L’ultimo cane di Vannina

Veniva dalla strada, come tutti i cani che aveva avuto. Questa volta glielo avevano portato Margherita e Tommaso, i due ragazzi volontari a cui aveva affidato il compito di sfamare i randagi in città una volta al giorno. Lei ormai era vecchia per continuare a farlo.

«Lo abbiamo trovato dentro a un cassonetto», le avevano detto. Era un cucciolo dal pelo arruffato marrone e nero, bagnato, fetido. Lo guardò negli occhi: per prima cosa nei cani cercava lo sguardo. Era lo sguardo di Dio, secondo lei, un Dio buono e pietoso.

A distanza di anni, Tullio – così lo aveva chiamato – le ansimava accanto tutto il giorno. Abitava una casa posta sul declivio prima del ponticello sul fiume Oreto. Lo spazio era esiguo, il tinello sporco, i mobili incrostati. Vannina non aveva la luce elettrica, per scelta. E la notte era pece, accompagnata dal russare di quella bestia che sognava chissà cosa, muoveva le zampe in una finta corsa e borbottava latrati cupi. Lei invece, quando riusciva a dormire, sognava il suo passato, negli ultimi anni popolato solo da cani. Ne aveva avuti sette e Tullio sarebbe stato l’ultimo, certo che lo sarebbe stato. Aveva dodici anni.

La casa era in affitto, ci viveva da trentacinque anni. Il proprietario passava puntuale il primo giorno del mese e lei, ogni volta, provava come un senso di spossatezza per il furto subito. Trecento euro per una catapecchia, in una palazzina da un lato sventrata dalle bombe della guerra. La stanza di uno degli appartamenti era abitata da un fico; i suoi frutti germogliavano a luglio inoltrato, il loro latte sporcava la strada. Vannina guardava quei fichi in alto: avrebbe desiderato mangiarli, rubarli a quel proprietario per fare uno sfregio. Ricordava l’odore dei fichi, il caldo ai piedi degli alberi nella campagna del suo paese quando era bambina. Li mungeva per provarli, i fichi: li apriva ed erano o rossi o marroni, duri e aspri o dolcissimi e molli, impastati tra i denti. Non le rimaneva che il desiderio di quel furto per lei legittimo.

Di fronte c’erano case abbandonate da anni, in degrado come la sua. Il ponticello lo attraversavano le auto a doppio senso, per passare si dovevano dare il turno. Il fiume, là sotto, era sempre più secco; ai lati c’erano due filari di alberi, più giù giunchi di papiri e poi immondizia, plastica, lavatrici, frigoriferi abbandonati. Attorno c’erano i campi, giovani di colore vi lavoravano già all’alba. Più distanti – lì dove, fino a qualche decennio prima, c’era la campagna – si ergevano palazzi dai colori accesi o pastello.

Di soldi non ne aveva, quelli del suo stipendio e poi della sua pensione – era stata bidella – li aveva spesi e li spendeva per gli animali. Non ne voleva lasciare ai figli dei suoi fratelli, non se lo meritavano.

In paese i gatti servivano per i topi, i cani per le mandrie o per la caccia. Se una gatta figliava troppi cuccioli, li annegavano; se un gatto spruzzava quello schifo sempre negli stessi punti, lo impiccavano. Non andava meglio ai cani se facevano i bisogni davanti alla porta, se rompevano il fienile o uccidevano le galline. Suo fratello, se trasgredivano, gli sparava.

Il primo gatto, Stella, glielo aveva regalato la professoressa di latino e greco, Manzo. Era un persiano dal pelo bianco con gli occhi acquamarina, strabico. Vannina non sapeva nulla su come allevarla, non sapeva nulla su come avvicinarsi a lei. Stella le saltava addosso quando si metteva a letto, con le zampe spingeva avanti e indietro, con il muso cercava la sua faccia. Allora provava sollievo, ma anche dolore. Solo una bestia poteva darle pace. Non gliel’aveva data suo marito. Un bravo ragazzo, secondo tutti: di famiglia cristiana, lavoratore nei campi. Ogni notte la desiderava e lei lo doveva assecondare. E quando non voleva, lui non la picchiava, è vero, ma cominciava con tutto un discorso sui doveri della moglie. Un giorno si imbarcò. Dapprima mandava i soldi, qualche lettera, poi finì col non dare più notizie. E lei, senza soldi, fu costretta a tornare a casa dei genitori, a stirare camicie ai fratelli e a fare la sguattera. Fino a quando suscitava pietà, le si potevano assicurare un pasto e un letto; se li sudava, anche. Poi diventò una “svergognata”. Le salivano ancora le lacrime quando, a distanza di anni, ricordava: di rabbia, non d’amore. Mimmo era impiegato alle Poste, dove lei andava per spedire i pacchi a suo fratello Bernardo che era emigrato a Milano. Cominciò a passarle bigliettini mentre lei compilava il foglio per i pacchi. Copiava stralci di poesie di Petrarca e Shakespeare. Si vide d’improvviso bella: gli occhi piccoli e scuri tagliavano con lo sguardo su zigomi morbidi, la figura flessuosa sotto la vestina faceva intuire forme armoniose, seni, cosce e il Paradiso in mezzo alla gambe. Non si era mai sentita così, con il cuore che scoppiava, euforica per quel calore che la solleticava prima e poi divampava e la faceva arrossire. Ma Mimmo era sposato con quattro figli, e lei vedova bianca non più vergine. Quando la portò nella casa di campagna lei tremava, non credeva sarebbe arrivata a tanto, a spogliarlo con le sue mani, a fremere con lui. E la cosa andò avanti. I primi tempi provava eccitazione per quel segreto da custodire. Era lei che lo possedeva, Mimmo era suo perché lei lo rendeva felice con il suo corpo.

