Lettera di un padre suicida a un figlio di merda

Caro figlio,
L’educazione e il sistema scolastico nazionale mi impongono di iniziare questa lettera con l’aggettivo “caro” succeduto dal sostantivo “figlio”, ma tu mi sei tutt’altro che caro e purtroppo sei mio figlio. Evito di scrivere il tuo nome per non darti considerazione al momento della mia morte, data l’eccessiva e immeritata importanza di cui ti ho ricoperto per trentaquattro anni.

Quando leggerai questa lettera io sarò morto, non so da quanto tempo. Questo mercoledì ti ho invitato a pranzo da me, nel giorno del tuo compleanno, con l’auspicio di regalarti la gioia del mio cadavere appeso alle assi della finestra del salotto. Dubito però che tu sia venuto, data la frequenza con cui hai rinviato, negli ultimi dieci anni, i miei inviti a pranzo. Perché ho scelto questo giorno per passare a miglior vita? Semplice. Quel giorno, quel maledetto giorno, tu hai rovinato la mia vita.

Già il fatto di non essere nato attraverso il frutto dell’amore e della passione carnale tra me e tua madre avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Ma allora non ci pensavo. Ero troppo impegnato ad avere tra le braccia l’unico schizzo di sperma che non ero riuscito a estrarre in tempo dall’unica vagina che avessi mai visto in vita mia. Piangevo. Poi, improvvisamente,

avevo tra le braccia la causa della morte dell’unica donna che avessi mai amato in vita: un minuscolo e stronzissimo essere umano di tre chili e mezzo, nato dal primo schizzo di sperma che avesse mai visto una vagina, l’unico che non ero riuscito a estrarre in tempo dall’unica vagina che avessi visto in vita. Piangevo. Piangevo per non aver saputo controllare il mio sperma. Piangevo perchè non avrei mai più avuto il coraggio di far entrare il mio sperma in un’altra vagina. Piangevo perché avrei voluto tagliare il tuo pene da neonato per non permetterti di rovinare la vita di una povera ragazza, la cui unica colpa sarebbe stata quella di fidarsi di un ragazzo, il quale avrebbe dovuto avere la prontezza di cacciare il suo uccello dalla vagina, evitando così che il primo schizzo di sperma commettesse un omicidio. Quando ti ho portato a casa non piangevo più. Piangevi tu. Ogni giorno e ogni notte. Hai pianto al funerale di tua madre senza sapere cosa significasse piangere per la perdita di una mamma.

Piangevi per il latte. Piangevi al ritorno dal tuo primo giorno di scuola perché un compagno ti aveva rubato la merenda e ti aveva anche dato un pugno sul braccio. Avrei voluto essere io quel ragazzino. Piangevi perché non riuscivi a capire le frazioni. Non le capivi perché la maestra usava il metodo giusto per risolverle, ma io a casa ti insegnavo il metodo sbagliato. Desideravo fallissi fin dai primi anni. Volevo che ti sentissi così stupido da mettere fine alla tua vita prima del compimento dei dieci anni. Ma non lo facevi e nemmeno ci pensavi. Andavi avanti affrontando ogni difficoltà. Trovasti persino uno stratagemma per farti amici i bulletti della scuola. Più crescevi e più ti ammiravo. Più ti ammiravo e più diminuiva l’odio nei tuoi confronti e il senso di colpa per averti messo al mondo. Ma più diminuiva il senso di colpa e più aumentava il tuo disprezzo nei miei confronti. Ho sempre pensato che a un certo punto tu avessi scoperto il fatto che ti sabotassi gli esercizi di matematica delle frazioni. Ma no, non poteva solo essere questo. Nell’arco della tua vita hai imparato a sopraffare quelli più deboli di te e questo mi meravigliava. Come facevi a non essere debole? Come potevi tu, nato dal primo schizzo di sperma che avesse mai visto una vagina, l’unico schizzo di sperma che non ero riuscito a estrarre in tempo dall’unica vagina che avessi visto in vita, tu, che non riuscivi a capire la differenza tra un lutto e la mancanza di cibo, tu, che non capivi che ti spiegavo male le frazioni, tu, come riuscivi a sopraffare invece di essere sopraffatto. Tu avresti dovuto essere la gazzella impaurita che scappa dal leone feroce e affamato. Avresti dovuto essere la gazzella che si arrende, che smette di correre, che comprende di essere l’ultimo e insignificante anello della catena alimentare. Una volta acquisito questo potere, lo hai sfruttato per soggiogare la persona più debole con cui tu abbia avuto a che fare in vita tua: me. Non so come, ma sei riuscito ad intrappolarmi nelle tue dissertazioni logiche. Sei riuscito a manipolarmi con i tuoi incantesimi da stregone. Hai prosciugato tutta la mia essenza solo per i tuoi loschi fini. Ottenevi buoni risultati a scuola solo per far pesare la mia ignoranza, evidenziando il fatto che io avessi abbandonato il liceo per provvedere alla tua sopravvivenza. Eccellevi in tutti gli sport che hai praticato solo per evidenziare i miei scarsi riflessi. Ti sei laureato all’università e non mi hai nemmeno invitato alla cerimonia perchè “avevi da fare” quel giorno, facendomi poi passare, coi tuoi amici, per il genitore che considera più importanti i suoi ridicoli affari rispetto alla laurea di suo figlio. Mi hai fatto pesare che avessi amato una sola donna in vita mia – tua madre – mentre tu ogni mese portavi a casa una puttana diversa conosciuta in chissà  quale angolo di strada.

Mi sono sempre sforzato di capire perché ti comportassi così e forse solo ora, prima di appendermi a questa fune da quattro soldi ho capito: tu, nato dal primo schizzo di sperma che avesse mai visto una vagina, l’unico schizzo di sperma che non ero riuscito a estrarre in tempo dall’unica vagina che avessi visto in vita, tu essere totalmente causale hai avuto il potere di decidere sulle sorti della persona che ti ha messo al mondo: tua madre. Tu che, come prima azione scaturita dal libero arbitrio, hai ucciso l’essere che ti ha ospitato per nove mesi, hai ritenuto di poter essere il padrone della vita degli altri, il giudice che condanna l’imputato all’ergastolo. Io questo l’ho capito. E allora, figlio, nato dal primo schizzo di sperma che avesse mai visto una vagina, l’unico schizzo di sperma che non ero riuscito a estrarre in tempo dall’unica vagina che avessi visto in vita, non permetterò che tu faccia questo a me, mai più. Sono io il padrone e giudice della mia vita. La torta è in frigorifero. Buon compleanno.


In copertina: La morte di Marat, Jacques-Louis David.

Fabio Fucile, classe ’94. Laureato in filosofia, cura per “Scarpesciuote” la rubrica “Punksophia”, in cui analizza e intreccia filosofia e elementi pop.

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto