DUE FRATELLI

“In terms of the most astonishing fact about which we know nothing, there is dark matter and dark energy. We don’t know what either of them is. Everything we know and love about the universe and all the laws of physics as they apply, apply to four percent of the universe. That’s stunning.” Neil deGrasse Tyson

Nella stanza rimbalzarono le note di “Nord, sud, ovest, est”. Rettangoli di sole entravano dalle persiane chiuse, illuminando e sezionando strati di oggetti morti, feticci dimenticati delle idee “stavolta è quella buona” di Nicola.

Sul comodino una rivista spiegazzata, titolo: “Afferra il futuro: la fusione fredda è qui! È il momento di investire!”.

Sotto il letto il prototipo di marmitta N-01C, inglobato in una massa di polvere tentacolare.

Alle pareti otto poster di Valentino Rossi, nume tutelare del successo che Nicola aveva sempre ritenuto a portata di mano. Era il preferito di suo padre, il fratello  Roberto era la femminuccia che passava i pomeriggi a guardar la madre giocare a poker.

Roberto si alzò dal letto con enorme fatica, ogni giorno il suo corpo gli sembrava più grave, come se un processo segreto stesse rimpiazzando le sue cellule con tanti pallini di piombo.

Portò a scuola Nicoletta e Francesco. Il ragazzino era iper-attivo come al solito, si domandò da chi avesse preso. Per un attimo pensò a suo fratello. Arrivato in ristorante tirò su l’interruttore generale e il ronzio dei cinque frigoriferi della cucina lo accolse come un coro sacro.

Fece login nel suo account di Poker online, la mattina giocava solo su un tavolo, aveva troppe cose da fare. Poi non voleva che Giovanna lo beccasse a giocare, la faceva arrabbiare. Tollerava la cosa solo perché grazie al poker stava mettendo da parte i soldi per acquistare la licenza per il tabacchi e la sala scommesse.

Gli aiuto-cuochi arrivarono alla spicciolata, non una parola. Ognuno sapeva cosa fare, era lo stesso ogni giorno, da anni. Tutti bangladini, all’inizio avevano provato a socializzare, a rompere il silenzio canticchiando robe Bollywood, li aveva bloccati subito. Il ristorante era il suo purgatorio, il regalo di addio del padre per fare un dispetto al suo preferito, il fratello bello, Nicola.

Preparò la salsiccia di mora romagnola per i rigatoni alla Lamberto, il piatto segreto di famiglia. La ricetta era toccata a lui, un foglietto logoro scritto dal loro bis-nonno. Quando il padre glielo passò in punto di morte, trovò ridicola la sua cerimoniosità. Un piatto di pasta, nient’altro.

Ma la faccia di Nicola quando lo vide con il foglietto in mano, quella sì che lo faceva ridere di gusto. Non era più il servetto della madre.

Entrò Giovanna, lo salutò e diede un’occhiata al telefono di Roberto pensando che lui non la vedesse. Poi si piazzò dietro la cassa, a fare conti a penna, non si fidava delle calcolatrici, il padre commercialista aveva truffato mezzo quartiere.

Un sibilo sovrastò lo sfrigolio del soffritto, preludio inconfondibile di una fenditura. Roberto si leccò le labbra, il cuore salì di battiti, adrenalina.

Lentamente un microscopico buco nero si aprì nella faccia di Giovanna, il sibilo sempre più acuto. I bangladini se ne fregavano come al solito, per loro le fenditure erano volontà divina, fato.

Non un odore, non un colore, solo quel sibilo cui ormai erano tutti abituati come cani di Pavlov. Ai più suscitava un’agitazione cutanea e aliena, sferette di sudore, bocca asciutta, a volte palpitazioni. Punto.

Ai complottisti non credeva più nessuno. Le fenditure erano un elemento quotidiano, un inciampo sul gradino della porta di casa. Una fugace carrambata del vuoto nell’obeso e strabordante mondo del pieno, della carne, della vita in quel gigante formicaio a cielo aperto.

Il piccolo buco nero si richiuse, mentre il sibilo suonava sempre più lontano. Alcuni giuravano che alla fine potevi sentire delle parole, frasi addirittura.

La faccia di Giovanna si ricompose, una maschera calata sul vuoto, come se l’esistente non fosse altro che un tappabuchi. Roberto ne fu quasi deluso, avrebbe potuto scommettere, era raro che apparissero così vicine. Non ci prendeva mai, non aveva il fiuto. Sprecava tutto quello che guadagnava col poker online in scommesse sulle fenditure.

Giovanna non ne sapeva niente, lo avrebbe lasciato sul momento, la priorità erano i figli, il loro futuro, si era totalmente annullata. Odiava i numeri, le quote, le statistiche, aveva bisogno di toccare le cose, una licenza per un tabacchi ad esempio.

Invece Nicola ci prendeva sempre, lui il fiuto ce l’aveva, era il cervello che gli mancava, per questo a poker faceva pena. Per questo il ristorante ce l’aveva Roberto.

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Nicola lo guardò come lo guardava da quando erano bambini, un sorrisetto saccente, un sopracciglio inarcato a dire “sei la solita femminuccia, il servetto di mamma”.

Roberto ricambiò col suo sguardo pesto, stanco di spiegare al fratello che era un miserabile, un fallito che viveva nella casa dei genitori, che neanche aveva svuotato, nella stanza che gli era stata assegnata perché era più spaziosa e Roberto “tanto non fa movimento”, ancora piena di poster, di idoli che servivano a farlo sentire sicuro dentro la sua gabbia quotidiana di 883, motogp e idee che gli altri non capiscono ma “prestami i soldi, stavolta è diverso”.

Entrarono nel centro scommesse. Erano tutti uguali. Sale buie dove lampeggiavano freneticamente i puntini rossi che segnalavano la locazione di una fenditura sul mappamondo luminoso al centro della sala. Puzza di sigarette pesanti, cariche di catrame, quelle che lasciano le dita gialle.

In assenza di orologi, il tempo era scandito dalle scatarrate degli scommettitori.

A volte sembrava crearsi una correlazione, un ritmo segreto, tra gli sputi e l’accendersi dei puntini rossi.

Si poteva scommettere su qualsiasi variabile: luogo, orario, perfino estensione nel tempo e nello spazio della fenditura.

La Gigante di Times Square durò due settimane, poi come niente fosse il buco nero si richiuse e la materia si ricompose, nuova di zecca. Se venivi “mangiato” da una fenditura neanche te ne accorgevi. Nessuna traccia nella memoria. Un singhiozzo di non-essere.

Nicola si accese una canna. Sorrideva con la solita aria di uno a cui tutto è dovuto, da figlio unico, da preferito del padre.

Roberto era disgustato dall’odore, mai fumata una canna, lui. Iniziò a giocare pesante, e a perdere pesante. Raggiunse uno stato di autolesionismo cinico, una forma di zen perverso. Raddoppiò e poi triplicò la giocata. Ogni volta l’acquisto della licenza da tabaccaio se ne scappava più lontano nel futuro.

Consolava Roberto il fatto che anche Nicola non avesse fortuna quella sera. I soldi li prendeva dall’eredità, lo odiava per questo, erano di sua madre, sì solo sua, il fratello non l’aveva mai amata. Era Roberto che le stava accanto quando il padre non tornava, che l’aiutava a fare i bagagli prima delle vacanze giù.

Nicola vinse un tris, indovinò nazione, città con margine d’errore di 5 km, e ora, con margine di un minuto.

Ancora quel sorrisetto, non lo sopportava, gli avrebbe spaccato il bicchiere in faccia, voleva vederlo grondare sangue e urlare. Ma era suo fratello. Doveva fargli capire che ora era lui il capo, era lui quello forte. La donna ce l’aveva lui.

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Nicola scolò il bicchiere e si alzò. “Vieni a vedere i miei cani” disse, con la sicurezza di sempre, di quando Roberto lo seguiva come un buffo animaletto e leccava le briciole rimaste sul pavimento.

“Sto addestrando dei segugi da fenditure”. Lo guardò incredulo, “eh?”, “immagina i soldi, mi basta che ci prendano una volta su cinque, che siano in grado di fiutare le apparizioni di fenditure nei paraggi con un buon anticipo. Come fanno coi terremoti, no?”. Non poteva credere che il fratello fosse così coglione, era uguale a loro padre.

Salirono in macchina, diretti verso la vecchia casa di campagna.

Nel buio dell’abitacolo non scambiarono una parola, Nicola borbottava qualcosa sul fatto che sarebbe diventato ricco. Roberto stringeva il volante come volesse strozzarlo, fermò la macchina, il cuore a bomba, adrenalina, sudore, bocca secca. Gliel’avrebbe fatto capire. Tirò fuori dal portafoglio la ricetta di famiglia. Si avvicinò al ciglio della strada, allo strapiombo inghiottito dal mare notturno venato da una schiuma rabbiosa.

Il fratello lo guardò, intuì troppo tardi ciò che stava accadendo, il sorrisetto sparì, per la prima volta. Roberto lanciò la ricetta nel buio, per un attimo rimase sospesa, incerta, poi un’onda la sprofondò in acqua schiumando.

Nicola urlò come un cane abbandonato e bastonato dal suo padrone. Afferrò il fratello per il collo ma lo lasciò subito. Risalì in macchina. “Andiamo”.

Non una parola. Arrivarono alla vecchia casa, dov’era nato loro padre. I cani facevano un gran casino. “Non gli do da mangiare da una settimana, per punirli, devono imparare, migliorare il fiuto. O per me sono inutili”.

Non c’era luna quella notte, “vieni, tranquillo, se ti vedono con me non ti mordono”. Nicola lo sbattè sulla gabbia, i cani iniziarono a ringhiare come pazzi, schizzando coriandoli di bava rabbiosa. Afferrò la mano di Roberto e la spinse dentro. La ritirò subito prima che le bestie la sbranassero.

Lo fece rotolare a terra, un attimo e gli fu sopra, le mani al collo, Roberto a malapena si difendeva, frignava come un bambino. Poi un sibilo, una fenditura circolare si prese lo stomaco di Nicola. Durò poco, ma bastò a sospendere la lite.

Entrarono in casa. Si sdraiarono in soggiorno come facevano da bambini, per guardare il soffitto, catturati come allora dai giochi di luce del lampadario di cristallo della nonna.

“Cosa succede alle cose mangiate dalle fenditure? È ancora il mio stomaco?”

Roberto emise un sospiro prolungato. Gli occhi gonfi di stanchezza stratificata. Come la madre.

“Per me sembra uguale ma non lo è, sei fatto di qualcos’altro. Presto tutto sarà sostituito, identico ma diverso. O forse lo è già.”

“Allora non sono fatto della stessa merda di nostro padre” disse Nicola.

Roberto accennò un sorriso, si era scordato come si facesse.

“Ti serve un cameriere?”

I cani latravano come pazzi. Un sibilo strappò la notte, annuncio di una fenditura, chissà dove. Il buio nel buio è invisibile.


Adriano Manca è nato a Fiesole nel 1988. Si è laureato in Filosofia alla Statale di Milano con una tesi sulle allucinazioni. Ha vissuto brevemente in Nuova Zelanda per un dottorato ed è tornato in condizioni mentali dubbie, come testimoniato da gravi episodi in cui arriva a dire che “la pizza hawaiana è buona, se l’ananas non è sciroppato”. Suoi racconti sono usciti o usciranno su L’Inquieto, Rivista Blam, Bomarscé, Suite Italiana.

Redazione

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