Un giorno un fratello di lui li trovò insieme nel casolare e il paese seppe. Divenne, per tutti, una zoccola, una svergognata. Potevano fuggire, magari al nord, se lo sarebbero preso alle Poste. Ma lui niente, non arrivò neanche più un suo messaggio. La moglie lo aveva perdonato, con lei doveva restare. Il padre di Vannina, invece, la pestò. I genitori del marito disperso passavano apposta davanti alla casa e sputavano verso l’uscio. Fu allora che partì per la città.

Dopo la morte di Stella, arrivarono Bianchina e poi Fifì. La rabbia per gli uomini e per la famiglia divennero risata amara, scherno. Aveva abbandonato l’idea di amare e, se un collega a scuola le si avvicinava, ne notava solo i difetti: la forfora sulla gabbanella, l’alito d’aglio, il molare mancante, o, peggio, d’oro. Preferiva ritornare a casa e starsene con i gatti. Le piaceva osservarli, coglierne nel tempo le loro diverse personalità: c’era quello che era stato reticente, quello affettuoso, quello che dormiva vicino ai piedi, quello che dormiva sotto il lenzuolo. Ma li teneva uno alla volta in casa, mai insieme. Poi c’erano, fuori, quelli vicino al ponticello, quelli del bivio dell’acchianata per andare a scuola e quelli sotto la scuola. Per loro, al mattino, andava carica di sacchi ripieni di scatolette e crocchette. La gente la guardava male, qualcuno la insultava.

Quando i suoi parenti la cercarono e suo fratello addirittura andò a trovarla a scuola, per un attimo si illuse che la ferita della vergogna si fosse in loro rimarginata. «Non è che ogni mese ci potresti aiutare?», le disse lui. L’aveva seguita fino a casa, aveva preteso pure il caffè. No, non gli avrebbe dato niente. Avrebbe speso tutto per i gatti.

«Ma tu che pensi agli animali, non ci pensi ai cristiani?», le chiedeva sempre Mariuccia, una sua collega. Certo, ci sono cristiani che non possono mangiare, bambini malnutriti, gente che va a chiedere l’elemosina. Ma chi ti tradisce? Chi ti volta le spalle? Di certo non la bestia. E se ti cerca perché le dai il cibo e poi se ne va, è normale che lo faccia visto che è una bestia. Ingrato, il gatto è ingrato: si affeziona alla casa e non alla persona. Come Mimmo: una donna valeva l’altra e, se fosse rimasto vedovo, magari l’avrebbe sposata, o magari avrebbe sposato un’altra donna ancora che gli scaldasse il fianco. Vannina vedeva l’uomo come le bestie o forse peggio delle bestie. «Loro non ti parlano, ti sono amiche perché gli dai il cibo. Con loro non puoi litigare», le diceva Mariuccia. Ci litigo quando la gatta mi sveglia al mattino buttando a terra dal comodino la statuetta della Madonnina; ci litigo quando non fa la pipì nella segatura o quando graffia la persiana. Che ne sanno, che ne sanno? pensava. Ma non dava spiegazioni neanche quando le lasciavano intendere di essere un po’ bizzarra e di riversare amore su quelle bestie perché incapace di farlo con le persone.

Imparò a guidare, comprò un’automobile perché i randagi andavano sfamati in vari punti della città. I gatti che si avvicendavano nella sua casa, non c’era destino che avessero vita lunga. Campavano pochi anni e sempre una malattia silente se li portava via. Entrava in circolo ambigua, senza avvisaglie. I gatti stavano bene, giocavano fino al giorno prima. Poi li trovava o con le gambe paralizzate e la lingua cianotica buttata fuori da un lato, o tremolanti, come inebetiti; quando non si manifestavano tumori mammari. Le malattie duravano non più di venti giorni. Era come se il male fosse uguale alla loro natura sinuosa: belle statuine sul mobile, sospesi nel loro mistero con occhi da serpenti e sagome ammalianti, immobili a proteggere la casa e l’umano destino, silenziosamente se ne andavano. Quell’amore verso i gatti era terribile e maledetto come l’amore che ti abbandona. Era un amore che nasceva senza speranze.

