Erskine Caldwell e i suoi bastardi

Nella foto in bianco e nero che ho davanti un ragazzone ben piantato è sdraiato a tre quarti su un lettino da giardino, il sigaro in bocca, le dita schiacciano i tasti di una vecchia macchina da scrivere. Forse è la sua casa di famiglia in Georgia, forse la foto appartiene già al periodo in cui si è ritirato a scrivere. Sullo sfondo, si intravede una giovane donna china su un bambino, gli elementi esterni di una casa coloniale. È tutto il suo mondo, la famiglia, il sud, la scrittura. Batterà su quella macchina da scrivere per tutta la vita, fino alla morte nel 1987, dando voce e corpo a un’umanità corrotta, vile, agli istinti primordiali che muovono i personaggi dei suoi libri e che tanto scandalo hanno destato all’epoca. Tale da far inferocire sia i connazionali, uomini del Sud offesi dalla raffigurazione del loro pezzo di mondo, ma anche la New York Literary Society che lo fece arrestare. La morale non si tocca.

Eppure, i suoi, sono gli stessi temi e personaggi che troviamo in Faulkner e Steinbeck, i quali, al contrario di lui, hanno avuto un successo rimasto stabile nel tempo. Sarà che il “furore” in Erskine Caldwell scaturisce non tanto dall’ingiustizia, quanto dalla bestialità che quell’ingiustizia genera negli esseri. Sono gli uomini e le donne che ha osservato fin dalla nascita, è il ritratto di una società malmessa e subumana, ma anche una denuncia, la rappresentazione dei bianchi più poveri, delle loro condizioni di vita, economiche, sociali.

Caldwell nasce nel 1903 in Georgia: il padre è un ministro di culto presbiteriano, la madre la discendente di un illustre casato della Virginia. Studia scienze sociali, ma è alla vita vera che si rivolge per raccontare i suoi bastardi, maschera e specchio di un’umanità degradata, misera, ignorante. I suoi personaggi sono i dannati dell’America, i poveri senza morale perché non possono permettersela: hanno fame, le loro giornate sono spese a pensare al cibo e a come procurarselo, la loro mente è occupata dalla pancia vuota, non c’è spazio per alcuna riflessione, per alcuna pietà. Sono sporchi, pigri, assassini. Sono ferini, ma li perdoniamo per la loro ingenuità, per la limitatezza dei confini, delle esperienze.

Sono i Joad di Steinbeck ma, se questi conservano la loro umanità, l’empatia verso la condizione degli altri che gli permette di non fallire come esseri viventi e mantenere la dignità, d’altro canto i personaggi di Caldwell sono un filo di nervi pronto a balzare sulla preda. Sono nudi, senz’anima, e crudo è il loro modo d’esprimersi.

I Lester de La via del tabacco di Caldwell sono anch’essi come gli Okie, accompagnati dalla polvere, vittime dell’indigenza più nera, ma non lottano per rialzarsi e ripulirsi, sguazzano nell’aridità della terra rotolandovisi apaticamente.

L’incipit del romanzo chiarisce subito con chi abbiamo a che fare: Jeeter Lester, il capofamiglia, ruba un sacco pieno di rape al genero e si nasconde per mangiarle tutte, mentre il resto della famiglia non si nutre da giorni. Regna l’assoluto individualismo, ognuno pensa per sé e lo spazio della casa sbilenca è un non-luogo che non unisce nessuno. La vecchia madre viene lasciata morire a un lato della strada. La religione non dà alcuna consolazione o insegnamento, è superstizione pura e anch’essa guadagno. I personaggi sono depredati dell’umano ma mai scontati, sono veri, vivi, così come la loro tragedia, l’ignoranza, la grettezza che li genera come un parto nello sporco.

Jeeter passa le sue giornate a ripetere come un mantra che il giorno successivo farà questo e quello, arerà il campo, andrà in città a vendere la legna, si procurerà guano e sementi. Non lo fa mai. Non farà mai niente. Questa è la sua cifra, quella di un Oblomov ma con la tuta da lavoro sudicia e i piedi non lavati da sei mesi.

Eppure, una verità emerge dallo sfondo: non è solo colpa sua, è il sistema che colpisce i contadini e la terra, approfittando di interessi stellari, indebitando, rubando legalmente. Uomini e campi sono privati della propria essenza, spogliati. Così il linguaggio, privo di qualsiasi fronzolo, fluido, essenziale, adatto a far esprimere i personaggi, anch’essi resi nudi, essenzialmente animaleschi o ingenui, che si muovono avanti e indietro nelle pagine, avanti e indietro sulle loro macchine scassate, sgasando polvere d’America sulle strade sterrate delle campagne, alla ricerca di cibo, di donne, di negri da linciare (e qui non possiamo non dirlo alla loro bassa maniera, è letteratura e storia).

