Le poltrone appassite: il mostruoso come punto di vista narrativo

Le poltrone appassite, Felipe Polleri
Edizioni Arcoiris, 2021 – trad. Loris Tassi

All’interno del condominio dove Néstor è portiere (o abbellimento) i Proprietari e gli Orchi organizzano “concorsi” strani e macabri, dove i concorrenti sono spesso donne (ogni tanto qualche uomo, ma solo i più sensibili): queste vengono costrette a gare degradanti di ogni tipo. Chi vince ha l’unico privilegio di poter riposare e non partecipare al “concorso” della settimana prossima. Néstor e lo scrittore dell’appartamento 101 sono gli unici apparentemente in grado di contrastare questa tremenda gerarchia dell’orrore. Forse perché sono talmente inetti e idioti da esser fuori da ogni gerarchia possibile.

“Un portiere non può avere dignità. Mi è vietata. Vietata in modo categorico”, e così che Néstor, prima voce de Le poltrone appassite di Felipe Polleri – edito in Italia da Edizioni Arcoiris nella traduzione di Loris Tassi – scrive il 23 Febbraio. È come se il suo mestiere fosse stato messo a sugello di un’identità menomata in partenza: lui è diverso, il suo cervello funziona diversamente, tutto del suo aspetto fa pensare a qualcosa di sbagliato. Lui lo sa, ma c’è molto di più. La menomazione, l’umiliazione e la diversità sono solo il punto di partenza per tratteggiare il protagonista e la sua esistenza.

Le voci e il non-senso come unico punto di vista

Poco dopo, incontriamo la seconda voce del romanzo: lo scrittore del 101. Questi è il secondo degli inetti, inutili, incapaci, ai limiti della società che si palleggia il punto di vista della narrazione assieme a Néstor. Inizialmente ciò che traspare dalla lettura è che lo scrittore del 101 abbia “ideato” l’idiota Néstor come alter-ego mostruoso della sua narrazione, per poter esternalizzare i suoi atti esecrabili o menomati: una sorta di sdoppiamento di personalità. Un’altra chiave di lettura, che forse compare nella mente del lettore contemporaneamente alla precedente, è quella di credere che sia Néstor ad aver creato l’alter-ego del “nero bastardo” del 101, per non sobbarcarsi la responsabilità delle sue ossessioni per gli Orchi e i Proprietari; per dare voce, insomma, ai suoi istinti rivoluzionari che mette a tacere sotto la balbuzie.

Ciò che però diviene evidente mano a mano che si procede, è che i due punti di vista rimbalzano in una lotta perenne lungo tutto l’arco narrativo, e nessuna delle due prevale sull’altra; bisogna rinunciare alla ricerca della verità dietro punti di vista, e abbracciare il non-senso, come lascia intendere anche Alfredo Zucchi nella postfazione “La voce del mostro“. Il non-senso, che fa da padrone a tutta la narrazione, è il vero punto di vista delle due voci.

In altro parole: non importa chi dei due protagonisti abbia ideato l’altro, quale dei due mostri prevalga sull’altro. Contano i mostri in quanto tali: gli Ordinatori che salvano gli innocenti e puniscono gli Orchi. Il ribaltamento dello status quo; la rivincita degli outsiders e degli invisibili.

Il ruolo di Ordinatore

Néstor  si definisce come un Ordinatore, e sua madre allo stesso modo è un’Ordinatrice. La lettera maiuscola e la voluta importanza che si dà a questo titolo sono in netto contrasto con quello che, poi, simboleggia questo ruolo: obbedire agli ordini dei potenti, essere al servizio dei più forti e in comando, sottostare alla violenza – psicologica e fisica – di chi si rifà sui più deboli. L’Ordinatore è che colui che tace e acconsente.

Assistiamo, lungo il romanzo, a un progressivo sdoppiamento, in cui la prima voce si percepisce a volte come un Ordinatore, incaricato di assecondare i potenti e sottomettere la propria dignità, e a volte come uno “scemo”, in un limbo tra personalità in cui Néstor non sa più scegliere che interpretazione dare alla sua situazione sociale. C’è una schizofrenia di fondo nel modo che Néstor ha di approcciare alla sua stessa condizione: «“Un pittore è un pittore e un ordine è un ordine!” “Ai suoi ordini, signora” ha detto lo scemo» (17 marzo, p. 24).

Nonostante questo, e nonostante le continue vessazioni che gli Ordinatori ricevono – forse proprio in virtù di queste – questi sembrano essere custodi del più grande segreto: conoscono la Verità, impietosa e scarna: non esiste Paradiso in Terra. I potenti, i ricchi, gli agiati, gli usurpatori sono illusi, prigionieri di una prigione dorata fatta di privilegi che li rende sordi all’evidenza che non c’è salvezza. Gli Ordinatori, dal canto loro, non sono salvi in terra e per questo vedono il mondo con disillusa lucidità.

È questo il grande vantaggio degli Ordinatori, e la prima voce de Le poltrone appassite lo sa bene, come in una rappresentazione irreligiosa dell’adagio “Gli ultimi saranno i primi”. In questo romanzo gli ultimi saranno i primi per consapevolezza: «Sto leggendo l’idiota di Dostoevskij. L’idiota, il principe Myškin, mi somiglia molto. Ma che ne sanno i proprietari di umiltà e purezza di cuore?». L’umiliazione, nella mente dell’Ordinatore, rende migliori e puri, perché si è al fondo della catena delle umiliazioni: quando non c’è più nessun’altro da umiliare, si è buoni necessariamente.

La purezza e Laura

Così come gli Ordinatori – ultimi in terra e primi in Cielo – conoscono la Verità, così cercare una verità lineare nel romanzo è un tentativo vano. L’unica Verità che Felipe Polleri ci dona è la lotta, lo scontro che si concretizza nella società (riprodotta tramite i “concorsi”) e nei luoghi invisibili che la società non guarda ma subisce. Ma forse un’altra interpretazione è anche possibile, e risiede nella figura di Laura, un nome che risuona di un retaggio petrarchesco, il che forse non è pura casualità.

Laura è la purezza, unica figura femminile che viene descritta con gentilezza e che a sua volta tratta con gentilezza Néstor, senza offenderlo né prenderlo in giro. È l’unica ad avere una figura chiara, intellegibile, all’interno del fascicolo di disegni ritrovato in casa di Néstor. Laura è, in qualche misura, il faro di speranza che si apre anche in una tenebra mostruosa come quella nella quale ci immergiamo nella lettura de Le poltrone appassite, il personaggio etereo e gentile che trasporta con sé un’aura di nobile compassione e gentilezza.

Ed è proprio la compassione ciò che ricerca l’angelo del condomio, Néstor, e ciò che interessa al rifiutato scrittore del 101, che osserva tutto e trascrive: «è che scrivo sempre lo stesso libro e, se dovessi dire di che parla quel libro, e questo libro, mi troverei nell’ovvia necessità di dire che, ovviamente, c’è solo un argomento che mi interessa: la compassione» (senza data, p. 78).

In conclusione, tutti i mostri e tutto il dolore non sono mai fini a loro stessi: è come se l’intero romanzo non fosse che una macchina viscosa, che risucchia il lettore per fargli perdere prima l’orientamento, per poi far capire che è solo attraverso i mostri che si scopre la compassione.


In copertina, Felipe Polleri.

Clelia Attanasio

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