E così, dopo avere seppellito Gilli vicino al fiume, ritornò in quella casetta vicino al ponticello, sola, con un senso di nulla nel cuore. Stavolta la desolazione era più profonda: la rabbia di non avere potuto fare niente per salvarlo, di non avere capito in tempo, si incancreniva sullo stesso dolore provato tante volte in passato, tagli innumerevoli sotto lo stesso strato di pelle avevano formato il solco. Un cane, pensò. Il cane è fedele e non tiene nascosto nulla. È soggetto ugualmente a morte e malattie, ma non tiene il silenzio dentro, nonostante non parli. I suoi occhi sono umani, senza che abbiano la cattiveria dell’uomo. Certo, per quelli di grossa taglia, sarebbe stato difficile seppellirli vicino al fiume, ma avrebbe usato una carriola per trasportarli. L’indomani prese al canile una cagnolina. Era Stella, l’aveva chiamata come la sua prima gatta. Dopo Stella ci furono altri sei cani. Ma solo un cane in casa non le bastava: c’erano quelli fuori, oltre ai gatti da sfamare ogni giorno.

Andando in giro per le strade a sfamare gli animali aveva conosciuto Margherita e Tommaso, due ragazzi che facevano coppia, anche loro devoti alla causa animale. A Vannina sembravano dei fanatici, con quei sandali francescani anche in inverno, le trecce arruffate in testa, l’orecchino nel naso e i tatuaggi. Le appariva una moda, la loro, non condivideva il tentativo di evangelizzare gli altri all’amore per gli animali. Vannina invece non voleva insegnare niente a nessuno. Quei due non mangiavano carne, né uova, né formaggio e pretendevano che anche i cani non ne mangiassero. Le sembravano pazzi.

Adesso di anni ne aveva settantasette. Una piccola crosta le era comparsa sulla gamba destra e, a poco a poco, si era allargata e aperta cacciando sangue rappreso e pus. Ci metteva una benda e via, a sfamare altri cani, ma non poteva più guidare. Si faceva accompagnare da Margherita e Tommaso. Poi dovette rinunciare: negli ultimi tempi dava loro i soldi per il pastone, le medicine, gli antiparassitari e tutto quello che serviva, si fidava di loro. Rimaneva a casa con Tullio, stanca come lui che le dormiva sui piedi anche quando stava seduta. Non aveva più la forza di governare la casa. Sarebbe sparita prima o poi, secca e incartapecorita, una bara per bambini sarebbe stata già abbastanza per il suo cadavere. L’amore di quel cane, però, era straziante: non avrebbe potuto vivere senza di lei, anche se lo avessero nutrito. Aveva sentito parlare di quei cani che seguono il padrone sulla tomba e vivono al cimitero. Allora era egoismo quello che aveva alimentato per tutti quegli anni. Se fosse morta per malattia o per qualche fortuito accidente, chiunque dei suoi numerosi cani sarebbe andato incontro a un destino terribile. Era inaccettabile. Forse doveva pagarlo Tullio il suo egoismo, la sua vita arida vissuta non si sa perché?

Appena fu giorno, si alzò e, con lei, il cane. Andò in cucina e prese il coltellaccio più affilato. Tullio non si sarebbe difeso, le avrebbe pure leccato la mano assassina. Lo fece sedere e lo accarezzò a lungo. Sulla pancia, sotto il pelo fitto, trovò una palla rigonfia e molliccia. Riconosceva quel bozzo: era un tumore. La luce che filtrava dalle persiane verdi illuminò gli occhi di Tullio. Le apparvero nuovamente quegli occhi di un Dio buono che l’uomo forse si era inventato e aveva trovato solo nel cane. Tullio era vecchio.  Non lo avrebbe ucciso. Il Dio che non le era stato amico le era venuto incontro quell’unica volta. Non avrebbe commesso quell’atto empio e, quando sarebbe stato il tempo, avrebbe portato Tullio con la carriola vicino al fiume, a riposare con le altre bestie.


Giovanna Di Marco (Palermo, 1978), docente di Lettere e storico dell’arte, vive e lavora a Palermo. Ha collaborato per anni con enti e associazioni culturali per la valorizzazione dei beni storico-artistici del territorio; è autrice di articoli pubblicati su riviste scientifiche afferenti a temi di critica e letteratura artistica e della rubrica “Come se fosse Antani” sul quotidiano online “ilSicilia.it”. Redattrice della rivista “Morel, voci dall’isola”, ne cura la sezione “Nuvole”. Suoi racconti inediti sono apparsi su “Lunarionuovo”, “Morel, voci dall’isola” e, prossimamente, su “Narrandom”.

Redazione

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