C’era una volta a Hollywood: il primo romanzo di Quentin Tarantino

C’era una volta a Hollywood, Quentin Tarantino
La nave di Teseo, 2021

Hollywood, 1969. Cliff Booth è un veterano della seconda guerra mondiale rozzo e di poche parole, ma abilissimo nei combattimenti e nelle imprese acrobatiche, tanto da guadagnarsi da vivere come stuntman e controfigura di Rick Dalton, attore che ha avuto fortuna in serie tv western ma che, nonostante non sia più un ragazzino, sogna ancora di sfondare al cinema grazie a grandi registi che lo possano dirigere. I due uomini sono amici per la pelle e cercano di mantenere il loro spazio all’interno di un industria cinematografica che sta cambiando, proprio come  sta cambiando tutta la società e il mondo.

Dopo il grande successo cinematografico di “C’era una volta a … Hollywood” Quentin Tarantino ripropone le gesta dei suoi eroi nel primo romanzo della sua carriera, mantenendo intatto il suo sconfinato talento di narratore e tornando al ruolo con il quale ha cominciato la sua scintillante carriera cinematografica: lo scrittore.

UscitoinItalia grazie alla casa editrice La nave di Teseo, C’era una volta a Hollywood non è assolutamente una scialba riproduzione del film in versione romanzata, tutto il contrario, questo libro va ad espandere l’opera cinematografica uscita nelle sale nel 2019. 

Sì, i personaggi sono gli stessi ed è impossibile non immaginarsi Leonardo Di Caprio e Brad Pitt nei panni dei protagonisti, ma quello che Tarantino racconta è qualcosa di completamente nuovo: un vero approfondimento delle psicologie dei personaggi attraverso flashback squisitamente pulp e descrizioni da critico navigato (tanto da far sembrare il libro un saggio sul cinema americano anni’60) dell’industria hollywoodiana di quel periodo.

 In questo libro c’è un po’ di tutto: dall’omaggio cinefilo alla commedia, dal gusto per il grottesco alla violenza, il tutto orchestrato con un ritmo magistrale. Un romanzo divertente e malinconico che va a completare la pellicola, perché anche se un paio di scene del film vengono riproposte in forma letteraria, le pagine di “C’era una volta a Hollywood” prendono un’altra direzione, non cambiando nulla della struttura della pellicola, ma integrandola con nuove sfumature e spunti diversi.

Seguiamo Sharon Tate nella sua giornata tipo, conosciamo meglio la “Family” di Charles Manson (terribilmente somigliante, anche se in modo diverso, al mitico Bill) un giovane spiantato con aspirazioni da cantante folk dotato di grande carisma. Ripercorriamo inoltre la carriera di Roman Polanski, oggi famoso soprattutto per “Il pianista”, ma all’epoca giovane talento sbarcato a Hollywood, e considerato una vera e propria rockstar capace di cambiare le regole del cinema a cominciare dai suoi primi successi come “Repulsion” fino a “Per favore non mordermi sul collo”  arrivando poi al capolavoro assoluto: “Rosmary’s baby”, che l’ha consacrato come uno dei registi più importanti della storia del cinema.

All’interno di questo piccolo mondo in fermento, Rick e Cliff rimangono irresistibili anche sulla carta, anzi, riusciamo a conoscere meglio il loro passato: gli scheletri nell’armadio di Cliff per esempio, la sua cinefilia (che condivide con Dalton ) e il suo ritorno dalla guerra, oltre all’approfondimento delle piccole crisi depressive che hanno lentamente condotto il suo amico Rick all’alcolismo.

L’enfant prodige del cinema degli anni’90, ha dichiarato più di una volta che durante la scrittura delle sue storie, l’unica cosa importante sono le pagine che ha davanti, non esistono gli attori, non esiste la troupe, ma solo lui, la sua fantasia e il foglio, non è un caso quindi che i suoi film siano divisi in capitoli proprio come i libri. Stando alle dichiarazioni degli attori infatti, le sceneggiature di Tarantino si leggono come veri e propri romanzi più che classici copioni, caratteristica che rende Quentin uno scrittore a tutti gli effetti.

A tal proposito, la prima versione della sceneggiatura di Kill Bill ne è un esempio lampante: lo script originale infatti prevedeva alcuni passaggi che purtroppo non sono mai stati girati, come per esempio una sequenza che vede protagonista la sorella di Go Go Yubari (La ragazza vestita da scolaretta, avete presente?) che armata di Uzi cerca di uccidere la sposa in un capitolo intitolato “La vendetta di Yuki” , oppure una sequenza interamente dedicata a Bill e al suo bizzarro metodo di adempimento di un contratto.

Parti spettacolari che purtroppo non sono state realizzate perché avrebbero reso il film molto più lungo di quattro ore. Sono sezioni di storia che oggi si possono trovare su internet, ma che speriamo di vedere pubblicate un domani in qualche volume, perché lasciare queste pagine nel cassetto sarebbe un delitto.

Anche se in questo caso non c’è la macchina da presa, lo stile del grande cineasta rimane inconfondibile: flashback, narrazione circolare, racconto dentro al racconto e dialoghi spinti al limite dell’esagerazione.

Il passato e il presente si mescolano, la finizione e la realtà (del romanzo) si sovrappongo: Tarantino infatti riesce a travolgere il lettore-spettatore attraverso il vortice della smania narrativa, tanto da far sembrare i passaggi in cui vengono narrate le scene che l’attore Rick Dalton andrà ad interpretare, dei capitoli di un grande romanzo western alla Joe Lansdale.

Infine, non manca l’amore sconfinato per il cinema e la sala cinematografica, che come tutti sanno per Tarantino è un luogo di culto ( l’autore possiede un cinema a Los Angeles , il “ New Beverly” luogo in cui il digitale è assolutamente bandito, le proiezioni sono esclusivamente in pellicola 35 mm) ma dal libro, quella che viene fuori non è l’anima del Tarantino/star, regista vincitore di premi di ogni tipo e autore dei capolavori che tutti conosciamo, no, in queste pagine emerge il Tarantino spettatore, quello che analizza, scruta, studia, elabora le emozioni, i passaggi, viviseziona gli autori che ha amato e i generi a cui si è ispirato come lo spaghetti- western, ma anche tanto cinema classico europeo e diversi film orientali che hanno avuto una grande influenza all’interno della sua opera, su tutti, i film del Sensei Akira Kurosawa.

Il cinema risulta essere determinante infatti per Cliff Booth, il quale, appena tornato dalla guerra, frequenta in continuazione la sala, che oltre ad essere il luogo fisico in cui i film vengono proiettati, rappresenta un rifugio,un luogo sicuro  in cui combattere la solitudine e sfuggire a un mondo spesso troppo crudele.

In questo romanzo c’è il Tarantino degli esordi, il ragazzo modesto e cinefilo oltre ogni limite che prima di approdare al successo planetario di “Reservoir dogs”  lavorava nel negozio di videocassette e intanto scriveva le sue sceneggiature, le più famose delle quali “Una vita al massimo”  film diretto da Tony Scott e “Assassini nati” sceneggiatura poi completamente trasformata da Oliver Stone.

In questo libro c’è il Tarantino malinconico che spesso rimane nascosto ma che esiste, un antropologo capace di analizzare gli usi e i costumi della società di quegli anni. Durante la lettura affiora la sua poca simpatia per il movimento hippy, ma soprattutto, emerge la sua visione edulcorata di Hollywood, una fabbrica dei sogni spietata ma in qualche modo lontana dal marciume, dagli scandali e dai giochi di potere che abbiamo conosciuto nel ultimi anni e che hanno sciupato l’immagine delle stelle del cinema. Una Hollywood che probabilmente non esiste, ma che è narrata con tanta sincerità e tanto affetto, da farcela sembrare dannatamente autentica. Se amate il cinema di Quentin Tarantino, non potete perdervi il suo romanzo, che visti i desideri del regista di terminare la sua carriera cinematografica al decimo film, speriamo sia il primo di una lunghissima serie.

Jacopo Zonca

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto