(I)stanze a confronto: infanticidi, miracoli e spazi vuoti

Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finché non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento.[1]

La prima volta che ho letto questo passo di Canetti mi sono sentita stretta all’angolo; mi sono sentita presa in giro come Dante, quando, nella Commedia – dopo la breve storia d’amore con la speculazione filosofica che culmina nella stesura del Convivio – mette in questione il suo percorso e, imboccata la via della verità salvifica, guardandosi indietro, si riferisce alla filosofia parlando di “difettivi sillogismi” (Par., XI, 2).

È inutile negarlo: quando ci si sente dare dell’infanticida, è piuttosto difficile non rimanere turbati e non revocare in dubbio ciò che si fa, ciò a cui si sta permettendo di segnare il tracciato della propria vita.

Questo filosofo dal cuore di pietra descritto dall’autore non solo si perde il mondo trastullandosi con il suo linguaggio tecnico e oggettivante, ma addirittura è lui stesso, in prima persona, a sbarazzarsene. L’obiettivo è rimanere da solo con la parete nuda, quasi a ricreare una perversa forma di erotica intimità.

La prima obiezione da muovere a Canetti può essere questa: il modo spregiudicato di indagare il mondo che egli attribuisce al filosofo tout court non è una tendenza dominante; può essere definita un’inclinazione che prevale in alcune correnti, autori, periodi storici, ma non è una caratteristica che, nel senso negativo che intende l’autore, può essere ascritta all’interezza della ricerca filosofica e alla sua storia.

La seconda questione, più che voler contraddire lo scrittore, rende merito alla sua osservazione: ché il palazzo, dopo le razzie dell’intellettuale, rimane, certo, vuoto, spogliato, eppure è questo un bellissimo e inaspettato vanto per il filosofo. È noto a tutti il cliché secondo cui la filosofia complica, complica incredibilmente ciò di cui si occupa rendendo il suo studio qualcosa di inaccessibile o addirittura di poco invitante; qui, invece, Elias Canetti mostra, a sua insaputa, la grande capacità della filosofia o, per lo meno, di una certa idea di filosofia: il saper togliere.

Complicare è facile, semplificare è difficile. /Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole:/ colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. /Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. /Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, /come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra/ tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare. /Togliere invece che aggiungere/ vuol dire riconoscere l’essenza delle cose/ e comunicarle nella loro essenzialità.[2]

Inutile, però, lasciarsi andare a sfrenati campanilismi: non sempre il filosofo riesce a togliere. A volte, a qualcuno sono necessarie centinaia di pagine per dire della natura del tempo e, magari, non riuscire ugualmente a dirla; a qualcuno, invece, occorrono termini asettici o addirittura una scarna simbologia per descrivere una derivazione logica.

Ciò che importa, in questa sede, è vedere come il rimanere soli in una stanza vuota non debba essere necessariamente un castigo, meritato dal filosofo per il suo spregiudicato e incauto approccio alla realtà, ma possa essere, anzi sia, l’occasione per guadagnarsi uno sguardo nuovo sul mondo.

In effetti, possiamo ipotizzare un finale diverso, un lieto fine per l’episodio raccontato da Canetti: nessuno vieta, infatti, che il filosofo, una volta studiata e ammirata la nudità delle pareti, corra per le scale del palazzo e si fiondi a recuperare il mobilio, il bambino, il gatto, gli infissi. Benché il filosofo non spenda, certo, l’intera sua esistenza nel chiuso di una stanza spoglia, pure, egli conserva intatta una misteriosa confidenza con l’essenziale, ché non disdegna il vuoto né teme di allontanarsi dalla strada battuta dai più. In definitiva, si tratta di un modo diverso di guardare le cose. Forse, ciò che rende il comportamento descritto da Canetti così ripugnante ai suoi occhi è il fatto che l’atteggiamento filosofico è innaturale e, secondo l’autore, addirittura mostruoso. Solo in tal modo, però, per quanto questo possa essere a tratti dissacrante, il filosofo può mettere distanza tra sé e le “cose del mondo” per poterle ricomprendere e ripensare in modo innovativo e più profondo.

È una questione di spazi vuoti, ovvietà e cambi di prospettiva. E questo Chandra Livia Candiani lo sa bene, e lo esprime ancora meglio: pur non parlando più di filosofia, bensì di meditazione, l’obiettivo cui giunge è lo stesso. Vediamo la sua stanza: «Nella mia casa c’è una stanza, né grande né piccola, vuota. È così da trentadue anni. Ci entro soltanto per sedermi in silenzio da sola e due volte a settimana con altre persone»[3]. La poetessa, che negli anni ha stretto un rapporto profondo con la pratica buddhista[4], spiega che la sua stanza «è nata intorno a un gesto. Il gesto di inchinarsi, di poggiare la fronte a terra»[5], e, continua, «avere in casa una stanza così cambia un po’ l’esistenza»[6]; questa stanza, dice, le serve per avere uno spazio in cui coltivare la fiducia, poiché «è questo che la frequentazione del silenzio e del lasciare le cose così come sono crea»[7].

Forse questo potrebbe sembrare diverso, a primo acchito, dall’atteggiamento del filosofo sopra descritto da Canetti: ma non è così. Anche Chandra Livia Candiani, trentadue anni fa, deve aver proceduto a una rimozione di oggetti dalla sua stanza per renderla vuota; precisamente, ha saputo cosa togliere. Ha lasciato una moquette azzurra e una fila di cuscini a terra, per sedersi. La stanza svuotata mette in risalto l’essenziale: «Niente di straordinario, si avverte solo, gradualmente, ciò che già esiste»[8].

Ma ecco che, poco più avanti, l’autrice spiega in modo più preciso a che cosa si assiste quando si passa del tempo in questo spazio vuoto: «Di per sé è solo una stanza vuota, né brutta né bella, piena di spazio, di possibilità. E quel che nasce assomiglia al luogo stesso, sono miracoli del noto, del così già tanto visto che lo si dà per scontato»[9]. Ecco la tendenza del filosofo, ecco l’astensione da una visione abitudinaria del reale! Miracoli del noto: così C. L. Candiani chiama il modo nuovo di vedere le cose che una stanza vuota ci offre.

Inoltre, l’autrice suggerisce un’altra importante caratteristica parimenti attribuibile al gesto filosofico: l’apertura alla possibilità. Lasciamo dirlo alla poetessa: «L’abilità di stare in una stanza vuota è quella di rendere altrettanto vuoto il proprio cuore, lasciar cadere le proprie opinioni, deduzioni, pregiudizi, lasciar scivolare quelle degli altri su di noi, lasciare che si riveli uno spazio vuoto di abitudini, un’altra possibilità»[10].

Ciò che emerge dall’accostamento di questi testi, di queste stanze, è il fatto che sostare in uno spazio vuoto, anzi, previamente svuotato proprio da noi stessi, non è necessariamente un atteggiamento dissacratorio nei confronti di ciò che si è rimosso, non è un infanticidio, come vuole Canetti; talvolta si scostano oggetti e pensieri soltanto per osservare quale altra conformazione potrebbe assumere lo spazio in questione, o ancora, per riuscire a vedere il noto con uno sguardo differente, originale.

L’obiettivo centrale di questa breve analisi non è, pertanto, mostrare la differenza tra pratiche meditative ed esercizio filosofico, anche se, incidentalmente, è possibile notare come la filosofia non riesca, non possa, una volta fatto il vuoto, accontentarsi di osservare il sorgere e lo svanire delle riflessioni, ma debba invece rincorrere ogni neonato pensiero per poterlo far crescere e seguirne gli sviluppi e le implicazioni. Ciò che conta sottolineare, anche e soprattutto in relazione alla situazione che il mondo intero vive da un anno a questa parte, è, invece, il ruolo fondamentale giocato dalla riconfigurazione dello spazio, del tempo e delle nostre certezze; svuotare la stanza, che sia fisica o mentale, ha due conseguenze: sprofondarci nell’esperienza della solitudine e permettere, come si è detto, di ottenere un nuovo sguardo sul “già così tanto visto”.

A proposito della solitudine e del togliere, Candiani, poco tempo fa, al tempo del primo lockdown cui l’Italia è stata sottoposta lo scorso marzo, scriveva: «E levare, levare, levare. Troppe parole sono al mondo, troppi pochi sguardi e sorrisi, poca accoglienza, troppa insistenza sull’insieme, anziché un po’ di spazio per quella radicale solitudine che permette di ascoltare le urla del mondo e custodirle. L’azione nasce dopo, dalla giustezza della percezione»[11]. Le indicazioni dell’autrice sono chiare: al contrario di ciò che sostiene Canetti, che taccia di empietà le azioni del filosofo, Candiani ritiene, invece, che soltanto da questo levare – che sia forzato, come nel caso delle chiusure dovute alla pandemia in corso, o spontaneo, come nel caso del comportamento tipico della filosofia – possa sgorgare un gesto etico dalla rinnovata intensità. In questa prospettiva, il filosofo, e chiunque si muova in questa direzione, non è più un omicida, ma colui che realizza, o tenta di realizzare, il compito etico della salvaguardia delle urla del mondo.

