LA FUGA

Il presente racconto è un estratto in anteprima dalla raccolta (IN)dipendenza, la prima raccolta di racconti di Giovanna De Luca, per la casa editrice Women Plot.

Il cielo. Un limpidissimo cielo, dove nessuna nuvola minaccia la propria comparsa. Questo è ciò che vedo, sdraiata sull’erba della casa al lago. Manca poco al tramonto ed è già possibile assistere a un piccolo sprazzo di arancio tendente al rosa. Non ho intenzione di perdermelo per nessuna ragione al mondo. La dolce brezza del lago mi accarezza la pelle, a sua volta pizzicata dall’erba. Intorno a me, una piccola schiera di margherite fa da cornice al mio corpo. Trionfa la primavera, nel suo massimo splendore. E io, non posso fare a meno di bearmi dei suoi doni. Eppure la mia beatitudine raggiunge la sua apoteosi quando sento una mano, la sua mano, iniziare a giocherellare con i miei capelli, sciolti sull’erba. 

Non mi sono nemmeno resa conto del suo arrivo, silenzioso e impercettibile. Si siede vicino a me. Prende una piccola margherita e me la posa tra i capelli, per poi ripetere il gesto con le altre, vicine alla prima che ha colto. Chiudo gli occhi, mentre si apre un sorriso, genuino, sul mio volto. Sento che lui mi sta guardando e che come me, si gode lo spettacolo della natura. Non sento più la sua mano sui miei capelli. Apro gli occhi e vedo che anche lui ha deciso di sdraiarsi al mio fianco. Lo guardo, sorridendo appena e lui ricambia il sorriso. Prende la mia mano e la intreccia alla sua. Io non posso fare altro che ricambiare la sua stretta. Il mio cuore – come anche il mio corpo d’altronde – si godrebbe in eterno la sensazione di pace che provo nell’istante preciso in cui sento il tiepido calore del suo corpo vicino al mio. Anche se non ci toc chiamo del tutto, ma ci sfioriamo semplicemente, io riesco a percepirlo. 

Del gelo che sento costantemente, il gelo della noia, oggi, qui, insieme a lui su questo prato, non vi è manco l’ombra. 

Ho perso la cognizione del tempo. Non so da quanto siamo qua, da quanti giorni – settimane – ci siamo isolati da tutto il resto. Ma come una secchiata d’acqua gelida improvvisa, mi si presenta davanti la consapevolezza del ritorno.  Un ritorno indesiderato, sgradito ma allo stesso tempo malauguratamente inevitabile. Come inevitabile è stata la scelta di venire qui. 

È rimasto parecchio incredulo – felicemente incredulo, nonostante si fosse impegnato a non farmi notare la sua contentezza – quando gli ho proposto di andare al lago. Mi ha risposto con un sorriso, definito erroneamente da lui stesso un  «Vago accenno di sorriso», ma che mi ha scaldato il cuore e senza il quale ora non staremmo  sdraiati sull’erba. 

Mi avvicino di più a lui, sciogliendo l’intreccio delle nostre mani, e mi posiziono sul suo petto, all’altezza del cuore. Mi inebrio del suo profumo. Sembra aver assorbito l’odore di tutte le margherite che ci circondano. Lui inizia ad accarezzarmi la testa, e io mi stringo a lui ancora di più come a implorarlo di continuare, all’infinito.  Ed è in questo preciso momento, somma di tutti gli altri, che mi dimentico di ciò che ci siamo la sciati – almeno per un po’ – alle spalle. Una vita ordinaria. Una vita inodore e incolore, diversa da quello che stiamo vivendo qui. Ma tutto ciò è fugace. 

Cerco di scacciare questo pensiero dalla mia testa. Non voglio essere contaminata da nulla, se non dal suo odore, affine a quello della natura.  Eppure lui sembra aver percepito la mia inquietudine per il modo in cui ho smesso di accarezzargli repentinamente il petto, come bloccata da qualcosa. 

«Non pensarci» mi dice, come se mi avesse letto nel pensiero, quasi bisbigliando. 

