Agata

Nella notte, nelle poche ore che ho dormito, ho sognato solo Agata. Ho sognato la sua casa colonica sbrecciata, le sue cosce poderose che mi stritolano, la sua voce suadente che chiama il mio nome nel momento del coito.

Al risveglio sono rimasto nel letto con un senso di vuoto che mi ha tolto l’aria. Vorrei che fosse qui e occupasse metà del mio letto, che continuasse a offrirmi con le mani sporche il pecorino raffermo. Vorrei che mi azzannasse ancora il collo ma ancora più forte fino a farmi sanguinare per sentire che siamo veri e siamo vivi.

Decido di alzarmi: oggi, dopo un’intera stagione di siccità ha ricominciato a piovere. Dalla finestra aperta arriva prepotente il profumo della terra che si apre per trattenere l’acqua. Mi affaccio per godermi lo spettacolo di questo temporale estivo: in lontananza, nel mare, scaricano fulmini, tutt’intorno la campagna viene giù come in una apocalisse. Il terreno si apre e tutto scompare.

I nostri incontri continuarono ancora per diverso tempo. Lei lasciava la porta della casa colonica accostata, io vi entravo furtivo, mi infilava nel letto e aspettavo che arrivasse. Nell’attesa aprivo una bottiglia di Palizzi e me la bevevo coricato. A volte, scostando le tendine della camera la vedevo arrivare e pensando di non esser vista, mostrava il suo volto più sincero e aperto. Con me, invece, mostrava tutto il suo disegno di seduzione: il labbro un po’ volgare, le cosce aperte e sudate. Indossava spesso un vestito a fiori, sdrucito, aperto sui seni, con un Cristo appeso a un pendaglio. A volte eravamo arresi. Dopo l’amore, Agata disegnava dei cerchi nei peli del mio petto, mi diceva che prima di tutto era il verbo e poi il cazzo e dopo il cazzo era la morte e dopo non c’era niente, solo un’eco in una caverna vuota.

A volte nel sonno si girava nel letto e diceva portami ala Pietra Cappa, ala Pietra Cappa. Digrignava i denti in un modo tale che sembrava scossa da un tremore antico. Nella penombra ne osservavo i lineamenti che si contraevano, la mascella che si faceva tesa e dura. Oppure si pronunciava in lunghe litanie sommesse pronunciate in greco di Calabria, ricordavano delle nenie da cantare ai bambini ma avevano un incedere inquietante, narcotico, ossessivo. Afferrai un paio di parole, riuscì a isolarle e trascriverle.  Un giorno ne chiesi il significato a mastro Sarino, buttandola lì che all’osteria le avevo sentite e non ne avevo colto il senso.

Lascia stare quella narada, mi disse lui. Lasciala stare che ti manda al manicomio o ti ammazza o ti fa un incantamento e ti perdi in mezzo ai calanchi.

Una sera, al risveglio, lei era tutta sudata, con la faccia torbida. Tutto bene? Le chiedo e lei non risponde. Rimane con gli occhi sbarrati, le gambe nude divaricate in mezzo alle lenzuola sporche.

Ho sognato che Petru t’ammazzava. Dice.

Che le donne degli altri non si toccano lo sanno tutti santi e pure i morti sparati in faccia. Lo so pure io ma Agata brucia come la stoppa: una fiammata isterica e fiera che si contorce e purifica.

Intanto comincia a piovere, si sente il ticchettio sulle lamiere della baracca e sale già il profumo della terra dissetata. È così piacevole restare qui, in quest’ora buona! Mi alzo dal letto ed esco a fumare. Sento il respiro della fiumara, il suo umore sotterraneo. Petru mi vuole ammazzare penso e lascio che la sigaretta si consumi da sé. Un giorno arriverà Petru con un coltello da cucina e me lo conficcherà nello stomaco: una, due volte, tre. Mi dirà una malignità in modo che la mia anima si sperda? O avrà il buon cuore di ammazzarmi con una benedizione? Al principio era il verbo e poi più niente. Di là, nella caverna, ci sarà Agata che grida il mio nome.


Angelo Tolomeo vive a Trento. Ha pubblicato una raccolta di poesie La balena ed altri cetacei (Tra le righe libri, 2015). Alcuni suoi scritti sono apparsi su Prospektiva, Nazione indiana, Atelier poesia, rivista Blam.

Redazione

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