Per quanto riguarda, invece, il secondo atteggiamento, vale a dire l’ottenimento di un nuovo sguardo, è bene considerare che il vuoto di cui si è finora parlato può configurarsi anche come un “vuoto di sapere”; ché è possibile parlare dell’acquisizione di prospettive inedite soltanto nel momento in cui si abbandona la roccaforte delle proprie convinzioni e delle validità già sempre date per definite. Essere lasciati allo sbaraglio nella dimensione del non sapere e del non capire non è una sensazione piacevole per l’uomo, da sempre tendente al controllo di quante più variabili situazionali possibili, eppure, scrive la poetessa: «La razionalità è molto limitata e ristretta senza il sogno, l’immaginazione, la buona follia, senza il vuoto del non sapere niente, senza la meraviglia e lo stupore del non so. Il mio mantra di questo momento è: boh. Si aprono tante possibilità nel non sapere. È così evidente quando la persona con cui stiamo parlando crede di saper tutto e qualsiasi cosa tentiamo di dire ripete: lo so, lo so. Nessuna possibilità, nessuno spazio di ricerca. E poi abbiamo davvero bisogno di un’arma? Forse è disarmandoci, vacillando e tremando che a tentoni scopriremo vie nuove per stare al mondo con rispetto o per andarcene con grazia. Come? Svuotando la mente e lasciando che arrivino in noi visioni nuove, non auto-centrate, limpide»[12].

Il punto che si voleva raggiungere è precisamente quello espresso da Chandra Livia Candiani: non c’è spazio per alcuna ricerca in un luogo già pieno – che sia di boria, di sapere, di soprammobili kitsch o di qualsiasi altra cosa – ed è per questo che diviene necessario procedere allo svuotamento; uno svuotamento che, come sottolinea l’autrice, è anche un mettersi a nudo, un disarmarsi e un esporsi al rischio. Il percorso che ci si prospetta innanzi è tutt’altro che semplice, scivoloso e irto d’ostacoli com’è: e il nostro sarà un incedere vacillante e cauto, incerto e zoppicante, perché tale, e solo tale può essere, il passo del cambiamento, alla scoperta di «vie nuove per stare al mondo con rispetto o per andarcene con grazia».

In conclusione, è possibile rinvenire qualcosa di positivo in questo gettare tutto dalla finestra tanto demonizzato da Canetti, vale a dire l’opportunità di creare spazio per altro[13], o anche solo, come ricordato, di interfacciarsi con il vuoto e lasciarsi suggerire da quest’ultimo il cammino da seguire. Che poi il filosofo, a differenza dell’uomo comune costretto tra le mura domestiche dalla situazione emergenziale di oggi, si sottoponga spontaneamente e regolarmente a questo scrollarsi di dosso certezze e convinzioni e al confronto con la solitudine radicale e con l’essenzialità del pensiero, potrà, forse, essere considerato masochistico (al modo di chi si auto-infliggesse una quarantena forzata a cadenza regolare per tutto il corso di una vita): eppure, risiede proprio in questa innaturale sospensione dell’adesione acritica e passiva al corso quotidiano dell’esistenza la caratteristica costitutiva del filosofare.


[1] E. Canetti, La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti 1942-1972, Adelphi, Milano 1987, pp. 133-134.

[2] B. Munari, Verbale scritto, 1992.

[3] C. L. Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Einaudi, Torino 2018, p.11.

[4] Prima di essere poetessa, Chandra Livia Candiani è stata, ed è, traduttrice di testi buddhisti.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 13.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 18.

[9] Ivi, p. 19.

[10] Ivi, p. 21.

[11] Intervista a C. L. Candiani, L. Campanella – D. Monti, Chandra Candiani: «Vuoto, silenzio: c’è il cielo (e il mondo) in una stanza, in «Corriere della Sera», 27 marzo 2020.

[12] Ibidem.

[13] Non solo per altro, ma anche per l’altro e per l’Altro.

Marina Messeri

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