L’opera di Erskine Caldwell, per trama e stile, piacque a Maxwell Perkins, al quale senz’altro solleticava l’odore di nuovo, di ciò che spezza il canone, essendo lui già l’editore di Hemingway, Wolfe, Fitzgerald. Quindi, mentre noi quanto a sperimentazione e svecchiamento del linguaggio letterario si stava ancora come sugli alberi le foglie, Caldwell pubblicava, con l’aiuto di Perkins, Il bastardo, beccandosi una causa.

È il primo romanzo e c’è già tutto, l’uomo disadattato, il vagabondo, il delinquente che si adegua a qualsiasi mezzo pur di stare a galla. Il protagonista, Gene Morgan vive di espedienti, non conosce il pentimento, non v’è implicazione psicologica o morale. Si muove in universo senza meta, un labirinto claustrofobico da cui sembra impossibile uscire. Non c’è riscatto neanche attraverso l’amore, da una parte non lo permette la vita, che gli dà in sorte un figlio malato, dall’altra non lo permette il sangue, il richiamo all’abito di assassino, di bastardo.

Ugualmente i Lester di La via del tabacco, i Walden de Il piccolo campo o la rassegna inumana di Fermento di luglio. Sebbene, a una lettura più profonda, venga da chiedersi cosa nasca prima, un po’ come la storia dell’uovo e la gallina, la brutalità o la fame?

Siamo davanti all’idea di Hobbes per cui homo homini lupus, o non è piuttosto la pancia vuota che tuona da un personaggio all’altro, la miseria delle vesti, l’obbrobrio delle case fatiscenti, delle macchine senza i copertoni e ancora la polvere, la sporcizia, le rape coi vermi che portano l’individuo a diventare feroce, egoista, a un nichilismo senza coscienza d’esserlo. La povertà e l’ignoranza generano aggressività e barbarie?

È pur sempre la sopravvivenza del singolo o del gruppo che qui, tra le pagine dei libri di Caldwell, è in gioco. E questa malvagità diventa incallita, stratificata nel DNA, nel sangue, di generazione in generazione.

Per fortuna qualcosa rende il tutto leggero, a tratti pirandelliano: l’ironia. Tragicità e humor sono i pilastri narrativi attraverso cui l’autore dispiega le storie. Così, né Il piccolo campo non possiamo non provare certa tenera simpatia per il padre Ty Ty, proprietario di vari acri di terra ma senza un soldo, perché invece di coltivare il cotone passa le sue giornate, coinvolgendo nel pazzo sogno tutta la famiglia, a scavare enormi e profondissime buche alla ricerca di filoni d’oro, inclinando la casa, impoverendo la terra e lasciando i consanguinei con la pancia e le tasche vuote.

L’ironia è nascosta, è tutta dell’autore e noi la intravediamo. Alla luce, invece, sulla scena, estrapolati dalle viscere umane ci sono gli istinti, primitivi, elementari, da soddisfare. Fame, sesso. Sorelle che condividono lo stesso uomo, Will, marito di una delle due, il padre che anela la donna del figlio: «Griselda è forse la ragazza più carina che io abbia mai visto. Non esiste uomo al mondo che abbia avuto la fortuna di vedere due tette così belle. Dico sul serio! Sono talmente belle che a volte mi verrebbe da mettermi carponi, come i cani da caccia quando fiutano una cagna in calore, e leccare per terra». L’uomo condiviso che desidera e infine possiede la moglie del cognato.

C’è anche la fabbrica, le valli dove abitano gli operai del cotonificio e uno sciopero, dove ahimè Will perderà la vita, ucciso dai padroni. Si dispiega qui, forse unica, la saggezza viscerale del padre, che conosce la natura umana pur non comprendendo la propria follia e sa, forse è il caso di prendere un appunto, che Dio non è dentro le chiese ma dentro gli esseri umani, e gli uomini, per vivere in pace con loro stessi, non dovrebbero rifiutare la propria indole, fatta di impulsi, desideri. Il problema, dice Ty Ty, è che Dio ci ha fatto animali ma in un corpo di uomini, e in fondo non è tutto qui il dilemma, il nocciolo dell’essere o non essere?

Nessuna ironia sotterranea, invece, in Fermento di luglio, romanzo in cui gli uomini si radunano e si sciolgono, si picchiano, si ammazzano senz’altro scopo che quello di farlo. Non esiste altro protagonista se non il razzismo.

Il ragazzo nero è innocente, si sa, ma l’accusa di stupro verso una ragazza bianca è l’appiglio becero per mettere in azione la caccia, dare sfogo alla violenza. Fermento appunto, fermento nella quiete ripetitiva delle vite scandite nel sudore del lavoro, ogni alba uguale all’altra, identica ogni stagione fino alla fine della vita. Non c’è una fanciulla virtuosa da vendicare, piuttosto un nero da impiccare, è sulla seconda motivazione che slitta tutto il racconto, della prima lo sanno tutti che è ninfomane e bugiarda. Fermento. Girano le macchine e gli uomini con le torce nella notte, tra le paludi e i boschi, girano col sole a picco sulla terra arida, nel calore appiccicoso del giorno, girano i fucili di mano in mano finché il corpo non penzola dalla corda, oscilla dal ramo il ragazzo che nella vita voleva solo dar da mangiare ai suoi conigli. Non c’è punizione, né soluzione. Solo, talvolta, tra le righe, qualcuno che vorrebbe essere diverso ma non può: «Se non ti consegno ai bianchi che dall’altro ieri ti cercano dappertutto, mi chiameranno amico dei negri». Ecco, meglio rendersi complici dell’omicidio di un puro piuttosto che essere amici dei negri. È questo che dice tutto il libro.

La produzione di Caldwell è sconfinata, scriverà circa quattro libri all’anno e soprattutto nel dopoguerra i suoi romanzi dalle copertine osé venderanno copie per circa duecento milioni di dollari. Ma avrà sempre i critici contro, dovrà difendersi in tribunale per la presunta immoralità dei suoi libri. Ne uscirà vincitore contro il granitico puritanesimo di certi strati della società. Del resto, dietro i suoi romanzi c’è soprattutto la volontà di mostrare le condizioni di vita di parte della società civile americana.

Se a New York si balla il charleston e si beve champagne, Scott Fitzgerald e la sua amata Zelda si fanno portavoce di una gioventù sfrenata che tutto vuole e tutto brucia e Hemingway fa “festa mobile” a Parigi con tutte le avanguardie della generazione perduta, nel sud degli Stati Uniti si muore di fame e d’ingiustizia, l’ignoranza cristallizza le credenze, si muore di pellagra, si soffre il rachitismo, si ruba per non morire di fame o di fame si muore. Il diversivo, il fermento, è la caccia al lavoratore nero, sebbene la tragedia dell’indigenza accomuni bianchi e neri molto più che non i bianchi tra loro.

I libri di Caldwell sono quadri, raffigurazioni di campi e case che cadono a pezzi, sembra di stare lì anche noi, strizzati nell’ocra delle camicie logore, tra le zolle secche dissodate, accanto ai muli stanchi e scheletrici. A riprova di questa volontà di rappresentazione, negli anni sessanta Erskine produrrà Alla ricerca di Bisco e Deep South. Reportage che rendono palesi le condizioni di vita negli stati del sud, il tutto corredato dalle foto della moglie Virginia.

Nei volti tumefatti, nella magrezza che, come una sciarpa, si attorciglia ai corpi, sale ancora quella domanda, prepotente ieri come oggi, la brutalità è dovuta alle condizioni di vita, qualcosa che la durezza dell’esistenza tira fuori dagli uomini come le zanzare il sangue? Oppure è insita, stipata in qualche posto dentro gli esseri, nascosta tra il fegato ingrossato e la milza infiammata, ma pronta ad azzannare con la prepotenza di una fiera quando è in gioco la sopravvivenza?

Domanda ancestrale che fa riflettere ogni epoca. E però, è questa letteratura che scuote e risveglia quello di cui abbiamo bisogno, una letteratura scorretta, che dissacri, che non sia banale, scontata, infiocchettata da uno stile soggetto-verbo-complemento, che frusti denudando l’uomo delle sue convenzioni e che come la tragedia greca ci mostri il nostro mostro, in modo che noi, poi, si possa fare una gran bella vecchia catarsi.

«Quando Gene Morgan udì parlare per l’ultima volta della donna che era sua madre, essa viveva a un centinaio di metri dalla frontiera della California, nella prosperità privilegiata del vecchio Messico. Non era più giovane, né così bella come era stata una volta ma possedeva una certa esperienza in fatto di uomini e di denaro, e aveva un sistema tutto suo per aumentare il tributo che gli uomini erano sempre ben disposti a pagare per conoscerla.
Gene sapeva, naturalmente, che sua madre era una prostituta e che era andata seguendo per venticinque anni le corse dei cavalli e il denaro delle corse; e così, quando lo sconosciuto gli mostrò la fotografia di sua madre sul rovescio di una cartolina postale non si meravigliò che potesse essere lei» […]  «Cominciò a pensare a quando l’aveva vista l’ultima volta. Era stato a New Orleans in Canal Street: l’aveva seguita per metà della notte senza parlarle mai. Aveva semplicemente voluto vedere la donna che era sua madre. E quando verso il mattino si era accompagnata a un marinaio dai capelli di stoppa, lui se n’era andato e non l’aveva rivista mai più. La prima volta che ricordava di averla vista, faceva la soubrette in un varietà di Filadelfia. In un albergo della Dodicesima Strada aveva passato la notte con lui senza sapere che era suo figlio, o se lo sapeva non ci aveva badato. Due volte, comunque, era abbastanza; egli non volle vederla mai più».

Erskine Caldwell, Il bastardo, Mondadori 1959.

Silvia Penso

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto