successo che un centrone aveva scalzato l’altro. Punto. Non facevo altro che vedere il neoprene della muta da surf che sguainava, come una pelle di serpente.

Bere come facevo? Fintanto che mi determinavo – e ciondolavo tra la spiaggia e il ZonaFranka con un aspetto ormai sempre meno rassicurante, la barba di giorni, i capelli neri ispessiti dal sale, braccia petto gambe screpolati, e una puzza addosso, uannau, che sudavo cane, sudavo cane vero – mi facevo passare qualche succhino dai ragazzi del Zona.

L’homme s’évanouit, n’a pas de lendemain
Avec les yeux fermés je ne sais pas ce qui se passe

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Com’è come non è, mi hanno arrestato. Perché facevo schifo, puzzavo, per via del cane.

E per quell’altro orrore trovato in pineta.

Stavo in cella con un tizio che faceva schifo e puzzava più di me e non faceva che chiamarmi figliolo e usare due dita tipo a virgolette ad ogni stronzata che diceva.

Il nazareno sa che stai soffrendo, mi ripeteva la notte mentre se lo menava sulla brandina.

Piano piano però sono arrivato a pensare che a lui potevo aprirmi: ho macellato il cane a cazzotti, vero, che quasi era carne macinata, ma con quell’altro orrore, miogesù, tiggiuro sulla tua testa dolente fasciata in asciugamano bagnato, io non c’entro.

Guardati, mi faceva, stai perdendo tutte le unghie, in tempo reale proprio, quello è lo stress, è tutta la pressione che ti senti addosso e che nessun cazzo di nessuno ti sta facendo. Non dire le bugie a nazarenotuo. Sei stato capace di uccidere un cane a mazzate, di mangiartelo. Stalkeravi – due dita a virgolette – e pedinavi la tua ex. Sei già un mostro così, e senti a nazarenotuo: lo convinci mica il giudice che non sei tu l’assassino – due dita a virgoletteaccazzo – di quella povera donna. Non te ne vai più di qua, a meno che …

Est-ce que c’est dangereux?

… a meno che non ti decidi a parlare del malloppo caldo che ti si è condensato dentro, del desiderio che ti ha piegato a un conto alla rovescia che non è mai arrivato a zero. È a zero che arriva il conto alla rovescia, sì? …

… a meno che, al finale, non ti decidi a confessare che era la tua dannata voglia di cazzo – due dita a virgolette – a farti girare come un lupo represso per giorni e giorni attorno al ZonaFranka? E non ci sei entrato non perché non avevi con te i dindini, quindici fottuti paparuoli perché ti lasciassero passare, ma perché sei rimasto incastrato nella tua condizione di non risolto. Per cosa credi che sono andato a farmi sbattere sopra alla croce, eh?Per un uomo che è talmente sconvolto che non sa più chi è quella povera donna massacrata in pineta? In fondo ce ne sono tanti di questi massacri.E quindi no, non è per questo. È perché conosco la tua solitudine di figlio abbandonato dimenticato in un angolo perché si sono dimenticati che sei fatto di carne e desiderio. Cancellata la tua esistenza dalla faccia della terra. Stanotte ho pregato per te, ciccio …

… Dai figliolo, vieni qua, qua vicino a me, fammi vedere che sai fare con quella bocca. Ti porto con me nel regno mio e di mio padre…

… Oh sì, fratello, è questo il paradiso. Non c’è altro posto dove andare. Bevilo questo calice pieno paure antiche. È questo qua il regno dei cieli. Due dita a virgolette.

Il me faut la chaleur humaine pour bien grandir

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Non è stato cazzo il mio di confessare. Ma sono uscito lo stesso. A quanto pare, all’evento di fine estate del ZonaFranka c’era un tizio che ci è andato come cosplayer di Ildegarda di Bingen. È lui il ricercato. Prima di svignarsela all’alba, dicono che ha polverizzato a calci i coglioni di un venticinquenne amante del ballbusting rimasto seccato da un aneurisma. È a questo fuoriditesta che imputano anche il massacro di Antonella. Io no, io vattene da qui, io sono solo un poveraccio, niente più che un poveraccio.

Uscendo di prigione il secondino mi ha detto Bene si svuota ʽsta vaschetta di liquami della società. E mi ha fatto sapere, mentre scortandomi apriva cancelli su cancelli traverso il braccio, che presto anche il nazareno sarebbe stato fuori. È agli sgoccioli della sua pena per il reato previsto dal 643 cipì.

Circonvenzione di incapace.

E rieccola l’estate terminale. Dopo un anno ho riportato le mie quattr’ossa provate in questa località di mare con l’intenzione di prendermi qui a quattr’occhi e dirmi che non sono un rimbambito e non sono un pederasta.

Il centro del paese coincide con un tratto di lungomare che nel frattempo hanno riqualificato per benino e adesso sulle marmette colorate ci sciamano una caterva di cristiani. Mi concentro sulle giovanette, che passeggiano in pareo colorati o fanno jogging, dentroagliocchimiei e su e giù per il lungomare. Pelli sudate lucenti, garretti che sono un poema alla salute, cosce caramellate, glitterate. Le puledrine si lasciano dietro un profumo che resto ad aspirare a prima fame. Legno di sandalo? No, non legno di sandalo. È un odore, cristodicristo, una scia. Che ti lascia indietro. Non ti puoi sbagliare. Non è legno di sandalo. È legno cassadamorto. Che legno.


Nicola Sacco nasce nel 1974 nelle Puglie, dove vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio, sceglie di manipolare le parole piuttosto che i registri contabili di qualche azienda ed è così che arriva, nel 2007, alla pubblicazione dei suoi “Racconti a vita Bassa” per Quarup Editrice.  Dal 2013 al 2020 svolge il ruolo di Portavoce del Sindaco di Modugno (Ba). Cessato l’incarico, torna a dedicarsi a tempo più o meno pieno alla narrativa. Ecco quindi che nel 2021 appena iniziato si possono leggere suoi nuovi racconti sulle riviste letterarie on line NeutopiaWaste e oggi Quaerere. In precedenza altre narrazioni brevi pubblicate da L’immaginazione e Sagarana. Cose sue varie anche sul blog www.nicolasacco.it.

Redazione

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