Quadro di baffi

Quelli mi avevano contattato attraverso un gioco. Erano dei fottuti malati. Io, con qualche amico, avevo scaricato quest’app sul telefono. Un passatempo stupido, da fare nei momenti morti. Uccidere la lettura, per far morire lentamente il nostro cervello. Ne sono consapevole. Però l’app l’avevo scaricata lo stesso. C’era una chat, dove potevi mandare messaggi brevi.

Quei pazzi mi avevano scritto lì.

Il fatto è che non ho idea di come siano riusciti a capire che Skywalker87 fossi io. Di fan di star wars il mondo è pieno. Io non sono nemmeno dell’87, era solo il primo numero disponibile quando mi ero iscritto. Eppure quelli sapevano che il mio volto si celava dietro lo schermo. Uno tra tanti.

Quello mi fa- Ciao-

Aveva un nome impossibile da ricordare. Una serie di lettere e numeri casuali credo.

Io gli faccio- Ciao-

Non si perde in smancerie varie. Mi scrive- Tommaso- il mio nome. Rimango qualche attimo a pensare. Chi diavolo può sapere il mio nome? Qualche scherzo del cazzo. Perchè tolti i miei due amici, il resto è gente totalmente sconosciuta. Con nomi falsi.

-Chi sei? –

Non ci mette nulla a rispondere. Nemmeno il tempo di pensare. Come se avesse già pronto tutto. -2223423457- Un numero. Dopo due secondi- Da un telefono pubblico-. Poi non mi ha risposto più. Io ho mandato un paio di messaggi. Nulla.

Che storia è quella del telefono pubblico? Mafia o roba del genere. Soprattutto esistono ancora? Io non ne vedevo uno da quando andavo alla stazione con mio padre. Ero piccolo e lui faceva chiamate con non so chi. Altri tempi.

Secondo Luca avrei dovuto chiamare. Alla fine, è solo una chiamata, ‘cazzo vuoi che succeda, mi diceva. E aveva pure ragione. Solo che mi sembrava una di quelle situazioni che vanno a finire male. Sparizioni, pedofili o cose così. Su internet non si sa mai quello che si può trovare. Ma tu riusciresti a riconoscere la voce di un pedofilo, mi diceva Luca. Non sei mica un fesso. Stai tranquillo, fai questa chiamata di merda. Credevo di poter riconoscere la voce di un pedofilo. O, quanto meno, una situazione pericolosa. Però, metti che ho vinto una cifra gigante? Oppure un viaggio sul set di Lost? Che ne so. Una cosa assurda che volevo fare da sempre? Ma secondo te Tomà, se tu avessi vinto una cifra assurda, ti manderebbero un messaggio su Clan? Effettivamente non aveva tutti i torti. Quelli erano pericolosi. Poi come diavolo fanno a sapere il mio nome? Chiamali, coglione. Io me la facevo sotto e quello schizzo continuava a rompere le palle. Ma datti una calmata, mi fa. Sembra che devi andare a rapinare una banca. Peggio, pensavo io, dietro un telefono c’è una possibilità infinita di situazioni in cui puoi andarti a cacciare. Metti che mi ficcano in qualche storia di droga o di omicidio.

Alla fine chiamai. Dalla stazione. Quel numero strano. Perchè i numeri di telefono con cifre tutte simili fanno ridere. Sembrano fatti apposta. Quasi un gioco perverso.

Il telefono ha squillato. Una, due, tre volte. Poi ha risposto una tipa. Voce anonima. Trasparente. Indefinibile. Senza carattere. Irriconoscibile. Forse modificata, attraverso qualche programma.

-Pronto Tommaso-

-Pronto-

-Ciao-

-Con chi parlo?-

-Fai silenzio e fammi parlare. Rispondi solo alle domande, poi ti spiegheremo tutto. Tuo nonno era un pittore?-

-Si-

-Abbiamo bisogno di un suo quadro-

-Mio nonno è morto-

-Lo so, uno vecchio-

-Quale?-

-Quello dei baffi-

-Perchè-

-Non abbiamo tempo adesso. Portalo nel garage dietro il Mc Donalds-

-Quando-

Mai ricevuto risposta. Il quadro del nonno? ‘Cazzo succedeva? Il nonno era un grand’uomo, però non ha mai brillato per la pittura. Cioè, gli piaceva da morire. Solo che non era troppo portato. Così aveva sempre fatto quadri da mettere in casa. La sua o quelle dei figli. Anche se mia madre non impazziva per nulla. Però, per il proprio padre, queste cose si accettano. Io ne avevo due. Bruttini, ma pieni di amore. Sia da parte nostra, che del nonno. Quello dei baffi, che l’anonima tipa voleva, era dalla nonna. Ed era un grosso problema. Mia nonna  non viaggiava più, con tutti e due i piedi, nella realtà. La memoria era sempre più rara e toccare le sue abitudini o, peggio, la sua casa, era rischioso. Usciva pazza, andava in tilt. Non sarebbe stato facile prenderlo.

Dentro di me sentivo i pensieri girare come vortici. ‘Diavolo vogliono da mio nonno e da un suo maledetto quadro? Poi dietro il Mc Donalds non prometteva proprio nulla di buono. Si raccontavano solo brutte storie. Però le sette segrete erano qualcosa che mi aveva sempre catturato. Robe che ti bruciano il cervello, con uno scoppio nucleare. Storie con finali assurdi, colpi di scena e robe del genere. Ma c’era un dettaglio, nella produttiva stanza in cui i miei pensieri prendevano forma, che cozzava con tutta questa paranoia da thriller ed era, senza nessun dubbio, la figura di mio nonno. Alto e affusolato, con un vecchio sigaro sempre affianco, che da bambino immaginavo fosse sempre lo stesso che non finiva mai. Lui non era proprio tipo da avventure. Era una grand’uomo, un signore di famiglia, ma non Indiana Jones. Eppure cercavano disperatamente un suo quadro, che per me non voleva dire assolutamente nulla. Non potevo tirarmi indietro, si parlava della mia famiglia e di qualche oscuro segreto, magari anche macabro. Fanculo la paranoia e la paura di morire, uno non può farsi assillare e comandare da sporche sensazioni. Per anni, la staticità della sedia contrapposta alla macchinazione di storie nel mio cervello, mi aveva accompagnato e adesso che, forse per pura follia, qualcuno mi lanciava dentro una di quelle mie stesse storie, non potevo assolutamente farmi da parte. Era mio nonno e la mia avventura.

Vogliono il cazzo di quadro che è a casa di mia nonna, faccio a Luca. 

Ti facevi paranoie per una chiamata, per portare un quadro no? Ma che cervello hai, mi fa. No, no, tu non capisci. Su quel quadro, in casa, c’è sempre stato mistero. E cosa cazzo centra tuo nonno con dei tipi che ti scrivono su Clan? Ma non capisci che è una cazzo di avventura. Sembra il codice da Vinci o robe del genere. Cosa stai dicendo? Forse non hai letto il libro, sappi che quelli rubano la Gioconda, mica il quadro di tuo nonno. Cosa cazzo hai contro mio nonno. Nulla, però devi ammettere che quei lavori non valgono nulla. Ma loro non vogliono mica il quadro, secondo me. E allora cosa? Che ne so, un mistero. Ora mi fai paura. Ma, secondo te, un pedofilo cosa cazzo ne sa che mio nonno ha dipinto un quadro con dei baffi di merda? Allora cosa ne sanno questi? Luca, non rompere i coglioni, io in quel garage ci vado. Se vuoi venire vieni, altrimenti vai a casa.

Certe volte bisogna essere brevi e concisi. Altrimenti l’istinto si disperde e buttiamo occasioni. Andammo a casa di mia nonna. Quella era tranquilla. Ci offrì il caffè. Il quadro era lì. Nel salotto. Sul divano. Impossibile non accorgersi della sua assenza. Dovevo rubarlo e scappare. La nonna l’avrei guarita dopo. Non si sarebbe mossa. Iniziai a monovrare. Cercavo di staccare il quadro dalla parete, mentre Luca buttava un occhio sulla vecchia. Non c’erano chiodi, come si teneva attaccato?

Che stai facendo Tomà. Dio, mia nonna. Che fai con il quadro di tuo nonno? La vecchia si era precipitata nel salone. Lasciando il caffè marcire nella macchinetta. Mi fissa e, per la prima volta nella mia vita, mi fa paura. Panico. Cosa cazzo nasconde la storia di quel quadro. Allora anche io la fisso, mentre Luca sembra essere sparito. Sembra un western di Leone, in soggiorno, con me e mia nonna alla resa dei conti. Un campo lunghissimo sulla scena.

Devo prendere questo quadro. Perchè? Non ci pensare nemmeno. Nonna è importante. Quel quadro non lo tocchi. Te lo riporto, puoi stare qualche ora senza. Non alzare i toni con me, chiamo tua madre. Non ho più 5 anni. Non toccare il quadro. Perchè? Deve rimanere qui. Cosa nasconde questo coso. Tomà, non pensare di toccare quel quadro. Nonna ti prego, è importante. Cosa? Senti potrebbe sembrarti una follia. Cosa? Ci sono delle persone che vogliono questo quadro. Per fare? Non lo so. Tomà, non vorrai mica venderlo. No. Guarda che quello è un ricordo di tuo nonno, lascialo lì. Solo per qualche ora. No. Spiegami perchè. No, non devo spiegarti proprio nulla, quello era mio marito e questa è casa mia. Era anche mio nonno. Appunto, dovresti portare più rispetto. Io voglio solo sapere cosa c’è dietro questa storia. Che storia? Come che storia, quella del quadro. Sapevo che non sarebbe mai finita. Cosa? Questa maledetta situazione. Chi lo cerca? Dei tizi, ma da sempre. Perchè? Sono convinti che dentro ci siano delle pagine. Che pagine? Vedi i baffi? Certo. Quelli, tuo nonno, li aveva dipinti a Moux. Lo scrittore? Esatto, erano grandi amici. Moux? Si. E perchè non ne ho mai saputo nulla. Sono morti. Ma questo non cambia nulla. Lui ha scritto una saga famosa, incompleta. Certo, la conosco. La saga degli Elim. Esatto e manca un libro, l’ultimo. Un pezzo è stato trovato nella sua scrivania, il resto, dei malati senza dignità, credono sia nel quadro. Cosa? Ma non è vero. Allora perché lo pensano? Ma che ne so, non vogliono accettare che sia tutto incompiuto, che la morte porta mille conseguenze e basta. Non avete mai controllato? Certo, ma non c’è nulla. Il nonno che diceva? Niente, non si è mai espresso, ma non ha mai ceduto a quelle sette del cazzo e non sarai tu a cadere. Cristo. Non bestemmiare, ora va via. No aspetta, voglio vedere il quadro. Non c’è nulla. Da quanto è attaccato lì? Da sempre.

La nonna ci cacciò. Anche abbastanza arrabbiata. Il quadro non l’avevamo. Era impossibile da staccare. Il fatto è che, insistere, mi rattristava. Quel quadro era davvero il ricordo più forte che mio nonno aveva lasciato. Più delle sue foto. Più del suo odore. Meno del suo immenso amore, ma, comunque, importante. Lui amava quel suo dipinto. Certe volte lo trovavo a fissarlo, con la tv spenta. Era di una generazione diversa. La pittura, per lui, valeva. La passione era la base della sua vita. E Moux, con quelle maledette pagine. Se ci fossero state davvero, saremmo diventati ricchi. Da morire. Oltre alla curiosità di leggere il finale più discusso della storia. Erano decenni che la gente ci provava. Ipotesi. Teorie. Schemi su youtube. Aveva fatto storia. La curiosità l’aveva resa epica. Immortale. E Moux era conosciuto ovunque. Da tutti. Mio nonno aveva disegnato i suoi baffi e, forse, aveva conservato le maledette pagine finali. Gli ultimi tre capitoli. Mio nonno? Quell’uomo fantastico, sempre buono e sorridente. Hai capito il vecchio, spaccava.

Dio, io cosa stavo ottenendo dalla vita? E sono tanti quelli che a questa domanda rispondo che non abbiamo nemmeno 20 anni, cosa dovremmo fare? Studiare e andare a scuola, questo è quanto spetta ad un ragazzo. Ma merda, noi potremmo davvero spaccare il mondo e non serve, per forza, avere cinquant’anni per fare qualcosa che lasci il segno. E io non stavo ottenendo nulla, se non giocare a qualche maledetto gioco e far solo passare il tempo.

Questa storia del quadro non finirà mai, aveva detto la nonna. Da quanto diavolo durava? Moux era uno che aveva rivoluzionato, sperimentato, aveva oltrepassato il limite del genere e creato qualcosa di ibrido, che poi, alla fine, è proprio quello che fa un genio. E mio nonno era una figura a lui vicina, così tanto da lasciargli in eredità le ultime pagine del romanzo, era possibile come storia? Poteva quell’uomo aver avuto un ruolo così importante e non figurare in nessuna biografia? Ma cosa diavolo avrebbe pensato il nonno di me, che non riuscivo nemmeno a scoprire la maledetta verità sulla mia famiglia? La storia è davvero così diversa da quella che conosciamo?

C’erano quelle sere, in cui ero con altri, perso in discorsi inutili o in momenti di silenzio da schermo, in cui realizzavo che il tempo passava. Certo in minima parte, perché un secondo rapportato all’intera vita è nulla, ma pur sempre tempo. Attimi in cui avrei potuto spaccare il mondo. Possiamo fare tutto, ma siamo ingabbiati da regole che non ci permettono di guardare oltre, di essere quello che vogliamo; davvero è così? Davvero il nonno, che per anni, nel profilo che la mia mente aveva delineato, appariva come tranquillo, seduto su una poltrona con un libro o in qualche stanza a disegnare, nascondeva un segreto così grosso? Quanto era stato bravo nel fingere di essere imbrigliato nelle classiche regole della vita e, in realtà, essere il diavolo che voleva? Combattere contro sette che volevano rubare le pagine nascoste? Che assurda situazione è l’apparenza, credere di conoscere qualcuno, che anche dalla tomba, riesce a stupirti in maniera grandiosa. Era un’artista anche il nonno, perso forse in qualche piccolo bar del centro a filosofeggiare con il suo vecchio amico Moux. Forse in stanze di legno, soffitte piene di polvere, si vedevano per creare arte, dipingere e riempire pagine con lettere, parole, storie che avrebbero formato la sua generazione, che sarebbero entrate nella storia, lasciando la bocca dei lettori senza la parte più importante: il finale.

Cristo che storia.

Luca mi chiese se mi andava il Mc. Due panini per cena. Andammo a piedi. Rimanemmo in silenzio. Pensando a quanto saputo. Almeno io si, non so Luca, ma credo lo stesso.

Al Mc non c’era praticamente nessuno. Solo io, Luca e lo spettro di questa storia che, in qualche modo, sembrava quasi aver succhiato un corpo. Prese posto affianco a noi, con un Big Mac da mangiare in qualche morso. Masticavamo in silenzio e io non smettevo di pensare e Moux.

C’erano i camerieri che si facevano beatamente i cavoli loro. Io ero di fronte all’ingresso, ma nemmeno un ombra sembrava aver voglia di entrare in quel posto. Come se emanasse una certa negatività. Poi l’ho visto.

C’era mio nonno. Seduto due tavoli a destra, che mangiava un panino. Non so bene quale, anche se quelli del Mc li conosco tutti. Forse uno di quelli nuovi, che durano due settimane poi spariscono. C’erano lui e Moux. Ora ricordavo la sua faccia. Si, proprio loro. Anche se, cristo, erano morti. E lo sapevo bene. Il funerale, la tomba, il cimitero. Quelle cose le avevo vissute. Moux mangiava delle patatine. Però non aveva i baffi. Quei maledetti cosi alla Hitler che si faceva crescere. Anzi, sembrava avere la pelle di un bambino in faccia. Come se, peli, non ne potessero crescere su quella parte del suo corpo. Ma allora i baffi di chi cavolo erano?

Io ero immobile. Non che non avessi le forze o qualche tipo di trauma dovuto alla situazione. No. Ero proprio pietrificato. Una specie di magia di Hogwarts. E non potevo urlare o parlare. Chiedere spiegazioni. Nulla.

Mio nonno finì in fretta il panino. Moux le sue patatine senza salse. Poi si alzarono. In piedi, mi sembrarono simili da far paura. Quasi gemelli. Avevano il maledetto quadro. Cioè sembrava più piccolo di quello originale. Ma il disegno era lo stesso. Identico.

Mio nonno sembrò vedermi solo una volta in piedi. Il quadro in mano lo aveva lui. Erano davanti l’uscita e ora ci guardavamo. Legati da un filo invisibile che partiva dalle sue pupille e conficcava il suo ago nelle mie. Ma non si guarda attraverso un morto? Non era così che funziona nei film? Eppure mi sembravano entrambi fatti proprio di carne, sangue ed ossa.