Ed è quello che voglio fare. Non pensare a nulla, se non a noi. A dispetto di tutto quello che provo, delle innumerevoli e sfaccettate sensazioni che mi suscita la sua vicinanza, del modo in cui io sia così arrendevole anche quando mi guarda solamente, si insinua dentro di me un’infima e piccola idea che anche questo, ciò che io sento, ciò che noi sentiamo, potrebbe finire. A maggior ragione, il ritorno diventa ancor di più la mia più intima paura. 

Ho provato a fuggire. Una fuga in un vicolo cieco. Verso un luogo che non mi avrebbe con dotto da nessuna parte, se non da dove ero partita. Poiché una sensazione così viscerale, non la puoi accantonare. Ti perseguita fin quando non inizi ad accettarla e ad accoglierla, come energia. Energia di cui ho fatto la mia forza. Eppure nessuna forza è immune dall’incertezza, come tutto il resto. Vacilla, così come a vacillare sono io, quando mi concedo il lusso di mostrare le mie paure; come quando mi mostro insicura sui miei sentimenti per non dare troppe certezze, o come invece lascio trasparire troppo quello che sento, concedendo al mio corpo di reagire naturalmente. Invece il corpo non chiede il permesso di rispondere alle sensazioni, lo fa e basta. Non vi è nessun controllo. Come quando arrossisco ai suoi complimenti o quando invece rimango senza fiato dopo ogni suo bacio e lui si diverte a non darmi pace nel prendermi in giro, amorevolmente. Come amorevole è il suo modo di ras sicurami, ogni volta. Ma non c’è rassicurazione nell’aver paura di ciò che non puoi controllare.

A discapito dei miei pensieri, cerco di godermi la vista del tramonto. Stiamo seduti. Io poggiata su di lui, lui poggiato sul tronco di un albero e le braccia intorno alla mia vita. La testa posata nell’incavo del mio collo. Per quanto io mi sforzi di domarlo, il corpo lascia trasparire la mia irrequietezza. Il piede ticchetta freneticamente sull’erba. Lui è consapevole del timore costante che grava sul mio animo, dell’inquietudine di perdere ciò che abbiamo costruito insieme. E lo vedo, dal modo in cui mi guarda, dai suoi occhi malinconici, che le sue preoccupazioni non sono poi così diverse dalle mie, che cerca di rassicura mi come meglio può, senza mai però dire nulla.  Niente frasi ingannevoli, illusorie come: “Io ci sarò sempre per te, non ti lascerò mai, non ti farò soffrire”. Frasi alle quali nessuno dei due crede.  Eppure io credo nei suoi gesti, eloquenti più di mille parole. Come adesso che, accortosi del ticchettio, stringe la presa in vita e io pongo le mie mani sulle sue. Basterebbe poco per andarmene.  Scioglierei i nostri corpi intrecciati e inizierei a correre, lontano da lui. Sarebbe più comodo.  Fuggire prima che sia lui a farlo. Correre sul prato e godermi il maestoso tramonto da sola, ma probabilmente non riuscirei ad apprezzarlo nello stesso modo in cui lo sto facendo adesso, stretta tra le sue braccia. 

«Non voglio andarmene» dico sussurrando.

Lui mi lascia un piccolo bacio sulla mascella e sento il suo sorriso sulla mia pelle. 

Guardo di fronte a me, quella sfumatura di arancio chiaro mista a un pallido rosa, ormai flebile, che sta lasciando spazio ad altri colori del cielo. Ai colori dell’imbrunire. E così, come il sole tramonta, dentro di me lo fa anche quella paura che mi appesantisce il cuore. La sua scomparsa forse durerà tanto quanto la notte: poche ore e poi di nuovo risorgerà il sole. Eppure l’alba di un nuovo giorno porta con sé mille promesse che l’uomo, forse, non potrà mantenere tutte. Ma ciò che io posso fare, è mantenere la mia attuale posizione: fra le sue braccia, in silenzio, par te della natura. Una posizione che rispecchia le nostre più intrinseche gioie, le nostre più intime paure. Il ritorno è solo un vago ricordo, che ini zia a impallidire con l’arrivo della notte.


Giovanna De Luca nasce a Mercato San Severino nel 1997. Cresce e vive a Salerno e dopo il liceo frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli, diplomandosi al corso di Fotografia, Cinema e Televisione. (IN)dipendenza è la sua prima raccolta di racconti.

Redazione

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