Annie Vivanti, “Gioia!”

Annie Vivanti, Gioia!
FVE Editori, 2021

Sette racconti che parlano di artisti, bagni pubblici, valchirie nere, fate, assassini e formiche punzaiole, più un bonus autobiografico che cita Carducci e cavalli infernali.

A cento anni dalla prima edizione, FVE Editori riporta in libreria un gioiello editoriale: parliamo di “Gioia!” di Anna Emilia Vivanti, conosciuta come Annie Vivanti, importante poetessa e scrittrice italiana vissuta a cavallo tra il 1800 e il 1900. Poliglotta e poliedrica, esordì nel 1890 con una raccolta poetica che fu benedetta da una prefazione di Giosuè Carducci, al quale rimarrà legata da amicizia e affetto profondi fin alla morte di lui.

Grande viaggiatrice, disinvolta, autoironica, una “sradicata di lusso” come la definisce Lidia Raviera nella sua prefazione, è stata amata sia dalla critica che dal pubblico, collezionando romanzi, racconti, saggi, poesie.

Una di queste opere, “Gioia!” per l’appunto, ha visto la luce per la prima volta nel 1921. Forse è per questo che mi sono ritrovata a sorridere molto spesso leggendo le sue parole, perché crea ilarità e stupore la scoperta che una donna nata molto tempo prima di noi possa essere stata così moderna, irriverente, emancipata.

Si ha davvero l’impressione, nonostante il linguaggio, che a parlare sia una ragazza dei giorni nostri, una ragazza che vive d’amore, di uomini, di bellezza, di viaggi, di giornate frivole ma al tempo stesso profonde.

È così che il primo dei racconti, intitolato “Gioia. Idillio in sei mesi”, riassume la nascita e la morte di un amore tra una poetessa (la stessa Vivanti, che comparirà in veste di protagonista o co-protagonista in ogni racconto) e uno scultore. Il tono di lei è vagamente snob, altero, ma non causa sdegno: ci immaginiamo una donna elegante divisa tra feste e amanti, che concede il suo amore in modo totalizzante. Non mancano le battute e la struttura stessa del racconto, tra cose pensate e dette, è divertentissima. Ci si affeziona subito al personaggio, perché è “tutta riso, sorriso e voluttà”.

Il secondo racconto, “Notte di vigilia”, racconta della nascita di un’altra storia d’amore, questa volta tra una ricca aristocratica e un capostazione giovane e aitante o come si potrebbe riassumere senza dire troppo, dell’innamoramento in una toilette pour dames (luxe) 50 centimes. Esilarante nell’allegra spensieratezza che i ricchi hanno la fortuna di sperimentare soprattutto nei momenti sfavorevoli.

Il terzo racconto è l’apoteosi: è qui che ci rendiamo conto della genialità di Annie Vivanti. “Tenebroso amore” è diviso in quattro piccole parti, ma verrà presentato dall’autrice in ordine diverso. Lei stessa giustifica lo scherzo, “poiché la letteratura d’oggi esige qualcosa d’inatteso e d’originale, io ho escogitato questo modo di stupire il lettore […] Basta questo semplicissimo mezzo per generare nella sua mente quella confusione necessaria a convincerlo che si trova di fronte ad un capolavoro”.

Quanto può essere vera e divertente questa affermazione? Io stesso penso che “Gioia!” sia un capolavoro e non solo per le trovate della Vivanti: questo racconto che reclama un tenebroso amore, tenebroso nel senso di “ricerca di stranezze cromatiche”, è giocoso, attualissimo, brillante. Un uomo, Manlio De Luca, cadrà vittima della malia delle donne di colore e sua moglie Clotilde, pur di tenerselo stretto, farà di tutto per incarnare quell’ideale tanti desiderato, sessualmente desiderato, dal marito.

Il quarto racconto, “Fata luminosa”, descrive l’amicizia tenera e repellente, velatamente saffica, di Annie e Lola, una ragazza destinata alla morte da una malattia incurabile. In questo caso non parliamo dell’inizio e della fine di un amore, ma dell’inizio e della fine di un’amicizia.

Il quinto racconto, “Quella che Landru non uccise”, ci parla di un inquietante Barbableu che si diverte ad uccidere le sue amanti. Qui i toni cambiano registro, sfiorando il genere giallo. Inoltre, presenta una struttura a matrioska, perché la protagonista dà voce ad un altro personaggio chiave che, a sua volta, apre e chiude un racconto nel racconto.

Il sesto, il racconto che forse fa più da manifesto della modernità della Vivanti, si intitola “Galeotti I e II” ed è un capolavoro di show don’t tell. Vilia e Claudia discutono di uomini e, in un passaggio ancora vagamente snob ma leggero, Claudia, ovvero nient’altro che Annie, dirà all’amica che ha bisogno di un amante piuttosto che di terme e medicine, perché “fa bene ai nervi, alla carnagione, fa bene al carattere e bisogna prenderlo come un tonico”.

Ricordo che stiamo parlando di un testo del 1921. Abbiamo la modernità e l’emancipazione formato tascabile: il suggerimento esplicito di fare “una cura dell’amore” nonostante sia Vilia che Claudia siano sposate.

Il settimo racconto, “Lezioni di Felicità”, è un gioiellino di filosofeggiante e romantica teoria su come far sì che la gente sia felice. Ma soprattutto su come far sì che la gente si renda conta di essere felice. Leggendo le sue parole, mi sono ritrovata ad annuire e a sorridere, perché davvero mi sono resa conto che “quando non esiste una vera e seria ragione di affliggersi, è un delitto il malcontento”.

L’ultimo testo, “L’apollinea fiera (ricordi di Carducci)”, più che un racconto è una parentesi autobiografica della vita di Annie e di Giosuè Carducci e narra come il sommo poeta arrivò a comprarle un cavallo. È una storia dolceamara ma esilarante, caratteristica che accomuna ogni racconto della raccolta, a prescindere dalla tematica, dal tono o dalla trama.

Non fatico a dire che “Gioia!” sia uno dei migliori testi letti negli ultimi anni. Mi ha ricordato la solennità, l’altezzosità e il glamour di Marguerite Gautier de “La signora delle camelie” intrisa però della geniale ilarità della versione teatrale di Gigi Proietti. Dramma e comicità, aristocrazia e modernità.

Tutto si può trovare nei racconti di Annie Vivanti, tutta la verità che si trova nel quotidiano, con quell’abbondante pizzico di irriverenza e schiettezza che non guasta mai.

Un testo da avere assolutamente nella propria collezione.

“Ecco, ecco l’errore! È questo. Non ci si pensa. Nelle mie Lezioni di Felicità s’imparerebbe a pensare, a pensare a tutto ciò che di buono si ha, a tutto ciò di sgradevole che si potrebbe avere, e a rallegrarsi del contrasto”.

Annie Vivanti, “Gioia!”

Deborah D'Addetta

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