Moux si accorse che il nonno era stato attratto da qualcosa. Si girò ed era proprio mio nonno, uguale. Il mondo intero sembrava essere entrato nello stesso stato di trance in cui era caduto il mio cervello. Avrei voluto urlare, correre, abbracciare il vecchio che , con la sua assenza, aveva lasciato ferite ancora sanguinanti intorno e dentro di me. Ma non potevo. Poi Moux, o quello che aveva mangiato le patatine e mi era sembrato il vecchio scrittore, mise la mano in tasca e rovistò. Tirò fuori qualcosa, sembrava viscido e lo portò alla bocca. Si stampò questi baffi sopra il labbro. Era diverso, era quello delle foto di quarta di copertina, ma ora che avevo visto, era solo mio nonno con dei baffi viscidi addosso.

Mi guardai intorno, riuscendo solo a muovere le pupille, il Mc Donalds era vuoto. Anche Luca era sparito e le pareti sembravano perdere sempre più colore. Sembrava che il mondo stesso fosse sul punto di diventare in bianco e nero e sprofondare in una nuvola di tristezza.

Mio nonno alzò il quadro, come un trofeo e mi sembrò il finale di quei thriller che tanto mi piacevano, quando gli eroi vincono definitivamente e festeggiano nella segretezza della loro missione. Mi fece un cenno con la testa e un mezzo sorriso. Chinò la testa e uscì.

E mentre lasciavano quel maledetto Mcdonald’s, vidi perfettamente i loro due corpi unirsi in un unico essere, che era sempre mio nonno, ma era anche quel fottuto Moux. E io  ancora immobile avrei voluto urlare. Spaccare il mondo per non aver capito nulla di quanto successo. Chi cazzo era davvero mio nonno? Poteva davvero aver nascosto la sua identità al mondo intero? Lentamente tornai a sentire i rumori, macchine da fuori, chiacchiere tra camerieri, Luca che masticava come un bisonte. Ed io dove diavolo ero stato? Il tempo era passato? La vita che forma aveva preso nella mia testa e in che realtà mi ero trovato? Che cazzo di storia questo mondo assurdo e pieno di regole che si mandano a fare in culo da sole.

Finii il panino. Poi salutai Luca e cercai il garage. Ma non c’era nulla del genere dietro il Mc. Solo puzza di fritto e locali chiusi. Niente baffi, niente nonno, niente Moux e nessun rifugio segreto di qualche maledetta setta di nerd incattiviti.

Tornai da mia nonna e il quadro era ancora attaccato. Lei non si ricordava nulla del piccolo scontro, della veloce battaglia western che avevamo interpretato nel migliore dei modi. Era tranquilla. Silenziosa. In attesa. Come al solito.

C’era una sola cosa diversa in casa sua. L’ultimo libro della famosa saga c’era. Esisteva. Mia nonna, nella sua collezione, nella grande libreria bianca in salotto, lo aveva.

Anche mia madre a casa lo aveva. E anche io, nei minuscoli scaffali in camera mia, lo avevo.

Il libro esisteva. Il finale c’era. Il quadro anche.

Anche il gioco sul telefono esisteva. Ma non c’erano più messaggi e quel numero da ridere era inesistente. Luca affermava di essere stato al mare quel giorno. Quello degli strani avvenimenti e avvistamenti.

Io mio nonno, anche se morto, nel Mc l’avevo visto. Ne ero certo. Ma sembrava che il tempo fosse, in qualche modo, stato maneggiato. Che qualcuno avesse preso quel blocco granitico e ne avesse scalfito una minuscola parte. Confusione, visioni, pazzia, per certe cose che ricordavo. E porca puttana non avevo nulla per indagare, avevo vissuto in una realtà che era stata cambiata e a farlo era stato quell’anima sfaccettata di mio nonno. Se solo la nonna avesse avuto una memoria più solida. Ma, ero certo,che nessuno mi avrebbe mai detto niente. Non per cattiveria, ma per ignoranza. Il nonno sapeva giocare con il tempo, sapeva scrivere e, in modo davvero poco professionale, anche dipingere. Era un folle dietro una figura tranquilla. Non avrei lasciato morire lì quella storia, senza nessun dubbio. Ma dovevo essere paziente e aspettare, farmi trovare pronto questa volta.

Intanto l’unica cosa che potevo fare era finire di leggere quella maledetta saga.


In copertina, L.H.O.O.Q., Marcel Duchamp e Rrose Sélavy.

Giuseppe Fiore è del ’98.
Nato a Matera, laureato in Comunicazione.
Legge da quando è bambino e scrive da ancora prima, spera di riuscire a trasmettere le sue emozioni.
Ha pubblicato su varie riviste letterarie.

Redazione

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